8 giugno 1290 muore Beatrice: una donna vestita di virtù

Articolo di Nicolò Mineo

È stato detto alla grande, dopo Ozanam, da Borges – ma Eliot ha la sua parte – che la scena purgatoriale dell’incontro del pellegrino Dante con Beatrice nel Paradiso terrestre (dei canti XXX-XXXI) sia stata sin dalla conclusione della Vita Nova il grande progetto di rappresentazione, vera idea-mito, coltivata dal poeta nei lunghi anni tra primi del decennio Novanta e tempo del poema.

Forse davvero la promessa che conclude l’operetta giovanile racchiude l’idea di una futura nuova immaginazione ultraterrena e quindi di una composizione poetica che sia in qualche modo riconoscibile nel poema a cui avrebbe «posto mano e cielo e terra» (Par., XXV, 2). Leggiamo nell’ultimo capitolo della Vita Nova, in quel capitolo XLI che, col suo triplice appello a Dio – «colui» – e con l’ultima frase, in rispondenza all’inizio del primo capitolo, in latino, vuol chiudere il tutto dandogli una impronta quasi agiografica:

Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus.

La «sua donna», cioè la sua signora – domina – nel senso del rapporto feudale di vassallaggio, la donna amata da colui che dice “Io”, è in «gloria», santificata. Un libro, la Vita nova, che nasce, sulla scia ma anche a integrazione di Agostino, dalla memoria (I, 1) e alla memoria si affida per il futuro6. La decisione, secondo le più recenti proposte, si sarebbe risolta in un primo tempo non tanto nella ipotetica, famosa, stesura dei primi sette canti dell’Inferno quanto in un tentativo di poesia in latino, di cui sarebbe testimonianza l’altrettanto ipotetica – forse dell’ambiente di Giovanni del Virgilio – e famosa lettera di frate Ilaro. Ma è opportuno riflettere ulteriormente. Il brano conclusivo dice in vero di un progetto in atto – «studio quant’io posso» -. Un progetto – fosse i sette canti o il poema latino o altro – che poteva essere compiuto in «alquanti anni». E poi la morte, che sarebbe stata un perpetuare in cielo la condizione interiore acquisita nell’ultimo approdo. Il fallimento del progetto dipese o da difficoltà soggettive di portarlo avanti o dal profilarsi di nuovi interessi di scrittura. Solo dopo molti anni si sarebbe riproposta come possibile la meta allora prefissata. E Dante non avrebbe avuto bisogno di riavere sue carte rimaste a Firenze, come racconta la stessa leggenda, poiché non avrebbe avuto difficoltà a ricordare a memoria.

Basti un accenno a proposito della datazione della composizione della Vita nova, per cui la proposta più motivata è 1292-12938. Per la conclusione però, si può pensare anche ai primi del 1294, per cui può esser tenuta in conto l’indicazione del Convivio (II, II, 1-2) sulla apparizione della donna gentile. Quanto all’inizio, si dà per scontato che non sia stato anteriore alla scadenza dei due anni dalla morte di Beatrice. Cosa che non mi sembra del tutto pacifica: Dante non potrebbe aver pensato ben presto a rievocare tutta la vicenda già dopo la morte di Beatrice ed aver aggiunto dopo i capitoli che raccontano dei due anni successivi? Una datazione comunque che induce a tutta una serie di considerazioni in rapporto alle nuove poesie e alle narrazioni autobiografiche di Dante, nella loro particolare natura, relative ai primi anni del decennio Novanta.

Nel corso dell’esperienza conoscitiva soprannaturale passerà da apprendimento in apprendimento. Che l’amore cortese, in una sua scorretta interpretazione e pratica, possa essere rovina per l’eternità o comunque colpa ha capito nell’incontro con Paolo e Francesca, nel secondo cerchio dell’Inferno, nella constatazione che un Cavalcanti può non essere un eletto, nel sesto cerchio della stessa cantica, e nel settimo girone del Purgatorio, nell’incontro coi grandi poeti d’amore. Che sia negativo l’eventuale esito poetico di una forma di vita disordinata ha implicitamente riconosciuto nell’incontro del sesto cerchio purgatoriale con Forese. Insieme apprende, per quanto riguarda il piano delle scelte politiche ed etico-politiche, incontrando Farinata, Pier delle Vigne, Brunetto, che è sbagliato compiere scelte univoche e drastiche, consapevolezza che può estendersi e riguardare anche la poesia che si costituisca in base alle relative tematiche. Il che poteva portarlo a giudicare in termini più problematici tanta parte della sua poesia postvitanovistica. O avrebbe potuto.

Tendo a credere d’altra parte che l’unica donna vera della produzione poetica e trattatistica di Dante sia stata Beatrice. Credo alla sua testimonianza cioè. Vero è che si potrebbe sostenere che le varie donne della poesia di Dante siano in realtà solo immagini di donne, mentre il vero referente sia l’amore. Nessuna donna reale cioè. Ma in ogni caso penserei che quelle immagini siano quasi sempre epifanie di uno stesso volto, anche se immaginario. Quello di una figura chiamata Beatrice. Il «mito personale» di cui ci disse Charles Mauron. La prospettiva edipica, col nesso desiderio proibito, desiderio di sofferenza, punizione, è una possibilità non eludibile, ma inerte per la definizione della specificità delle concrete realizzazioni testuali. Su tutto ciò bisognerebbe riflettere.

Ora è opportuna fissare alcuni punti in relazione all’idea di amore come rapporto duale di ordine sentimentale e sessuale. Assumo come teoria specifica di riferimento per la definizione della categoria di amore quella di Clipe Staples Lewis. Una teoria generale e generica dell’amore porta a riconoscere per questo sentimento una pluralità di obiettivi. Di sostanza unica e in reciproco rapporto e rispondenza, anche se differenziati e dislocati. Me li rappresento in forma di cerchi sempre più ampi, ma l’uno dentro all’altro sino al più piccolo. Da l’amore per Dio, come totalità, a quello per la natura naturata a quello per gli uomini, come genere, come popoli, come gruppi, come famiglie, come singoli esseri. Il termine Dio può essere inteso sia in senso proprio che in senso figurato. In questo caso corrisponde alla nozione di totalità. E amore per Dio significherà pacificazione e integrazione nella totalità: la felicità in questa vita come valore in sé, come analogia con la felicità nella trascendenza.

Può avvenire che i vari obiettivi divengano oggetti sostitutivi nel senso che quello meno comprensivo sostituisca quello più comprensivo. E ne divenga simbolo. Avviene in tal caso che l’oggetto sostituente riceva un investimento affettivo assolutamente superiore alla sua consistenza e dimensione reale. Nel caso dell’amore per la singola persona in una condizione siffatta l’investimento non può non travalicare la realtà effettiva della persona. Per cui si esalta la sua qualità simbolica e può divenire essa stessa sostituto di Dio o della totalità. Questo amore, è vero, può esser vissuto come possesso o aspirazione alla totalità in quanto vissuto come un realizzarsi nella natura. È comunque uno spostamento degli investimenti dalla sfera dell’universale e del generale alla sfera privata. Privata in un senso molto particolare nel caso dell’amore cortese.

A una sbrigativa e ingenua «anatomia», l’oggetto di amore poi può essere scelto e sentito come irraggiungibile. L’innamorato può vagheggiarlo e volerlo proprio in quanto irraggiungibile, per volontà di non raggiungerlo. Mantenendolo così sempre come ideale e come mito. In letteratura è la poesia lirica. Se vuol raggiungerlo o addirittura lo raggiunge, secondo le pratiche reali o i punti di vista, si verifica il tragico, nella vita o nella rappresentazione letteraria. Saranno Tistano e Isotta, Paolo e Francesca. Può aversi infine una raggiungibilità nel mondo dell’amore come essenza del divino: Beatrice e Dante.

Le considerazioni fin qui svolte finiscono per imporre una domanda che la più recente critica sembra ignorare o ritenere irrilevante, ma che ugualmente pervade, latente, ogni riflessione sulla poesia di Dante. Beatrice fu donna vera o finzione poetica? E che pensare delle altre supposte donne di questa poesia?

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