“Los dioses rotos”, una fiction che spesso si incontra con il documentario

Articolo di Gordiano Lupi

Laura è una professoressa universitaria che sta facendo un lavoro accademico sul famoso prosseneta cubano Alberto Yarini y Ponce de León, assassinato a colpi di pistola dai rivali francesi che controllavano il giro di affari della prostituzione nei primi anni del ventesimo secolo. Laura vuol dimostrare l’attualità del personaggio leggendario, per questo motivo si addentra nei meandri dei bassifondi avaneri, conosce due prosseneti contemporanei come Rosando e Roberto, una donna di grande personalità come Sandra e finisce travolta dagli eventi. Mentre conduce il lavoro viene lasciata sola, perché sia i colleghi che il compagno non approvano la sua decisione.

L’idea della pellicola matura mentre il regista realizza un’inchiesta per una serie di documentari sulla trasformazione di alcune zone della capitale cubana. Daranas scopre che in pieno secolo XXI, nel quartiere di San Isidro, cent’anni dopo la sua morte, si continua a venerare Yarini – il leggendario prosseneta (chulo, in dialetto cubano) – come un Dio. Daranas vede deporre mazzi di fiori ai piedi della ceiba dove venne ucciso Yarini e scopre tra i nuovi prosseneti una sorta di culto per il famoso predecessore morto in duello.

“La faccenda mi attraeva, volevo scrivere una storia reale simile a quella di Alberto Yarini, per questo ho realizzato Los dioses rotos, una fiction che spesso si incontra con il documentario, senza pretendere di fare niente di straordinario, solo un lavoro autentico, capace di trasmettere emozioni e che fosse un intrattenimento intelligente”, confida Daranas a El Caiman Barbudo.

Alberto Yarini, il re della prostituzione avanera, torna alla ribalta dopo essere stato protagonista di Réquiem por Yarini (1960), opera teatrale del drammaturgo cubano Carlos Felipe e del buon film Papeles secundarios (1989) di Orlando Rojas Feliz. Un personaggio leggendario, connaturato con la stessa essenza del popolo cubano, non abbandona mai la scena, ma è destinato a essere rivisitato per diventare fonte di nuove ispirazioni. Laura è la professoressa universitaria che scende nel baratro della degradazione per realizzare un lavoro importante, ma si scontra con un mondo che non conosce e finisce per distruggere se stessa, il suo matrimonio e le vite degli altri. El Caiman Barbudo afferma che “il regista raggiunge il suo obiettivo, perché il film cattura l’attenzione dello spettatore al punto che nessuno si chiede quanto possa essere assurdo il soggetto”. In effetti, che una professoressa universitaria finisca vittima di una rete di sensualità tesa da un gigolò può sembrare impossibile, ma in ogni caso può accadere. Nel cinema abbiamo precedenti importanti come L’angelo azzurro (1930) di Josef Von Sternberg, dove un professore di liceo perde la testa per una ballerina interpretata da Marlene Dietrich. Pensiamo anche a Lolita (1962) di Stanley Kubrick e al successivo remake di Adrian Lyne (1997), entrambi ispirati dal romanzo di Nabokov. Certo, sono situazioni al maschile, e in questo caso le citazioni di Ernesto Daranas hanno il pregio dell’originalità.

“Per trovare i personaggi più giovani ho dovuto fare un casting completo e in questo modo ho scoperto molti talenti, soprattutto femminili. Annia Bu Maure ha debuttato con il mio film, anche se adesso la vediamo spesso. Si tratta di una giovane talentuosa, una vera e propria icona della bellezza cubana”, dice Daranas.

La storia di Laura non esaurisce il soggetto del film, perché il regista si spinge a indagare i rapporti erotici tra un prosseneta e la sua donna, la personalità femminile, l’amicizia maschile, la rivalità tra chulos nei bassifondi avaneri. Daranas analizza la prostituzione come fenomeno culturale, racconta riti santeri, cerimonie di palo mayombe, descrive l’amore nei bassifondi e i sentimenti che legano in maniera potente i personaggi. Roberto è un giovane prosseneta innamorato di Sandra che lo ricambia, ma Rosendo vuole che sia la sua donna e non intende dividerla con nessuno. Laura rappresenta il detonatore indispensabile per il drammatico finale, quando viene malmenata pubblicamente da Sandra e si vendica riferendo a Rosendo che la donna lo tradisce. Il finale è puro melodramma con i due chulos che muoiono in uno scontro a fuoco, anche se a uccidere Rosendo sarà la sua donna.

Ernesto Daranas scrive una storia che conosce bene e analizza un mondo che sente molto vicino, ma conferisce alla pellicola un tono da telenovela e la gira con tempi troppo televisivi per i gusti di un pubblico europeo. La sensibilità cubana, invece, si lascerà irretire dal triangolo amoroso, dalla figura di una donna colta inserita in un ambiente così diverso, dai tradimenti, dalla passionalità femminile che difende il suo amore con le unghie e fa a botte per strada. Il pubblico avanero ha apprezzato molto la pellicola che ha riscosso anche buoni consensi critici. A nostro parere l’entusiasmo manifestato per Los dioses rotos è eccessivo, anche se resta un buon prodotto, realistico, girato con il suono in presa diretta, con una tecnica da video clip, ricca di primi piani e con un montaggio computerizzato. I personaggi sono complessi, ma la tentazione della telenovela è sempre presente e si fa sentire, anche se il tono dominante è da cupo melodramma. Gli interpreti sono molto bravi, la fotografia è eccellente, ricca di colori e di paesaggi intensi, così come sono ben descritti i quartieri marginali. Ernesto Daranas non vuole fare un’inchiesta, non è suo compito giudicare e trovare soluzioni, si limita ad ambientare una storia d’amore e morte in un mondo marginale che costruisce in maniera credibile. Alcune sequenze fotografiche sono da antologia, basti citare il lancio della frutta e la purificazione sulle scogliere del Malecón da parte di Sandra che – appena uscita di galera – brucia le vesti e si concede a Yemayá (dea del mare) per rinascere ancora una volta. Le scene erotiche sono intense e ben realizzate, abbastanza insolite per il cinema cubano, sempre molto casto e avaro di simili sequenze. La pellicola può essere definita un melodramma erotico ambientato in un’Avana marginale, ricco di folclore e spaccati di vita quotidiana.

Regia: Ernesto Daranas. Durata: 90’. Produzione: Audiovisuales ICAIC, Ministerio de Cultura, Altavista Films, New Art Digital. Soggetto e Sceneggiatura: Ernesto Daranas. Produttori: Camilo Vives, Isabel Prendes. Assistente alla Produzione: Adriana Moya. Fotografia: Rigoberto Senarega. Montaggio: Pedro Suárez. Musica: Juan Antonio Leyva, Magda Rosa Galbán. Suono: Raúl Amargot, Osmany Olivare. Direzione Artistica: Erick Grass. Interpreti: Silvia Águila, Carlos Ever Fonseca, Héctor Noas, Annia Bu, Isabel Santos, Eman Xor Oña. Alcuni premi: Miglior Pellicola dell’anno secondo l’Associazione della Stampa Cinematografica Cubana (2008); Miglior soggetto e Sceneggiatura, Festival Internazionale del Cinema Povero di Gibara (2008); Premio del Pubblico Opera Prima, Premio del Circolo della Cultura UPEC, Premio della Stampa Cinematografica, Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano (2008); Menzione Speciale del Giurato della Stampa Straniera e Gran Premio Speciale del Pubblico, Festival Internazionale del Cinema Povero di Gibara (2009).

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