Gabriele D’Annunzio, il vate

Articolo di Gordiano Lupi

In questo esilio dorato dove sono stato consegnato a ricordare quel che sono stato, mi è concesso soltanto rivedere le numerose sequenze del passato, pure quelle che non vorrei aver vissuto. Mussolini mi fa sorvegliare, si fa scrivere rapporti dettagliati su ogni mia frase, su tutti i malumori di cui mi mostro ancora un po’ capace. So bene quel che dice, cosa pensa, che sono soltanto un bardo invecchiato, un uomo inutile, comunque mi preferisce amico, mi copre d’oro e d’onori, accoglie i miei appelli e i desideri. Son pur sempre le brame d’un poeta che ha reso grande la sua patria, d’un eroe, d’un comandante pluridecorato, medaglia d’oro che più non comanda aerei e torpediniere, non conquista terre, non getta manifesti, ma c’è chi l’ascolta ancora tra la folla e potrebbe far cambiare qualche idea sul conto dei tedeschi, su questi assurdi alleati, i peggiori della storia. E allora penso, nel silenzio lacustre del mio mondo, affacciato alla tolda della nave, mentre osservo i lavori d’un anfiteatro che non vuol finire, ricordo d’un tratto tutto il mio passato.

Nasco a Pescara, il 12 marzo 1863, non sto molto con i miei pastori, tra montagne boschive e mare inquieto; seguo la scuola superiore in quel di Prato, collegio Cicognini, mi diplomo liceale, scrivo versi carducciani che piacciono al Chiarini. Primo Vere si stampa che ho solo sedici anni, studente modello mi presento a Roma, facoltà di lettere, ingegno precoce, mi cercano riviste letterarie dai nomi altisonanti come Fanfulla e Capitan Fracassa. Le alzate d’ingegno segnan la mia vita, con le decisioni non sto tanto a pensare, prima le prendo, poi medito se sono fatte bene; non ho che vent’anni quando mi sposo con la duchessina Maria Hardouin e dopo poco nasce Mario, a Pescara, il primo dei miei figli. Cosa volete che sia un matrimonio, continuo a frequentare il bel mondo degli artisti, donne ed esteti, uomini raffinati, pure se non son come loro, sfoggio ben altro stile, amo lavorare, vivere d’arte, per le mie creazioni. Sì, lo so che tanta gente scrive ancora che son senza morale; sono loro a non averla, critici severi e un po’ bigotti che con le donne non ci sanno fare, il problema è tutto loro, d’un arnese che forse non si rizza o troppa invidia per le mie conquiste. Io certo che ho avuto una morale, tutta la mia vita per la letteratura è la morale, novelle e rime, romanzi, scritti di giornale. Il piacere è la mia prima prova lunga, vergata di getto a Francavilla, nel convento di Santa Maria Maggiore; poi vado a Roma, la città più amata, infine a Napoli – il golfo della mia vita, via Caracciolo e le donne profumate di sale e salmastro, non solo dolci effluvi -, dove scrivo L’innocente e Giovanni Episcopo insieme ad altra roba che non rammento, ora non ho tempo, ci pensino i biografi. A Napoli scrivo su Il Mattino ed è qui che nasce il mio capolavoro, sotto al Vesuvio, in faccia a Mergellina, compongo le strofe del Poema paradisiaco, il canto più caro, il poema del ritorno. Muore mio padre e io torno davvero nel mio Abruzzo, scoccar dei trent’anni, separato da mia moglie, sto a Francavilla dove scrivo Le vergini delle rocce, poi viaggio in Grecia, vedo mari e colli, scogliere pietrose, ulivi e vigne. Eleonora Duse è così bella, la vedo come un sogno, resta l’amore d’una vita intera, per lei scrivo persino di cinema e teatro, il testo di Cabiria, Francesca da Rimini e Sogno d’un mattino di primavera, come la stagione in cui son nato. La mia idea di letteratura è come la vita che conduco, sfrenata e intensa, materialismo eroico, volontà di potenza, filosofia che non conosce eccessi, perché il vivere stesso è esagerare, non limitarsi, lasciar che l’esistenza ti prenda per mano, ti porti sul bordo d’un vulcano. La vita è dominio del più forte, del più dotato; comanda il superuomo, come dice Nietsche, chi ha doti eccezionali, al di là del bene e pur del male, come scrivo in un gesto autobiografico, nel 1900, componendo una prosa come Il fuoco. Vivo in Toscana, faccio politica, confusa come sempre, un po’ a destra, un po’ a sinistra, infine socialista, soprattutto scrivo versi, compongo laudi per sere fiesolane, lungo l’Affrico, vedo scendere sere dai visi di perla e dai grandi umidi occhi, ove si tace l’acqua del cielo. Vate son sempre stato, non posso evitare di predir futuro e un po’ come Cassandra non essere ascoltato; ancora è presto, per ora mi dedico agli eccessi, mi gioco tutto, dissipo sostanze ereditate, ville fiorentine, poi come una fenice, rinasco dalle ceneri bruciate. Fuggo i debitori in un esilio parigino di cinque anni, accolto dagli amici, la Francia mi resterà nel cuore, mi sento amato, ma l’Italia è la patria che celebro festeggiando la guerra contro i turchi e pure la conquista della Libia. Quando scoppia il conflitto son interventista, rientro in Italia, a Quarto tengo un gran discorso tutto scintille, parola e azione, ché subito prendo il volo col mio aereo, faccio scendere in campo il superuomo. Scrivo il Notturno che sono quasi cieco, ferito in guerra, a Trieste, durante un atterraggio; combatto ancora, a Parenzo, insieme ai fanti; volo su Pola, poi nel diciotto, con tre torpediniere, forzo la baia di Buccari, infine il 9 agosto volo su Vienna e lancio manifesti, mica bombe, son pur sempre un poeta. Medaglia d’oro al valor militare, eroe di guerra per superbe imprese, non come Mussolini che millanta, un anno al fronte e infine riformato. E mica finisce qui, ché poi c’è Fiume, il periodo più bello della vita, quasi due anni a capo d’uno Stato che diventa la mia città dei sogni, il dominio incontrastato d’un poeta. Ultimo atto d’una grande vita, pure se mi scacciano a colpi di cannone, fuggo con i miei legionari verso il declino, verso il mio tramonto, il tempo passa, gli anni da contare, la vecchiaia a passi cadenzati. Mi ritiro a Villa Cargnacco, dalle parti di Gardone, grazie a Maroni diventa un mausoleo, immagine di vita dissoluta, tra anfiteatri, navi con la prua persa nel lago, stanze di arazzi e tappeti, lenzuola inamidate. Le mie ultime amanti e i miei eccessi, tra penne di pavone e leggende costruite, rivedo tanti libri del passato, osservo lo sfracello che c’è intorno. Muore Marconi, il mio amico che inventò il telegrafo, Mussolini mi nomina Presidente d’Accademia, solo per poco, non faccio in tempo neppure a pronunciare quel bel discorso che avevo preparato. Il duce lo vedo a Verona, quando torna da Berlino, gli dico che sta sbagliando tutto, lui non ascolta, ormai si fida solo di quel povero pagliaccio nibelungo che si muove come un piccolo Charlot. Sarà la fine. Non per niente sono un vate. Scrivo il Libro segreto sfogliando i miei ricordi. Profeta sono, purtroppo, del futuro, come son morto resterà un mistero, emorragia cerebrale, overdose di farmaci, cocaina, forse avvelenato … in fondo sono soltanto affari miei. Mussolini viene a vegliarmi al funerale, con lui c’è Starace, stanno con me quasi un quarto d’ora, pure troppo per loro, soprattutto per lui che pensavo un superuomo. Ecco, su questo punto mi son proprio sbagliato, il solo vaticinio dove son stato troppo fiducioso. E adesso non vi domandate se fascista son stato o non son stato, un superuomo come me poteva essere soltanto dannunzista. Vivere d’arte, era la mia morale. Resta soltanto il tempo di tornare, sono davvero stanco di mentire …

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