Mose di Venezia: una storia in alto mare e senza fine

Articolo di C. Alessandro Mauceri

Anni e anni di polemiche legate non soltanto ai costi stratosferici (alcune stime parlano di circa 6 miliardi Euro) ma ai ritardi per la realizzazione e a beghe con la giustizia. Alla fine, pareva che sui lavori per il Mose di Venezia, il sistema di protezione in caso di innalzamento delle acque, si potesse scrivere la parola fine e che, finalmente, l’opera potesse cominciare a funzionare dopo un’attesa durata decenni: basti pensare che il progetto per salvare Venezia, e le infinite opere d’arte che vi si trovano, risale agli anni ‘80 del secolo scorso.

Nel corso dei decenni è stato un alternarsi di polemiche, critiche, denunce e inchieste. Tutta acqua passata. Acqua spesso finita su piazza San Marco allagata con orge di turisti e residenti a passeggio sulle passerelle o con stivaloni colorati. E i negozianti disperati nel tentativo di limitare i danni. Lo scorso anno, per, sembrava che su tutto questo si potesse scrivere la parola fine. la gigantesca barriera fatta di decine e decine di meccanismi semiautomatici si era levata impedendo, in un paio d’occasioni, l’allagamento della serenissima.

Invece, sulla questione del Mose di Venezia potrebbe non è stata scritta la parole fine: il “nuovo” problema sarebbe la ruggine presente su alcune parti delle paratie che dovrebbero arrestare le maree. Possibile che questo “prodigio” della tecnologia non abbia previsto un fenomeno naturale come l’ossidazione di alcune parti in metallo? Specie considerando che si tratta di parti costantemente immerse in acqua salmastra, in mare.

In realtà il problema era emerso già alcuni anni fa, ma se ne era parlato poco. Secondo alcuni documenti risalenti al 2017, il professor Carlo Brutti aveva già riferito che erano “state svolte le prove di permeabilità sia sulle opere strutturali non trattate sia su quelle ripristinate dalle imprese in seguito alle osservazioni. E i risultati hanno evidenziato che i calcestruzzi trattati dall’impresa per risolvere i problemi riscontrati hanno fornito risultati peggiori di quelli non trattati”. Per questo aveva suggerito la sostituzione di alcune parti compromesse che avrebbero potuto impedire il movimento delle barriere. E rendere di fatto inutile il Mose.

Ma non basta. A Dicembre dello stesso anno, il Provveditore alle Opere pubbliche del Triveneto, Roberto Linetti, scrisse a Francesco Ossola, uno dei commissari del Mose (nominato in seguito agli arresti di parte dei dirigenti) chiedendo di bandire una gara d’appalto per la riparazione degli “steli” delle cerniere invitando a predisporre la “stesura di un disciplinare tecnico per la realizzazione degli altri 42 steli che tenga conto delle osservazioni/suggerimenti RINA” (Registro Navale Itaiano) e di Isecke. L’anno successivo, ad Aprile 2018, nuovi test dimostrarono che il problema non era stato risolto e che la situazione si era aggravata: “La bocca è immersa nell’umidità ad un livello tale che si innesca il deterioramento di tutte le strutture installate. Un esempio su tutti le ringhiere di protezione, in materiale zincato, che evidenziano un notevole stato d’ossidazione. Basta passare una mano per rimuovere ossidi bianchi. Sono mostrati segni di umidità con macchie evidenti persino sulla struttura in calcestruzzo”. Lo stesso anno, sulla relazione del Registro Navale Italiano (Rina) si legge che “sulla base dei calcoli eseguiti, si ricava che gli steli di Treporti non sono in grado di garantire la vita operativa richiesta di 100 anni in nessuno dei tre scenari ipotizzati. In particolare, il contributo preponderante all’avanzamento dei difetti iniziali è dovuto alla corrosione”.  I tecnici del RINA indicarono che “la zona più critica” è “quella del sotto testa” degli steli che, in alcune condizioni, consentirebbe “una durata di 13 anni”. Una durata ben diversa rispetto ai cento anni previsti. Aspetto questo estremamente delicato che avrebbe potuto e dovuto riaprire lunghe vertenze. Intanto, però, secondo i tecnici del RINA, “la zona della testa andrà verificata periodicamente per confermare o meno lo sviluppo di difetti di questo tipo”. Vennero evidenziate criticità anche per “guarnizioni e filettatura, con una durata calcolata dell’ordine dei 30 anni”. E “la protezione con il grasso non migliora le previsioni di durata per le zone di sotto testa e guarnizione, con una vita stimata largamente inferiore ai 100 anni”. Tutto questo avveniva tre anni fa. In pratica, una cattedrale nel deserto per la quale sono state necessarie costosissime opere di manutenzione straordinaria prima ancora di aver cominciato a funzionare. Sì perché uno dei temi più delicati è che, se è vero che sono stati effettuati numerosi test e una serie di (costosissimi) collaudi locali, il collaudo generale non sarebbe ancora stato fatto.

UN collaudo che potrebbe non avvenire mai. L’opera faraonica (di nome e di fatto), costata una fortuna alle tasche degli italiani e sulla cui funzionalità sono ancora in molti ad avanzare critiche, si presenta piena di muffa, infiltrazioni d’acqua e ruggine, con segni preoccupanti sullo stato dei materiali. Una situazione che, nel 2021, avrebbe portato l’Ing. Susanna Ramundo, tecnico specializzato nell’analisi sulla corrosione dei materiali immersi del Mose, a presentare le dimissioni. “Nel novembre 2019 abbiamo rischiato”, si legge nella sua lettera di dimissioni, “La manutenzione non si fa e la corrosione avanza. Da un anno qui è tutto fermo. Per questo mi dimetto. Anche per non essere corresponsabile dello scempio in atto”.
La risposta del Commissario Cinzia Zincone non si è fatta attendere: “La corrosione è un problema che era emerso già da qualche anno e che non desta preoccupazione nell’immediato ma che incide sulla vita residua dell’opera e quindi si potrebbe avere ad esempio un impatto economico nel lungo termine. Lo si vedrà nei termini del collaudo finale”.

Peccato che poi, la stessa Zincone ha dovuto ammettere: “Non prendiamoci in giro, nel 2021 non sarà mai concluso il sistema Mose, bisogna sbloccare i finanziamenti, fare rete ed investire”. Altri soldi, oltre ai miliardi già spesi e, a quanto emerge dai documenti, spesi male. E per cosa? Per avere l’ennesima cattedrale nel deserto inutile e incapace di risolvere il problema per il quale era stata progettata. “Attualmente siamo al 95% dei lavori sul totale Sistema Mose”, ha dichiarato la Zincone, “ma se lo paragoniamo allo stato di avanzamento dei lavori di sei anni fa, al tempo si era al 92%, ci rendiamo conto che le cose procedono eccessivamente a rilento”. Ritardi che vista la rapidità con cui si usurano alcune parti del Mose potrebbero ritardare non poco i tempi per il completamento dei lavori e l’entrata in funzione di una delle opere pubbliche più controverse degli ultimi decenni in Italia.

Chi pensava che la storia del Mose fosse ormai chiusa e che i veneziani (e tutti gli italiani) potessero vedere protetto l’immenso patrimonio artistico della laguna, farà bene a sedersi comodo e a rendersi conto che quella del Mose, come tante altre favole nel Bel Paese rischia di essere una “never ending story”…una storia senza fine.   

Foto: wired.it

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