Approfondimenti su “La ricotta”, scritto e diretto da Pasolini

Articolo di Gordiano Lupi

Laviamoci il cervello – Ro.Go.Pa.G. (1963) è un film composto di quattro episodi diretti da Roberto Rossellini, Ugo Gregoretti, Jean Luc Goodard e Pier Paolo Pasolini. La siglia Ro.Go.Pa.G. sta proprio a indicare le iniziali dei quattro registi. Il quarto episodio, intitolato La ricotta, è scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. Gli altri episodi sono: Illibatezza di Rossellini, Il nuovo mondo di Godard e Il pollo ruspante di Gregoretti.

La ricotta è un lavoro importante. La scheda tecnica vede la notevole fotografia di Tonino Delli Colli, i costumi di Danilo Donati, il commento sonoro di Carlo Rustichelli e il montaggio di Nino Baragli. Sergio Citti è aiuto regista. Interpreti e personaggi:Orson Welles (il regista, doppiato da Giorgio Bassani), Mario Cipriani (Stracci), Laura Betti (la “diva”), Edmonda Aldini (un’altra “diva”), Vittorio La. Paglia (il giornalista), Maria Berardini (la stripteaseuse), Rossana Di Rocco (la figlia di Stracci). Parti di secondo piano sono ricoperte da Tomas Milian, Ettore Garofolo, Lamberto Maggiorani, Alan Midgette, Giovanni Orgitano e Franca Pasut. L’episodio dura trentacinque minuti, girato in due mesi nei teatri di posa di Cinecittà e alla periferia di Roma. Vince il premio Grolla d’oro per la regia, a Saint Vincent, nel 1964. Si tratta della storia di Stracci, un sottoproletario perennemente affamato che interpreta il ladrone buono in un film sulla Passione di Cristo girato da un regista marxista ortodosso. La scena del film vede molti membri della troupe e comparse che in costumi religiosi ballano il twist in mezzo alla scenografia sacra. Quando la povera e numerosa famiglia va a far visita a Stracci sul set, l’attore dona loro il cestino del pranzo e permette che consumino un pasto sul prato. Stracci invece approfitta del caos, si traveste da donna e ottiene un nuovo cestino dalla produzione. Si accinge a mangiarlo, nascosto in una piccola grotta poco lontano dal set, ma subito arriva l’ordine di presentarsi in scena, e Stracci è costretto ad abbandonare il cestino dietro un sasso. Quando torna si accorge che il cagnolino della prima attrice si è divorato tutto il contenuto. Stracci piange come un bambino e accusa il cane di voler essere meglio di lui perché è “il cane de ‘na miliardara”. Nel frattempo sul set giunge un giornalista di “Teglie sera” per intervistare il regista che risponde alle domande retoriche con feroce ironia. Il cronista non comprende lo sfottò e ascolta attonito il regista mentre recita una poesia e gli spiega perché, secondo la sua ottica “marxista”, lui “non esiste”. Il giornalista se ne va e incontra Stracci nei pressi della grotta, si ferma ad accarezzare il cane e alla fine lo acquista da lui per mille lire. Stracci si vendica del maltolto e si libera del fastidioso cane della prima attrice, quindi col ricavato compra un gigantesco pezzo di ricotta. Ma proprio mentre sta per mangiarsi la ricotta viene richiamato sul set dal megafono e deve di nuovo lasciare il cibo nella sua grotta. Stracci viene legato sulla croce dove assiste allo strip-tease di un’attrice vestita da santa, mentre viene stuzzicato dai membri della troupe. Quando tutto è pronto, la prima attrice pretende di girare subito la sua scena, e la scenografia viene di nuovo smontata, per lasciare spazio alle interminabili riprese di un tableau vivant che riproduce la Deposizione del Pontormo. Stracci torna nella grotta dove mangia la sua ricotta, mentre comparse e tecnici, divertiti dallo spettacolo della sua fame incredibile, lo fanno cibare dei resti della scena dell’ultima cena, ormai già girata. Stracci mangia di tutto con avidità. Nel frattempo arriva il produttore con la stampa specialistica e vuole assistere alle riprese della crocifissione e della morte di Cristo, dove Stracci deve dire: “Quando sarai nel regno dei cieli, ricordati di me”. Al grido di “azione!” del regista la scena non parte. Stracci è morto di indigestione sulla croce. Il regista, senza ombra di commozione, commenta: “Povero Stracci. Crepare… non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo…”.

Pier Paolo Pasolini difese il suo film dalle dure critiche con queste parole: “Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”.

Si tratta in ogni caso di un film fuori dagli schemi di una rappresentazione tradizionale e di una iconografia asservita. Un altro lavoro, dopo Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), nel quale il fine primo dell’autore è quello di trasmettere messaggi politico-sociali. È il terzo film di Pasolini e pure qui il registra privilegia una storia che fa capo agli strati più umili ed emarginati della società. Le comparse, i generici, i figuranti del “film nel film” la cui storia viene narrata (e che rappresenta la Passione di Cristo) sono dei sottoproletari, dei “morti di fame”, come ci dirà lo stesso Pasolini attraverso la mangiata di ricotta a conclusione del film e della vita di Stracci. Ma compare anche la borghesia, nei panni rozzi e volgari del produttore e del suo entourage. E viene anche messa in scena l’integrazione sociale cui sembra essere pervenuto il regista marxista. La pellicola fu sequestrata con l’imputazione di vilipendio alla religione di Stato e durante il processo il Procuratore della Repubblica Di Gennaro presentò ai cattolici benpensanti il film come “il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”. Sull’onda delle vicissitudini giudiziarie, al film saranno apportati alcuni tagli: prima di tutto le tre ripetizioni de “la corona!”, lo spogliarello della generica Maddalena e la risata del generico Cristo. Poi si sostituisce l’ordine “via i crocifissi!” con “fare l’altra scena!”, l’espressione “cornuti” con “che peccato”, la frase finale “povero Stracci … crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione” con “povero Stracci … crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo”. Nel maggio 1964 la Corte d’Appello di Roma rende giustizia a Pasolini e lo assolve perché “il fatto non costituisce reato”. Le critiche e le motivazioni della persecuzione giudiziaria erano dettate da malafede. Pasolini aveva diretto un attacco frontale nei confronti della borghesia, questo era il motivo vero che scatenò la rivolta nei suoi confronti.
Il senso di questo attacco è contenuto nelle parole pronunciate dal regista Orson Welles, dirette al giornalista che gli chiede un’intervista:  “Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?”. “Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo”. “Che cosa ne pensa della società italiana?” “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. “Che cosa ne pensa della morte?” “Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”. Il regista Orson Welles, dopo aver letto una poesia di Pasolini (“Io sono una forza del passato…”), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo ride): “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera, se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio”.

La ricotta è una denuncia della decadenza morale dell’uomo contemporaneo. Pasolini si serve di uno dei simboli del cristianesimo, la Passione di Cristo, per rappresentare, attraverso l’immoralità della troupe di quel set cinematografico, il vero Cristo: Stracci. Stracci rappresenta il sottoproletario sacrificato al vuoto borghese e l’incarnazione reale e contemporanea del Cristo. Stracci viene sacrificato, condannato a morte dalla ferocia di un mondo gretto e teso al consumo a tutti i costi.  Dirà Pasolini di questo film: “L’intenzione fondamentale era di rappresentare, accanto alla religiosità dello Stracci, la volgarità ridanciana, ironica, cinica, incredula del mondo contemporaneo. Questo è detto nei versi miei, che vengono letti nell’azione del film […]. Le musiche tendono a creare un’atmosfera di sacralità estetizzante, nei vari momenti in cui gli attori si identificano con i loro personaggi. Momenti interrotti dalla volgarità del mondo circostante. […] Col tono volgare, superficiale e sciocco, delle comparse e dei generici, non quando si identificano con i personaggi, ma quando se ne staccano, essi vengono a rappresentare la fondamentale incredulità dell’uomo moderno, con il quale mi indigno. Penso a una rappresentazione sacra del Trecento, all’atmosfera di sacralità ispirata a chi la rappresentava e a chi vi assisteva. E non posso non pensare con indignazione, con dolore, con nostalgia, agli aspetti così atrocemente diversi che una sì analoga rappresentazione ottiene accadendo nel mondo moderno”.

Il film fu accolto con freddezza dalla critica, il motivo ce lo spiega Alberto Moravia: “La chiave del mistero va ricercata, secondo noi, oltre che nell’impreparazione culturale di molti critici, anche nella ingenua mancanza di tatto di Pasolini. Diamine: il regista nell’intervista dichiara: L’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa, ed ecco che scontenta così i partiti di destra come quelli di sinistra. Poi, peggio ancora, Orson Welles rincara: L’uomo medio è un pericoloso delinquente, un mostro. Esso è razzista, colonialista, schiavista, qualunquista, ed ecco scontentati tutti quanti. L’Italia del passato, infatti era il paese dell’uomo, in tutta la sua umanità; l’Italia di oggi, invece, è soltanto il paese dell’uomo medio”. Per quanto riguarda la partecipazione di Orson Welles nella parte del regista-marxista del “film nel film”, dice al proposito Carlo di Carlo, aiuto alla regia, insieme a Sergio Citti: “Riguardo La ricotta ricordo quel rapporto per me abbastanza assurdo con Welles. Pasolini lo volle a tutti i costi – e giustamente – perché nessuno meglio del mito Welles poteva esprimere e rappresentare il regista (cioè il regista del film nel film). Welles accettò la parte solo per un fatto economico (non sapeva neanche chi era Pasolini), chiese una cifra spropositata per un film così breve che fece rimanere in bilico la realizzazione de La ricotta per molto tempo. Ma poi le sue condizioni vennero accettate. Orson Welles non sapeva mai nulla quando arrivava sul set. Si informava poco prima di ogni ciak cosa si doveva girare, mi chiedeva le battute tanto per sapere, occhio e croce, di cosa si trattava, poi esigeva il gobbo. L’italiano lo masticava abbastanza e avrebbe potuto tranquillamente imparare le battute. La scena più eclatante della sua partecipazione al film fu quando doveva recitare la poesia di Pier Paolo: Io sono una forza del passato/ solo nella tradizione è il mio amore… . Allora Welles sulla sedia da regista venne posto al centro di una collinetta con gli occhiali abbassati tanto che potesse leggere (senza che lo si notasse perché favorito dal controluce) l’enorme gobbo che io gli tenevo a una distanza di quattro metri e sul quale avevo trascritto la poesia”.

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