Fenomenologia di Matteo Salvini

Articolo di Paolo Landi

In Toscana si racconta la novella di “Cecco grullo”, un ragazzotto che, se la madre gli dice “Cecco, metti due fagioli a bollire che io vado al mercato, così quando torno il pranzo è pronto” lui mette proprio due fagioli di numero in pentola, gettando poi la madre nella costernazione, ma potendo alzare le mani a sua discolpa, opponendo la sua innocente obbedienza a quell’ordine forse troppo preciso.

Salvini fa così. Se gli fate notare che un dirigente in vista del suo partito (consigliere regionale) dice “Se io avessi un figlio gay lo brucerei nei forni” risponde su Twitter, alzando anche lui le mani: “Adoro la libertà. Adoro la musica, l’arte, il sorriso. Adoro e difendo la libertà di pensare, scrivere, parlare, amare. Ognuno può amare chi vuole, come vuole, quanto vuole. E chi discrimina o aggredisce va punito come previsto dalla legge”. Cioè fa intendere che a lui non gli si può rimproverare niente, lui è specchiato, perché addirittura “adoooora” la libertà, la musica, l’arte e ognuno può pensare, scrivere, parlare e amare come vuole. 

Scantona sull’unica, vera risposta che ci si attenderebbe da lui, in merito all’idiozia proclamata sui media dal suo sodale di partito (e, ci giureremmo, condivisa da molti di quelli che li votano): “De Paoli ha detto una cazzata, dalla quale prontamente mi dissocio ora, se non l’ho fatto prima”. Salvini non la dice, e invece la prende larga, annacquando quella frase gravissima nel mare del porco comodo di fare e dire quel che ci pare e piace, come se quella frase che offende, come direbbe lui, l’intelligenza di sessanta milioni di italiani (meno due, evidentemente, chi l’ha detta e lui) fosse il fagiolo che Cecco grullo ha buttato in pentola, lasciandolo lì a bollire solo soletto però tranquillo, perché mamma Salvini lo inserisce poi nella fagiolata immaginaria di una Lega che si nutre ogni giorno del migliore pensiero radicale e, figuriamoci, i leghisti sono per l’amore libero, ci mancherebbe, basta che lo pratichino i figli degli altri.

Se Salvini viene fotografato mentre stringe la mano al capo ultras del Milan Luca Lucci, condannato ripetutamente per spaccio e violenze gravi e sospettato di connivenze con la ‘ndrangheta e la criminalità organizzata, a chi gli fa notare che non sarebbe opportuno per un Ministro dell’Interno (quando sorrideva abbracciato a Lucci era questo il ruolo di Salvini) farsi vedere con quel genere di delinquenti, lui risponde: “E’ un indagato in mezzo agli indagati”. Qui i fagioli sono tanti, Cecco grullo ha rovesciato nella pentola un intero barattolo, cosa vuoi che sia, un fagiolo più uno meno, il mal comune, si sa, è mezzo gaudio, la totalità, direbbe il filosofo, azzera la responsabilità del singolo. 

Salvini ha una passione per l’intero, non gli interessano i trascurabili fatti individuali, lui vola alto. Se un leghista spara a un extra-comunitario così per gioco, lui dice che “la criminalità va sempre punita, di qualunque colore sia l’assassino”. Interrogato sui femminicidi risponde che “non c’è differenza tra uomini e donne, anche se una donna uccide un uomo deve andare all’ergastolo”. In questo modo lui fa come Cecco grullo quando esegue alla lettera l’ordine della madre: alza le mani, chi più innocente di lui? Cosa gli si può dire a cotanto garante della differenza di genere, che in bocca a lui sembra ormai cosa vecchia e superata, e dell’applicazione esatta della legge uguale per tutti?

La Lega di Salvini, a leggere i suoi tweet, sembrerebbe il partito dell’amore promiscuo, della parità raggiunta tra uomini e donne, del garantismo più limpido, dove tuttavia ognuno deve sentirsi libero di dire e fare quello che cazzo vuole e se dice una fesseria sesquipedale o ammazza uno facendo tiro a segno, o stringe la mano a un delinquente, o suona a un citofono chiedendo se lo spacciatore è in casa mentre riveste il ruolo di Ministro dell’Interno, questo attiene alle libertà individuali che, ci mancherebbe, non debbono mai venir meno, essendo garantite dalla Costituzione.

Proviamo allora a spiegare a Salvini, con calma e argomentando con semplicità, come se lo spiegassimo al nonno un po’ intronato, perché alla frase “Se avessi un figlio gay lo brucerei nei forni” lui non avrebbe dovuto rispondere menando il can per l’aia e tirando in ballo la classifica delle cose che “adoooora“, ma avrebbe dovuto invece entrare nello specifico, prendendo le distanze da quella esternazione infelice e da chi l’ha pronunciata, per il rispetto almeno che dovrebbe non tanto ai suoi elettori, che lo applaudono comunque sia che si faccia un selfie mentre mangia la porchetta sia che ne dica una delle sue contro L’Europa, ma ai suoi avversari politici, che rimangono spesso senza parole, ammutoliti da tanta sfacciataggine.

Glielo spieghiamo “da papà”, formuletta inventata da lui e a cui lui ricorre, tirando in ballo i figli e strumentalizzandoli biecamente ogni volta che può.

Immaginiamo (per finta) che il figlio di Salvini sia vittima di bullismo: gli rubano tutti i giorni la merenda. Non è quello l’unico atto di bullismo nella scuola. A una bambina tirano sempre le trecce, a un professore spremono un tubetto di dentifricio sulla sedia eccetera. Alle rimostranze di Salvini il preside allarga le braccia: “Gli atti di bullismo vanno puniti tutti, nessuno escluso. Ma io adooooro la libertà. Adoro la musica, l’arte, il sorriso. Adoro e difendo la libertà di pensare, scrivere, parlare, amare, rubare le merende, farsele rubare e farsi le trecce per farsele tirare”. E lo congeda, con una stretta di mano.

Salvini ci ripensa: “Sì, la libertà va bene…ma…e le merende di mio figlio? Se le rubassero a tutti non dico…ma le rubano solo a lui…devo tornare indietro e dire al preside che deve prendere un provvedimento per lui, bisogna occuparsi di mio figlio, altrimenti continuerà a non poter mangiare i panini che tutte le mattine gli preparo”.

Ecco, è un po’ così anche con la legge sull’omofobia. C’è un accanimento contro qualcuno di preciso, per questa ragione questo “qualcuno” va difeso precisamente, tirandolo fuori dalla massa di quelli che vengono genericamente vessati. E’ chiaro che la legge punisce gli autori di un crimine, qualunque esso sia e chiunque siano coloro che lo compiono, ma ci sono crimini che hanno bisogno di una legge speciale perché non si può applicare il principio di uguaglianza della pena a chi viene insultato o picchiato o ucciso in modo disuguale (nessun eterosessuale è vittima di queste stesse violenze per il suo orientamento, se c’è ancora bisogno di ribadire questo evidentissimo concetto ai cecchi grulli). Ci siamo spiegati, Presidente Salvini? Le è chiaro ora che per cercare di far desistere fascisti e razzisti dal picchiare quel che le loro menti malate vedono come “diverso” c’è bisogno di una legge speciale? Lo vuole spiegare anche lei, per favore, ai De Paoli del suo partito che non sta bene insultare picchiare bruciare nei forni qualcuno perché non approvano con chi gli piace andare a letto? 

Giorgia Meloni chiederebbe “sommessamente” a Salvini di finirla una buona volta di buttare sempre tutto in vacca con gli elenchi delle cose che “adora” e di cominciare ad occuparsi finalmente di quelle che meritano un’attenzione particolare. Lui avrebbe questa appassionante responsabilità: espellere i trogloditi dalla Lega (cominciando da uno che conosce bene, prendendosi un lungo periodo sabbatico) facendone un partito non dico da votare, quello mai, ma almeno un partito di cui gli avversari non si vergognino, costretti come sono ad ostentare quella antipatica superiorità, tutte le volte che devono polemizzare.

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