Ubaldo Ragona, l’ultimo uomo della terra

Articolo di Gordiano Lupi

Ubaldo Ragona è un poco noto regista italiano nato a Catania nel 1916 e morto a Roma nel 1987. Si tratta del fratello di Claudio (direttore della fotografia), attivo come cineamatore, giornalista (diresse la rivista Passo ridotto) e regista di quattro lungometraggi: due documentari (Il fiume dei faraoni – 1955 e Baldoria nei Caraibi, 1957) e due film a soggetto (L’ultimo uomo della terra – 1964 e Vergine per un bastardo – 1966). Nella storia del cinema horror italiano, ricordiamo Ragona solo per aver diretto L’ultimo uomo della terra,una delle prime pellicole a tematica soprannaturale, portando sullo schermo un’interessante figura di vampiro – zombi inserita in un’inquietante atmosfera  fantahorror.

Vediamo la trama originale, che anticipa storie simili confezionate negli anni Settanta – Ottanta. Il dottor Robert Morgan (Vincent Price) sembra l’unico sopravvissuto dopo un’epidemia virale che ha distrutto il genere umano, riportando i cadaveri in vita sotto forma di zombi che si muovono di notte come i vampiri. Il dottor Morgan è immune al contagio, non conosce il motivo, forse è l’eletto, forse è stato morso da un pipistrello che l’ha immunizzato. Vive come un giustiziere, durante il giorno elimina i cadaveri, bruciandoli in una discarica, di notte si rifugia in casa per sfuggire agli attacchi. Gli zombi – vampiri temono aglio e specchi, Morgan lo sa bene e circonda la casa di simili oggetti. Un giorno scopre che sulla terra ci sono altri uomini, ma non proprio come lui. Si tratta di persone contagiate che hanno scoperto un antidoto da iniettare ogni giorno per allontanare l’insorgere del male. Morgan conosce una donna contagiata, si rende conto che con una semplice trasfusione il suo sangue potrebbe salvare il genere umano. Troppo tardi. I sopravvissuti l’hanno condannato a morte perché ha giustiziato molti compagni e l’esecuzione avviene – in maniera simbolica – sull’altare di una chiesa. Il finale è inquietante, perché il pianto di un bimbo e le parole del moribondo fanno capire che il genere umano ha perso l’ultima speranza di salvezza.

L’ultimo uomo della terra è tratto in maniera molto fedele da Io sono leggenda (1954), stupendo romanzo di Richard Matheson, e secondo molti critici (si veda Rudy Salvagnini – Dizionario dei film horror) dovrebbe essere prodotto dalla Hammer, ma l’operazione non va in porto per problemi di censura. Il film viene realizzato in Italia da Lippert, vecchio collaboratore della Hammer, ma il risultato resta ottimo. Ubaldo Ragona ambienta la storia in una Roma spettrale e deserta, girando in un livido bianco e nero, una storia nera e senza speranza. Le suggestioni di George Romero ne La notte dei morti viventi (1968) – pure ispirato al romanzo di Matheson – provengono da questa pellicola, momento indimenticabile del cinema italiano. In seguito Boris Segal porta sul grande schermo ancora una volta il romanzo di Matheson con 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (1971). Nel 2008, Francis Lawrence realizza Io sono leggenda, remake moderno e banalizzante della pellicola, ancora una volta ispirato al romanzo di Matheson. Nei panni di Vincent Price troviamo Will Smith, che agisce come un eroe da videogame in uno scenario che risente delle atmosfere inquietanti del dopo 11 settembre. Da evitare se avete più di quindici anni.

L’ultimo uomo della terra è calato in un’atmosfera cupa e inquietante che anticipa il genere postatomico. Siamo in una terra del futuro, dove lo scenario di vite umane è composto da un giustiziere che si muove tra cadaveri e corpi di assurdi ritornanti. L’ambientazione vorrebbe essere americana (Los Angeles), ma è evidente che ci troviamo a Roma, sia per la tipologia di auto, che per le strade e i quartieri della capitale. A un certo punto riconosciamo la scalinata dell’Eur coperta di cadaveri, ma pure la periferia romana tra pini e campagna. Il film è girato a basso budget nel quartiere dell’Eur e rappresenta un prototipo importante per le successive atmosfere horror. La pellicola realizza un quadro apocalittico e realistico di un mondo futuro, contaminando fantascienza e horror, dispensando in piccole dosi momenti romantici e drammatici che rendono la storia più vera. La cosa più riuscita è l’atmosfera livida e spettrale, tra vento e desolazione, il quadro di un mondo senza speranza, vuoto e silenzioso, popolato da zombi che si muovono di notte e cadaveri da bruciare. Il film è girato con crudo realismo ed è accompagnato da un commento musicale intenso, realizzato da Paul Sawtell e Bert Shefter, che sottolinea i momenti di maggior tensione. Il montaggio di Lilia Silvi è privo di momenti morti, così come è perfetta la fotografia di Franco Delli Colli, che presenta una Roma livida e deserta come non l’avevamo mai vista. Un lungo flashback – inserito come parte onirica – spiega l’antefatto e la diffusione del contagio che il dottor Morgan non è riuscito ad arrestare. Molto toccante la parte in cui assistiamo alla morte della figlia che prima diventa cieca e subito dopo viene bruciata per non farla diventare zombi. Altrettanto intensa è la sequenza con la moglie che muore, il marito si limita a seppellirla e lei ritorna a casa come morto vivente. Sono molto ben costruite le caratteristiche degli zombi – vampiri, che si muovono di notte barcollando (come i morti viventi di Romero), possono essere ostacolati da aglio e specchi, ma soltanto un paletto di legno o di metallo appuntito nel cuore può farli morire. Il film consegna anche un breve messaggio morale: “L’uomo può andare avanti anche senza una ragione, soltanto per sopravvivere”. Inoltre il regista – in sintonia con Matheson – non lascia speranze per una redenzione del genere umano, che uccide il suo salvatore sulla scale di una chiesa, credendolo un nemico.

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