Rogopag – Laviamoci il cervello, di Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti

Articolo di Gordiano Lupi

Rogopag è un film singolare che prende il titolo dalle iniziali dei quattro registi chiamati a raccontare “gli allegri principi della fine del mondo”, come recita la didascalia iniziale. Laviamoci il cervello è stato aggiunto successivamente, dopo il processo per vilipendio della religione di Stato, per colpa del segmento scritto da Pasolini, in seguito al quale vennero tolte alcune battute incriminate. Gli episodi – chiamati racconti – non sono tutti allo stesso livello. Roberto Rossellini scrive Illibatezza e guida una sensuale Rosanna Schiaffino, oggetto del desiderio di un turista americano (Bruce Balaban), che – come insegna Adler – è alla ricerca soltanto di un grembo materno, di un alveo protettore. Per questo motivo, quando la donna decide di indossare abiti provocanti terrorizza lo spasimante e lo allontana definitivamente. Rossellini realizza un lavoro insolito nella sua filmografia, una commedia romantica venata di ironia, dove spiccano citazioni cinematografiche dettate da una telecamera superotto con la quale uomo e donna comunicano. Le immagini la fanno da padrone, in un finale surreale che vede lo spasimante ricercare la presunta illibatezza della ragazza immortalata in vesti dimesse. Molto teatrale, cinema nel cinema, ricco di dissolvenze a tendina cadute in disuso, colonna sonora leggera e divertita. Un pizzico di erotismo: doccia nuda della Schiaffino (ma le riprese sono ad altezza spalle) e pillole di feticismo maschile. Esterni suggestivi (Roma, Bangkok) e poetici piani sequenza ci ricordano che la macchina da presa è nelle mani di Rossellini.

Jean-Luc Godard con Il nuovo mondo scrive un soggetto fantapolitico per raccontare il cambiamento della natura umana dopo un’esplosione atomica. Un uomo e una donna sono alle prese con la fine del loro amore, con il tradimento, soprattutto con il cambiamento – persino del linguaggio – in seguito alla grande deflagrazione. Godard espone le sue teorie marxiste e segue i criteri della nouvelle vague per comporre un episodio abbastanza ermetico che si ricorda per l’uso di una lingua (“Io ti ex amo”) che ritroveremo in Alphaville (1965). Lunghe panoramiche, dissolvenze, intensi primi piani, voce fuori campo che racconta senza ricorrere a dialoghi e commenta immagini evocative. Incomunicabilità uomo – donna, problemi di coppia, dialoghi brevi e frammentari, sentori di Bergman all’interno di un apologo politico – sociale. Godard esplora il dramma collettivo alla luce del microcosmo individuale.

Ugo Gregoretti scrive il didascalico Il pollo ruspante, interpretato da un Tognazzi in buona forma e da una decorativa Lisa Gastoni, per comporre un atto di accusa marxista contro la società dei consumi. Il racconto è introdotto dal versetto dell’Ecclesiaste sul peccato che “penetra segretamente nel meccanismo delle vendite e delle compere”. Fin troppo esplicito, per quanto era ermetico Godard, racconta le vicissitudini di una famiglia borghese che non si accontenta mai e si lascia affascinare da ogni suggestione pubblicitaria. La sequenza migliore ritrae i commensali di un Autogrill Pavesi come se fossero polli di allevamento, subito dopo che Tognazzi ha spiegato al figlio (è proprio il figlio Ricky!) la differenza che passa con i polli ruspanti. Gregoretti mette alla berlina l’Italia del boom, gli speculatori, i furbetti, i sogni dell’uomo medio, la voglia di emergere e l’insano ottimismo. Le voglie consumiste sono stigmatizzate dai compulsivi e inutili acquisti in Autogrill, dove si compra quel che non serve, perché non ci sono i commessi. Il miracolo economico, Carosello, i bambini che parlano come la pubblicità. “Maledetto Topo Gigio!”, esclama Tognazzi. Molto ideologica, ma divertente commedia sociale.

Abbiamo lasciato per ultimo La ricotta di Pier Paolo Pasolini, perché è il racconto più importante, il solo motivo per andare a rivedere Rogopag ancora oggi, per la stringente attualità e per il sublime stile cinematografico. Siamo sul set di un film che ha come tema la passione di Cristo, Orson Wells è il regista che dirige attori e comparse, mentre Stracci è il figurante chiamato a interpretare un ladrone. Morirà sulla croce, d’indigestione, dopo aver mangiato tutto quel che riesce a ingurgitare, vittima d’una fame atavica. Memorabile la parte in cui un giornalista intervista Orson Wells che risponde con le parole di Pasolini, recitando persino i versi Io sono una forza del passato. Il regista espone il credo marxista, dice che vuole esprimere il suo intimo, profondo e arcaico cattolicesimo, ma che al tempo stesso la morte non è un suo problema perché non è cattolico. Denuncia l’Italia come un paese allo sfascio, perché dispone della borghesia più ignorante d’Europa. Piccola polemica ermetica su Fellini: “Egli danza”. Ancor più feroce l’attacco all’uomo medio: un mostro, un conformista, uno schiavista… Alcune parti del racconto sono a colori, brevi sequenze che ricordano la deposizione del Rosso Fiorentino e del Pontormo e una natura morta con ricotta che torna alla fine del film. Pasolini – al suo terzo lavoro – ricorre alla fast-motion – come farà ne La terra vista dalla luna (1967) – e omaggia Chaplin creando la figura di Stracci, borgataro dal grande cuore che muore d’indigestione a base di ricotta. Cita se stesso quando Orson Wells legge versi da un libro intitolato Mamma Roma, che non esiste, ma è il suo film precedente (1962). Brevi apparizioni per Laura Betti (Madonna nella deposizione), Tomas Milian (soldato romano) e Sergio Citti (aiuto regista). Solita poetica dei ragazzi di vita con Pasolini interessato a catturare volti ed espressioni di un’Italia che cambia, panoramiche degradate delle campagne romane, manifestazioni di vitalità a tempo di boogie – boogie e twist. “Povero Stracci, crepare… non aveva altro modo per ricordare al mondo che anche lui era vivo”, fa dire Pasolini a Wells. Il sottoproletariato non conta niente, i poveri sono soltanto numeri, buoni per essere sfruttati dal meccanismo produttivo. Rogopag è un film di buon livello che tutti avrebbero dimenticato se non contenesse La ricotta, un piccolo gioiello di neorealismo meraviglioso.

Regia: Roberto Rossellini (Illibatezza), Jean-Luc Godard (Il nuovo mondo), Pier Paolo Pasolini (La ricotta), Ugo Gregoretti (Il pollo ruspante). Produttore: Alfredo Bini. Produzione e Distribuzione: Arco Film – Cineriz (Roma), Lyre (Parigi). Aiuti Registi: Sergio Citti, Charles Bitsch, Renzo Rossellini, Carlo Di Carlo. Trucco: Goffredo Rocchetti. Operatori alla Macchina: Giuseppe Ruzzolini, Sergio Martinelli. Montaggio: Nino Baragli, Agnes Guillemot, Daniele Alabiso. Teatri di Posa: Cinecittà (Roma). Sviluppo e Stampa: Istituto Nazionale Luce. Sincronizzazione: Titanus. Negativi: Ferrania P 30, Kodak, Eastmancolor. Doppiaggio: C.I.D., C.D.C.. Architetto: Flavio Mogherini. Costumista: Danilo Donati. Commento e Coordinamento Musicale: Carlo Rustichelli. Direttori di Produzione: Eliseo Boschi, Yves Laplanche. Organizzatore Generale: Manolo Bolognini. Illibatezza – Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Rossellini. Fotografia: Luciano Trasatti. Interpreti: Rosanna Schiaffino, Bruce Balaban, Maria Pia Schiaffino. Il nuovo mondo – Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Jean-Luc Godard. Fotografia: Jean Rabier. Interpreti: Jean Marc Bory, Alexandra Stewart. La ricotta – Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini. Fotografia: Tonino Delli Colli. Interpreti: Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Edmonda Aldini, Ettore Garofolo, Tomas Milian. Il pollo ruspante – Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Ugo Gregoretti. Fotografia: Mario Bernardo. Interpreti: Ugo Tognazzi, Lisa Gastoni, Ricky Tognazzi, Antonella Taito.

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