“Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo”, un tuffo suggestivo tra le macerie

Articolo di Gordiano Lupi

Era il giugno 1963, Pasolini aveva appena finito di girare La rabbia e Comizi d’amore, quando il progetto sul Vangelo divenne il suo primo pensiero e il produttore Alfredo Bini ritenne opportuno finanziare un viaggio di lavoro in Palestina per compiere dei sopraluoghi. Lasciamo stare se poi il regista non ne fece di niente e decise di ricreare la Palestina antica nel Sud Italia – Matera, Crotone, Puglie -, ma l’idea iniziale partiva da una scoperta dei luoghi reali dove tutto era cominciato. Consulente tecnico don Andrea Carraro della Pro Civitate Christiana di Assisi, ché Pasolini diceva di non essere credente, ma per fare un film sulla vita di Gesù Cristo cercava il sostegno della sola Chiesa per lui condivisibile, evangelica e francescana. I Sopraluoghi vennero girati tra Giordania, Siria e Galilea, nei siti storici descritti nel Vangelo, due settimane di riprese intense che non convinsero Pasolini a girare il film in Palestina. Il regista non era mai stato sicuro che fosse la scelta giusta, ma toccando con mano si rese conto che la location storica era persino inadeguata. Il materiale girato esisteva, allo stato grezzo, appena tagliato, con un rudimentale montaggio per sequenze; fu così che Pasolini – su richiesta di Bini – lo doppiò, improvvisando il testo con un commento fuori campo. Un film mai uscito nei cinema, reperto di grande valore storico – cinematografico, non distribuito, lavoro preliminare, bozza di massima, a uso esclusivo del futuro film. Cinema puro, grezzo, informe, gramsciano come lo intendeva Pasolini, un inno alla purezza dei volti, alla dolcezza espressiva dei poveri, degli arabi allegri, di un sottoproletariato mondiale che popola ogni sequenza. Pasolini ricerca un mondo biblico arcaico ma non lo trova, incontra solo sprazzi di modestia ed estrema povertà, mescolati a troppa modernità israeliana, una società fondata sui kibbutz e su metodi educativo – economico di tipo comunitario, oltre a fabbriche, grattacieli e città troppo popolate. Il regista immaginava il Lago di Tiberiade immenso, quasi un mare, quando lo vede nella sua modesta e piccola realtà, nella sua mente si fa strada un’idea nuova sul luogo delle Beatitudini. Il Monte Tabor è forse una delle poche cose rimasta allo stato naturale, poi tanta campagna verso Nazareth, che ricorda la Puglia (olivi e pianura), le montagne calabre (Crotone), la Sicilia e le pendici dell’Etna. Il prete che lo accompagna è un veneto molto razionalista, a Pasolini certe reazioni di don Andrea fanno venire a mente i discorsi dei parroci della sua infanzia, a Casarsa. Il commento del regista è il miglior modo per presentare il lavoro: “Per me spirituale corrisponde a estetico, non religioso. La mia idea che le cose quanto più sono piccole e umili, tanto più grandi e belle nella loro miseria, ha trovato uno scossone estetico, un’ulteriore conferma”. Per Pasolini resta importante essere andato nei luoghi di Cristo e aver calpestato il suolo palestinese, per assorbirne lo spirito e trarre nuova ispirazione, in fondo diversa da quel che immaginava. Pasolini trova modestia dove pensava grandiosità, per esempio il fiume Giordano, che definisce poeticamente solo un povero, piccolo, disperato fiume verde. I volti degli arabi sono interessanti nella loro spontanea naturalezza, addirittura animaleschi, selvaggi, troppo paleocristiani (sono volti sui quali non è mai giunta la parola di Cristo), del tutto inadatti a fungere da comparse in un film sulla vita di Gesù. Il sottoproletariato arabo affascina Pasolini ma non serve per il film che ha in mente di fare, come non è possibile utilizzare luoghi e facce di un’Israele troppo capitalista e moderna. Il regista trova fango e polvere, villaggi riarsi dal sole, desertici e poveri, popolati dai drusi (incrocio tra arabi e crociati), uomini troppo diversi dai palestinesi d’un tempo che non possono essere le giuste comparse di un film cristiano. E poi il Mar Morto, immenso come lo immaginava, la grandiosità di Gerusalemme (da ricostruire) che conferma le esperienze teoriche, i ricordi degli studi cristiani, tutto il resto è sublime ma non grandioso. Pasolini è deluso dai luoghi della predicazione (quattro montagne spelacchiate) ed è costretto a ripensare la sua idea di film, perché i luoghi visitati suggeriscono nuove possibilità poetiche. “Gli olivi dell’orto del Getsemani, a Gerusalemme, pieni di straziante naturalezza”, dirà come commento a una visione che non riesce a riferire in tutta la sua emozione.  Pasolini osserva un paesaggio bruciato dal sole, visita la grotta di Betlemme, infine abbandona quei luoghi pervaso dalla grande ossessione di ricostruirli nel Sud Italia che reputa simile e persino più adatto al racconto. In un solo viaggio passa dal puro e semplice – addirittura modesto e povero – alla grandiosità maestosa, quasi irripetibile. La bozza di lavoro girata dal regista documenta lo stupro selvaggio compiuto dal progresso ai danni dell’autenticità dei luoghi, deturpati da enormi complessi industriali che cozzano esteticamente contro la bellezza preistorica. Pasolini è convinto che in quella Palestina così cambiata il mondo biblico compare appena, affiora come un rottame in mezzo allo squallore modernista dei grattacieli di Nazareth e all’informe espansione edilizia di Betlemme. I sopraluoghi servono solo per decidere che la Palestina non è il luogo ideale per raccontare la vita di Cristo; restano un tuffo suggestivo tra le macerie di una storia inconclusa e irriconoscibile, un modo per trarre ispirazione e costruire un lavoro privo di retorica e sconvolgente come il Vangelo secondo Matteo.

Regia: Pier Paolo Pasolini. Commento in over-sound: Pier Paolo Pasolini. Interventi: Pier Paolo Pasolini e don Andrea Carraro. Musica: a cura dell’autore. Produzione: Arco Film (Roma). Produttore: Alfredo Bini. Riprese: giugno – luglio 1963. Esterni: Galilea – Lago di Tiberiade, Monte Tabor, Nazareth, Capharnaum; Giordania – Braram, Gerusalemme, Bersabea, Betlemme; Siria – Damasco. Durata: 52’ (1426 metri). 

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