Strage di Capaci: “arrivai mentre alcuni barellieri portavano via ciò che restava di Antonio Montinaro, il capo scorta del giudice Falcone”

Articolo di Franco Lannino

Non mi era mai piaciuta. La Fiera del Mediterraneo sapeva di sagra di paese, negli anni si era molto provincializzata. Ma anche quell’anno ero li, all’inaugurazione. Il giornale L’Ora aveva chiuso da  due mesi ed io che ci avevo lavorato dovevo reinventarmi per trovare la mia dimensione. Lavoravo free lance in quei mesi, anche se non ne avevo voglia ero andato li, in fiera per fare qualche scatto alla solita passerella di pavoni, politici soprattutto, ma non solo. Con la noia in corpo e la voglia di tornare  a casa dai miei cari, scattai svogliatamente qualche foto alla rivista al picchetto d’onore dei militari schierati. Non ricordo chi era il politico di turno che tagliava il nastro, e francamente non me ne importava. Ricordo invece alla perfezione nome e cognome del poliziotto che mi avvicinò e mi disse: “Franco cosa fai ancora qui?” “Vai a Isola delle Femmine, c’è stata un’esplosione alla cementeria, sembra ci siano dei morti”.

Non me lo feci dire due volte, mollai tutto e scappai via. Ero in automobile, una della rare volte, in genere giravo in Vespa. Doveva essere un sabato tranquillo. Ma era il 23 maggio del 1992, un giorno che di tranquillo non ebbe nulla. “Volai” verso la circonvallazione e a velocità sostenuta mi diressi verso l’autostrada direzione Trapani. All’altezza di Tommaso Natale l’amara sorpresa, Non si passa! Vidi e sentii le acute sirene di due ambulanze sfrecciare verso Palermo. Non sapevo cosa fare. Dovevo andare sul posto, io facevo il fotoreporter, ero obbligato ad andare! Mi convinsi che a piedi sarei comunque arrivato. “Che saranno cinque chilometri a piedi!” Mentre pensavo a questo, come in un film d’azione vidi un mio collega giornalista, Franco Nuccio, allora giovane cronista dell’Ansa che a bordo della sua motocicletta, una Guzzi modello California, si faceva strada per andare a Capaci.

Si Capaci, così uno dei vigili urbani del posto di blocco ci disse. A Capaci è saltato per aria un pezzo di autostrada. Sembra un attentato e sembra che sia morto un giudice e alcuni uomini di scorta. Saltai sulla moto dietro a Franco e lo spronai a lasciare l’autostrada e a prendere la bretella laterale. Fu così che in pochi minuti arrivammo. Eravamo sotto il luogo dove i 500 chili di tritolo squassarono quelle due strisce di asfalto. Arrivai mentre alcuni barellieri portavano via ciò che restava di Antonio Montinaro, il capo scorta del giudice Falcone. Antonio e gli altri due agenti, Vito Schifani e Rocco Dicillo li tirarono fuori con grande fatica da quella che si intuiva essere un Fiat Croma marrone. Poi mi accorsi che risalendo la china che portava sulle corsie dell’autostrada c’erano alti mezzi, altre due Fiat Croma e alcune vetture che sembravano bombardate. Esatto, bombardate, perché tutti noi che eravamo presenti cercavamo mentalmente di ricostruire L’accaduto.  Chi pensava che fossero state sganciate delle bombe di aereo, chi pensava che fosse stata un auto bomba. Pian piano la verità emerse. Ed emerse dal quel grande cratere su cui tutti noi ci muovevamo. Una bomba dal basso, una bomba seppellita sotto terra! La scena era da guerra, non puoi scordare quelle immagini e soprattutto quelle sensazioni.

C’era caldo ma piovigginava, c’era sgomento ma c’era anche adrenalina, c’era tristezza e c’era rabbia. “E che ci hanno messo una bomba atomica?” urlò un poliziotto. Io scattavo, prendevo foto come un automa, velocemente come se il mio cervello fosse un computer, cercavo di concentrarmi sui dettagli più importanti, come solo un fotografo di cronaca di “razza” sa fare. E quindi “fuoco” sulla Croma bianca, era quella l’auto dove viaggiava il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e l’autista (rimasto miracolosamente vivo), Giuseppe Costanza. Per me quello era il soggetto, la Croma bianca, quasi l’unico, che dovevo evidenziare. E lo feci, certo che lo feci! Bianco e nero, colore e diapositive, come quasi una dea Calì, le mia mani afferravano le fotocamere e scattavano. Tempi, diaframmi, cambio ottiche, tutto automatico, lo sapevo fare molto bene. Non rimasi molto sul posto, dovevo tornare e sviluppare le foto.

Si, perché in quegli anni il digitale, gli smart phone e whatsapp erano parole astratte, se un alieno fosse venuto dal futuro ce lo avesse detto e spiegato gli avremmo riso in faccia. Quindi di ritorno, verso la città, dietro al sellino di un motorino, questa volta un piccolo “Ciao” della Piaggio, di un ragazzino che mi diede un passaggio verso Palermo. L’auto ripresa a Tommaso Natale e le corsa pazza verso il mio studio. Lo sviluppo dei negativi, poi le stampe – rigorosamente in bianco e nero – essendo sabato pomeriggio nessun laboratorio a colori era aperto. E poi via, in via Emerico Amari, nella sede siciliana dell’Ansa, al quarto piano, ad infilare la foto nell’apparecchio delle “telefoto” che sarebbe stata inviata a tutti gli organi di stampa in abbonamento. La prima foto che avrebbe mostrato al mondo intero cosa fosse stata capace di organizzare la mafia sulla  A-29 quel dannato pomeriggio. Quella foto stampata male e fissata velocemente che avrebbe conquistato tutte le prime pagine e le copertine di tutti i giornali del mondo. Era il 23 maggio 1992.

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