De profundis del musicologo Danilo Faravelli, tra il serio e il faceto

Articolo di Luigi Pistillo

Fresco di stampa, in bella evidenza sulla nostra scrivania, si trova “Testamento di un aguzzino”, inviatoci recentemente dall’autore Danilo Faravelli, un volumetto (55 pagine, però assai dense) non ad usum Delphini, bensì disinvoltamente sincero.

Si tratta d’una confessione in cui si mescolano delusione e compiacimento, dov’è complicato segnare una linea netta di demarcazione tra vanagloria e penosità. A tratti, in controlume, affiora un disagio nel rapporto con l’esistente e in chiarezza il senso della sconfitta. Sconfitta di che? Apparentemente del proprio ruolo di “aguzzino”, di quello che si impiccia dei “cazzi degli altri”. Nello specifico del musicologo-biografo.

D’emblée azzardiamo una similitudine coinvolgendo Machiavelli il quale, trovandosi in esilio, scrisse una lettera a Francesco Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali…” e ci piace immaginare Faravelli, di professione insegnante di scuola media, che liberandosi delle vesti di didatta, si immerge nella Bellezza cercando di affrancarsi dal proprio ruolo sociale. Machiavelli si emancipa da una quotidianità oziosa, da compagnie canagliesche, conferendo al proprio personaggio un sapore un po’ maudit, Faravelli, più sommessamente, invece, dalla ordinarietà del docente. Quest’ultimo mestiere, ad un dato momento, rimane sullo sfondo e prevale l’impegno del “persecutore”. Domanda: e chi sarà mai il “Sommo Perseguitato” che non viene mai nominato esplicitamente se non nelle ultime pagine? Nientemeno che Wolfgang Amadeus Mozart, sì il Salisburghese. Per vari decenni diviene l’oggetto del suo studio dal quale ricava un’abbondante messe: libri, consulenze, un numero sterminato di conferenze. Adesso con il “Testamento di un aguzzino” ha deciso di abbracciare il pentitismo, senza invocare sconti di pena, anzi, tutt’altro! Sembra che agogni la gogna, è un continuo recitare “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”, e si ha l’impressione che battersi tre volte il petto con la mano, secondo tradizione, non potrebbe bastare. Macché! Una gragnuola di pugni vorrebbe sferrarsi (e non è escluso che l’abbia già fatto). Il dichiararsi pentito e il menar duolo è persistente e ha la parvenza d’una tormentosa angoscia: “Mi pento e mi dolgo per essermi buttato con famelica e vergognosa ingordigia sulle carogne immaginative delle numerose creazioni del “Sommo Perseguitato…“; “Mi pento e mi dolgo per avere forzato in direzione di una linearità etico-estetica già assurda di per sé…”; ”Mi pento e mi dolgo per avere fondato molti ragionamenti-con l’aggravante di averli perdipiù resi pubblici- sulla carriera artistica del Sommo Perseguitato…”; “Mi pento e mi dolgo per avere spesso vantato in pubblico la mia adorante perspicacia…” e via dicendo.

Paginate di lacrime, di rimorsi a conclusione delle quali afferma: “Mi pento e mi dolgo per avere escluso il Sommo Perseguitato da un principio morale -“Non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te.”- che reputo non solo sacrosanto, ma al quale mi sono sempre ispirato coi rapporti con i miei simili e che venisse pienamente rispettato nei miei confronti. Amen.” Tale piagnucolìo, tuttavia, ci convince…ma fino ad un certo punto circa l’autenticità di questo essere sulla via di Damasco dell’autore, però aderiamo volentieri al suo invito di affrontare “ancora qualche pagina di questa inutile quanto pretenziosa e fastidiosamente ampollosa prosa”. Attraverso di esse trovano conferma i nostri sospetti, ossia che il “Sommo Perseguitato”, in realtà, sia lui il “persecutore”, il “vampiro” e “l’aguzzino” gode ad essere vampirizzato, eccome gode! Faravelli ci ricorda che nel mondo ci sono tanti altri “vampirizzati”come lui, orgogliosi di essere posseduti dal Salisburghese, della cui esistenza molto si sono occupati e continuano ad occuparsi.

Vedo Mozart, accasciato su una panchina, ormai sdentato (eh eh…265 anni sono tanti!) attorniato da una canèa di studiosi che bramano ancora di essere dominati, di ricevere il morso:

“Ancora, ancora!”

E Mozart con un fil di voce: “Ma ve ne volete annà!?”

Nei pressi, nascosto tra i cespugli, Salieri, sdentato pure lui, che osserva e, roso dall’invidia, cerca vanamente di mordersi le dita.

“Testamento di un aguzzino”, onanismo liberatorio, una sorta di deriva narcisistica. Nondimeno…intrigante. Una “follìa” in un periodo di pandemia? E allora come dovremmo definire il bellospirito che, avendo importanti responsabilità politiche, propone di fare votare i sedicenni? Che ci azzecca!?

In questa strana epoca nostra dove taluni stravaganti invocano il “linguaggio inclusivo”, dove il 70% degli italiani sono da ritenersi analfabeti funzionali e ci fermiamo qui per carità di patria, la “follìa” di Faravelli, con i suoi paradossi, con la sua prosa elegante, sfarzosa, è Cultura, quella vera, libera, indipendente…quella che noi apprezziamo.

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