Il Primo Maggio si sentiva una canzone

Articolo di Frank Iodice

Noi siamo i figli delle ovaiole, incubati nello sterco 
ecco la luce che meritiamo, quando usciamo dalla gabbia 
la rabbia che ci ha generati non finisce coi nostri padri 
i quadri in cui siamo dipinti non si vendono alle aste 
sono queste le nostre storie, sono storie tutte uguali 
le ali, non le abbiamo, mangiamo e procreiamo. 

Siamo la carne per il macello, il bordello dei pezzi grossi 
siamo scossi dalla colpa del castrato, siamo puttane 
lontane poesie d’amore e di eresia, abbiamo scritto di nascosto. 
Il posto in cui viviamo, il ventre di una vacca muta 
caduta, sfinita, partoriva da sola, gridava senza gridare 
nel mare del cordoglio ci muovevamo, piangevamo, brutti 
per tutti quei giorni di doglie e veglie. 

Siamo nati per sbaglio e per sbagliare, non ci battiamo per nulla 
sulla nostra tomba, non sapranno cosa scolpire: 
vissuto nell’incertezza di avere il potere dell’impotente 
oppure niente, una tomba bianca. 

Arranca qualche vecchio laburista, nascosto alla nostra vista 
l’artista una volta lo inseguiva, scriveva di lui. 
Noi non sapremmo cosa dirgli: ci segui, vecchio? 
Un secchio di seguaci è tutto ciò che abbiamo 
andiamo poco lontano, senza tenderci la mano. 

Siamo i figli dei padri innocenti, siamo nati senza denti 
non mordiamo, strappiamo i giornali, siamo peggio di animali. 
Grati ai potenti, che ci palpano il culo col mughetto 
per un pezzetto di pane amaro 
il nostro caro nome nel megafono strilliamo 
e contiamo nella busta: un po’ di caramella e un po’ di frusta. 

Il primo maggio si sentiva una canzone, sfilavano i nonni dei nonni 
insonni lotte per il nostro tempo, i cortei, li vediamo nei musei 
il popolo, lo vediamo nei musei 
ma nei miei insani sogni di libertà, tremano ancora le città 
corrono in strada le bandiere, le rose e i fiori 
i cori, i bambini, battiamo le mani 
i lupi verranno a mangiare i cani.

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