“Entre ciclones”, la vita dei cubani condizionata dalla presenza dei cicloni

Articolo di Gordiano Lupi

Entre ciclones è una commedia dal titolo emblematico che vuol sottolineare come la vita dei cubani sia condizionata dalla presenza dei cicloni, ma possiamo interpretarlo anche come la serie di eventi negativi che coinvolgono il protagonista nel corso di due ore di proiezione. Forse la durata del film è eccessiva per gli argomenti che il regista vuole affrontare e la formazione documentaristica di Enrique Colina condiziona la resa su pellicola.

Tomás è un mulatto che conduce un’esistenza picaresca ma non abbandona l’ottimismo neppure quando un ciclone fa crollare la sua abitazione. Tomás si ritrova a vivere in un albergue per senza tetto, una stanza ricavata in un alloggio comune da condividere con un’altra persona. Si impiega come operaio nell’azienda di Stato Etecsa, esce da un ambiente marginale e lavora alla realizzazione di impianti telefonici insieme a un collega più anziano. Tomás cerca una casa e vuole risolvere i suoi problemi economici, manda avanti una relazione con una parrucchiera gelosa, conosce un’artista spagnola molto ricca, si fa circuire dalla figlia del suo capo che ama la musica rock, il punk e i tatuaggi,  subisce i ricatti del fratello che per vivere campa di truffe ed espedienti. A un certo punto entra in crisi con il lavoro, discute spesso con un superiore rigoroso e tradizionalista, litiga con la compagna che scopre la tresca con la straniera, viene mollato persino dalla spagnola che le preferisce il fratello. I suoi problemi si aggravano quando il fratello approfitta di lui per compiere un furto in casa della spagnola e rischia di finire in galera. Il fratello viene aggredito da alcuni malviventi che lo accoltellano sul tetto della sua abitazione, mentre lui cade e si rompe l’osso del collo. Alla fine vediamo Tomás di nuovo all’albergue ridotto sopra una sedia rotelle, con un compagno buddista che gli spiega il senso della vita.

Il film non può dirsi completamente riuscito ma conserva alcune parti interessanti come gli elementi documentaristici sui cicloni e gli effetti prodotti dal loro passaggio. Vediamo alberi sradicati, case che crollano, feriti in ambulanza, donne che spazzano l’acqua fuori dai terrazzi e mezzi di soccorso che lavorano per rimettere in sesto la situazione. Questo è il Colina migliore che svolge la sua vera professione di documentarista. La fiction, invece, procede tra alti e bassi, soprattutto con tempi tecnici troppo lenti per le cose da dire. Interessante il conflitto vecchi – giovani sul posto di lavoro che vede gli ultimi più spregiudicati e intraprendenti, mentre i primi sono tradizionalisti e schiavi di logiche superate. La commedia realistica vive i migliori momenti comici grazie ad alcune parti farsesche. Ricordiamo il tetto della casa che cade mentre Tomás rifiuta di andare in un albergue, la vecchietta che ride davanti al monoscopio della televisione ma è terrorizzata dai programmi, il mezzo Etecsa che si mette in moto solo azionandolo a spinta e i collegamenti telefonici illegali. Il rapporto tra Tomás e Monica – parrucchiera gelosissima – procede tra alti e bassi, ma lui non si vuole compromettere, non intende riconoscere il figlio e soprattutto ha bisogno di una casa. Vediamo un amarre santero fatto dalla compagna per legare il fidanzato per tutta la vita che non va a buon fine. In ogni caso è un modo per mostrare una parte folkloristica legata alla religiosità cubana. Un altro argomento di attualità sono i rapporti erotici tra cubani e stranieri legati a motivi di interesse, ben riprodotti nel personaggio dell’artista spagnola. “L’Avana è come i corpi nudi delle mie fotografie”, dice la spagnola. Il cubano ribatte: “Sì, ma io preferisco le case moderne come la sua e non i palazzi che cadono a pezzi”. Il regista mostra i trucchi per mettere collegamenti telefonici illegali, ma pure il mondo sotterraneo della musica rock e dei gruppi punk, che a Cuba esistono ma non sono pubblicizzati dai media. Vediamo il sottobosco della piccola delinquenza, i truffatori e le scommesse sui cani che lottano tra loro.

Enrique Colina ricorre alla fiction per raccontare in salsa agrodolce le contraddizioni della Cuba contemporanea e di un popolo che si arrangia per sopravvivere. In parte ci riesce, ma in maniera monocorde e con pochi sussulti, senza la genialità irriverente di un Tabío o di un Gutiérrez Alea.

Regia: Enrique Colina; Durata: 120’. Produzione: Maria Segura per ICAIC (Cuba). Soggetto e Sceneggiatura: Enrique Colina, Eliseo Altunaga, Antonio José Ponte. Fotografia: Adriano Moreno. Montaggio: Gladys Cambre. Musica: José Luís Cortés. Suono: Javier Figueroa. Direzione Artistica: Raúl Oliva. Interpreti: Mijail Mulkay, Mario Balmaseda, Indira Valdés, Klara Badiola, Renny Arozarena, Tito Junco

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