Attrici, fascismo e telefoni bianchi

Articolo di Gordiano Lupi

Nel cinema italiano degli anni Quaranta incontriamo storie che fanno grande scalpore come quella relativa all’amore che lega Doris Duranti al gerarca fascista Alessandro Pavolini. Un amore vero, che nasce nel 1942 sotto il fuoco dei bombardamenti e va avanti sino alla fine del fascismo e alla morte del gerarca. Doris Duranti, “l’orchidea nera” del cinema fascista, sta girando Carmela di Flavio Calzavara quando si innamora di Alessandro Pavolini, un fedelissimo di Mussolini. Lei non si interessa di politica, ma è affascinata dal potere di quell’uomo deciso e determinato che è ministro della cultura del fascismo.

Doris Duranti nasce a Livorno nel 1917 da una famiglia benestante composta da un padre anarchico e antifascista e una madre bigotta che insiste per farla studiare dalle suore. Doris ha pure un fratello più grande di vent’anni che alla morte del padre si occupa della sua educazione e la fa iscrivere a Magistero. Lei è una bella ragazza bruna e sensuale, per i tempi una vera rivoluzionaria, visto che ama il cinema e il teatro, cose per donne perdute e non per ragazze di buona famiglia. Doris odia il mondo borghese e le sue convenzioni ed è per questo che scappa di casa, come lei stessa afferma in un’intervista “per non essere costretta a sposare il solito ufficiale di marina” (1). Doris sogna una vita da modella e da attrice e, quando Josephine Baker si esibisce in teatro a Livorno, ruba i soldi alla madre per assistere al suo spettacolo. Prende un sacco di botte ma esce da teatro convinta che quella del palcoscenico sarà la sua vita, pure se il genere musicale della Baker non la affascina più di tanto. La strada della Duranti è il cinema che incontra per caso grazie all’agente Besozzi che la invita a mandare delle foto a Cinecittà. Doris non passa inosservata e viene chiamata a Roma per un provino, occasione che non può certo lasciarsi sfuggire. Doris scappa di casa, dopo aver rubato i soldi alla vecchia zia aprendo un cassetto con un ferro da calza e aver detto alla madre che deve andare in chiesa a fare la comunione. Doris invece si dirige alla stazione ferroviaria e sale sul primo treno per Roma dove ha un cugino che le dà una mano per trovare una sistemazione. Il giorno dopo si presenta da Besozzi a Cinecittà e comincia la sua avventura di attrice. Doris si specializza in ruoli di donna fatale come la Lola di Cavalleria rusticana di Palermi (1939) ma raggiunge la notorietà con Sentinelle in bronzo di Marcellini (1937).I suoi primi film sono Amazzoni bianche con Ezio D’Errico e Aldebaran con Blasetti che provocano la reazione scandalizzata di casa Duranti. La famiglia si vergogna di avere una figlia attrice e il fratello le manda un telegramma dove le impone di cambiare nome. “Mio padre me l’ha dato e io me lo tengo”, risponde decisa e per niente intimorita la bella attrice (2).

Doris Duranti non è la sola attrice ad avere rapporti con i gerarchi fascisti. Basti pensare a Claretta Petacci, la donna di Mussolini, pure se lei a differenza della sorella Miryam non fa seriamente del cinema ma si limita a poche apparizioni. Le tre attrici simbolo del’epoca sono la Duranti, la Ferida e la Calamai, perché Alida Valli verrà solo in un periodo successivo, e le prime due hanno rapporti tormentati con personaggi legati al fascismo. Doris non ha molti amici nel mondo del cinema, guadagna due milioni a film ma spende molto perché fa una vita da aristocratica a contatto con il bel mondo di Roma. Doris è un’aristocratica che non ama il popolo e i borghesi, per lei l’apparenza è tutto ed è bene tenere le distanza con gli inferiori e con la servitù. “Meglio bere acqua in un bicchiere dorato che champagne in un boccale di stagno”, sostiene (3). Doris pensa solo al cinema e non ha un’idea politica ben definita, ma accetta il fascismo come avrebbe accettato qualsiasi altro regime e conosce tra i fascisti persone che frequenta volentieri. Pavolini è un intellettuale, un uomo che lei definisce “intelligente, dolce e disinteressato” (4) che conosce a Livorno durante la lavorazione de Il re si diverte. Doris in quel film gira la famosa scena della danza dei sette veli che per i tempi è parecchio spinta ed è forse una delle cose che fa innamorare Pavolini. Alessandro e Doris cominciano a frequentare il salotto di casa Ciano, che lei definisce “un uomo raffinato quando dimentica di essere stato un pescivendolo livornese” (5), poi rientrano a Roma e consolidano il loro rapporto. I due innamorati si incontrano tutte le sere a casa di Doris, sul Lungotevere Flaminio, e passano ogni notte insieme. Mussolini è preoccupato di questo amore proibito del suo gerarca responsabile della cultura e vorrebbe troncare la loro relazione. “Farei qualsiasi cosa per non rinunciare a lei”, risponde Pavolini. E il duce non insiste, pure perché anche lui ha il suo bravo scheletro femminile nell’armadio. Mussolini resta affascinato dalla bellezza di Doris Duranti proprio dopo aver visto la famosa scena dei sette veli e comprende il suo gerarca. Fatto sta che questo amore tra Doris Duranti e Alessandro Pavolini aiuta a far passare in censura certi film un po’ troppo spinti interpretati dalla bella attrice. La Duranti però non sta con Pavolini per interesse, secondo quello che l’attrice sostiene in periodi non sospetti, lui non fa regali perché non è ricco e l’unico dono ricorrente sono le orchidee bianche per Natale. Doris è affascinata dalla cultura di Pavolini che ritiene uomo raffinato e interessante ed è accanto a lui sino alla fine, pure quando sarebbe più comodo mollare tutto e scappare. L’amore tra Doris e Alessandro giunge a un bivio importante alla caduta del fascismo, avvenuta il 25 luglio del 1943. La sera stessa il suo compagno telefona: “È tutto finito. Ti chiamerò quando posso. Addio”, sono le sue parole preoccupate. Pavolini è in fuga, la Duranti resta sola in balia di chi non le perdona l’amore per un fascista e la polizia perquisisce la sua casa romana. Per giorni i due innamorati non si vedono, poi una signora telefona a Doris per chiedere denaro utile a far espatriare Pavolini in Germania. L’attrice, per salvare il suo uomo, cede un braccialetto composto da trentadue sterline d’oro e lo fa consegnare a un incaricato che attende presso l’Hotel Ambasciatori.  Pavolini parte per la Germania e si mette in salvo solo grazie a lei che un bel giorno sente di nuovo la sua voce alla radio che dice: “Torneremo presto”.  A Doris non interessa niente della sorte del fascismo, lei tiene solo al suo uomo che ama come il primo giorno. Una mattina in casa sua squilla il telefono e all’altro capo del filo c’è proprio lui, l’amore della sua vita che è tornato a Roma. Pavolini è arrivato nella capitale dopo l’8 settembre grazie all’aiuto dei tedeschi e, come segretario del partito, riprende possesso di Roma a nome della Repubblica Sociale. Pavolini diventa l’uomo più odiato da antifascisti e partigiani, il simbolo del regime che non vuol cadere e che si appoggia sull’invasore tedesco. Il gerarca va al nord dove il fronte della guerra è più caldo e Doris lo segue prima a Lucca, poi a Firenze infine a Milano dove passa con lui i suoi ultimi giorni. Per la Duranti questo periodo di un anno e mezzo trascorso al nord con Pavolini rappresenta un momento di grandi problemi. Il cognome Duranti è ebreo, pure se l’unico antenato di quella razza risale a molte generazioni prima, ma le SS la arrestano e la fanno spogliare. I tedeschi scambiano tre nei sulla spalla per i segni inequivocabili della sua appartenenza alla religione ebraica. Doris nega e chiede di chiamare Pavolini, ma finisce lo stesso in cella a Santa Verdiana insieme a venti ebrei che piangono come disperati. Per fortuna il suo uomo interviene, risolve l’equivoco e la fa liberare. Successivamente le SS la scortano a Venezia, dove si tenta di far rinascere il cinema fascista, per interpretare una pellicola che non verrà mai finita. Doris si sposta da Venezia a Milano, sotto i bombardamenti inclementi di uno dei periodi più neri della storia italiana. Pavolini viene ferito a Maderno e lei vuole essere al suo fianco anche durante la fuga in Valtellina. Doris si ritrova a Como con un fucile in braccio che non sa usare e vicino a lei ci sono anche la Ferida e Osvaldo Valenti, due persone che hanno poco a che vedere con il fascismo. Valenti è un drogato, un mitomane avventuriero che fa innamorare la Ferida e si getta in una sconsiderata  avventura finale che coinvolge la bella attrice. La droga in questo periodo circola molto a Cinecittà e la Ferida è un’ingenua ragazza di campagna che si fa irretire da Valenti e si perde nei giri di cocaina che consuma in grande quantità. La Duranti invece è un’aristocratica e non cede mai alle lusinghe della droga. Doris si trova a Como quando viene a sapere di essere nella lista nera dei comunisti e che i partigiani la stanno cercando per eliminarla. La bella attrice allora prende contatto con un uomo di cinema svizzero che le organizza la fuga quattro giorni prima della cattura di Mussolini e della sua fucilazione. Pavolini e Mussolini vengono catturati dai partigiani mentre tentano anche loro di fuggire verso la Svizzera, quindi sono fucilati e appesi per i piedi a piazzale Loreto. Doris Duranti vede il suo amante pochi giorni prima che accada l’irreparabile e ottiene un passaporto falso con il nome di Dora Pratesi. Il merito è dello svizzero che per diecimila dollari la fa espatriare e ricoverare in una clinica del suo paese. Sono diciotto ore di marcia per passare il confine insieme a uno zio che subisce pure un attacco di cuore, ma alla fine ce la fanno e alle tre del mattino si trovano a Lugano. La bella orchidea nera viene ricoverata nella clinica Moncucco dove però un infermiere la riconosce come la famosa attrice amante del gerarca. La polizia svizzera arresta sia lei che lo zio e per la bella Doris è ancora una volta galera, mentre dall’Italia giungono le notizie delle terribili fucilazioni. La polizia svizzera si prepara a far espatriare l’attrice e allora lei si taglia le vene, non sappiamo se per la disperazione quando apprende della morte di Alessandro oppure per un freddo calcolo. Doris viene internata in manicomio e ha la fortuna che il capitano della polizia svizzera, Luciano Pagani, si innamora di lei. Insieme organizzano una vera e propria messinscena con una finta estradizione in Italia, ma alla fine la Duranti viene di nuovo accolta in territorio svizzero. Pochi giorni dopo l’attrice si unisce in matrimonio con il capitano Pagani, solo per diventare cittadina svizzera e non avere più fastidi dal nuovo governo italiano. I due si sposano in gran segreto, a Campione d’Italia, con le pubblicazioni affisse solo per poco tempo e la Duranti si presenta in chiesa dopo essersi nascosta nel bagagliaio di un auto e avvolta nei tappeti come Cleopatra. Doris non ama né quel noioso marito svizzero, né quella terra troppo ordinata e precisa che definisce “tutta formaggi e orologi” e si diverte a contraddire il marito preciso e conformista persino sull’ora che segna il suo orologio (6). Il matrimonio di interesse dura solo un anno, pure se lei serba eterna riconoscenza a quell’uomo. Luciano Pagani non vorrebbe concedere il divorzio ma alla fine si piega al volere della bella attrice che gli dice: “Tu nel 1945 mi hai salvato la vita, ma io ho pagato la mia testa con un’altra cosa. Uno come te non avrebbe mai potuto sperare di portare a letto Doris Duranti”.  L’orchidea nera fugge in America, ha una breve relazione con Mario Ferretti, poi la troviamo in Argentina, Venezuela, Cuba e infine a Santo Domingo, dove si lascia andare ai malinconici ricordi di una vita da star. Nel dopoguerra torna sporadicamente sul grande schermo ma non ottiene il successo di un tempo, lei sostiene di vivere bene ai tropici, pure se di tanto in tanto torna a Roma dove c’è sempre qualcuno che si ricorda di lei. Doris Duranti in una delle sue ultime interviste rilasciate alla stampa italiana sostiene che Roma è troppo cambiata e che lei non ce la farebbe più a vivere in una città così diversa da come l’ha lasciata. Le sue idee politiche sono sempre confuse, giustifica il sanguinario dittatore dominicano Trujillo e sostiene che “la democrazia non esiste perché chi comanda fa fuori i suoi nemici, basta guardare Fidel Castro cosa ha fatto a Cuba”. Nel 1995 l’ex orchidea nera si spegne per sempre a Santo Domingo (7).

Luisa Ferida nasce nel 1914 a Castel San Pietro come Luigia Manfrini Farné ed è un’altra attrice dei telefoni bianchi. La Ferida è una vittima della guerra partigiana nella primavera del 1945 e il comune di Bologna l’ha ricordata recentemente con una manifestazione pubblica. L’attrice debutta in teatro nelle compagnie di Ruggiero Ruggieri e Paola Borboni, passa al cinema nel 1935 e raggiunge il successo con Un’avventura di Salvator Rosa (1940), La corona di ferro e La cena delle beffe (1941), tutte pellicole dirette da Alessandro Blasetti. Luisa Ferida è una vera diva che nel 1942 è premiata come migliore interprete italiana per Fari nella nebbia di Gianni Franciolini. Resta famosa la sua lunga relazione artistico-sentimentale con il collega Osvaldo Valenti che la porta, verso la fine del 1943, a raggiungere Venezia con il compagno. La Ferida e Valenti sono fascisti convinti e aderiscono alla Repubblica Sociale Italiana. Il loro ultimo film è Un fatto di cronaca di Piero Ballerini (1944), ma prima la bella attrice interpreta pure due opere di Luigi Chiarini: La bella addormentata (1942) e La locandiera (1944).

L’Enciclopedia dello Spettacolo, fondata da Silvio D’Amico, scrive di Luisa Ferida: “Dotata di temperamento non comune, di un’originale fotogenia, di un fisico sensuale, fu forse l’attrice cinematografica italiana più viva del suo tempo. La sua carnalità, tipicamente nostrana, si confaceva particolarmente alle incipienti ricerche realistiche del cinema italiano intorno al 1940, di cui incarnò alcuni dei personaggi femminili più significativi” (8).

Alcuni sostengono che è il partigiano Sandro Pertini a mandarla a morire per aver avuto la colpa di aver amato un uomo che negli ultimi due anni di guerra indossa l’uniforme di ufficiale della Decima Mas. Si dice anche che la Ferida e Valenti siano una diabolica coppia di collaborazionisti che partecipa a festini e torture nella Villa Triste di Pietro Koch, il comandante della discussa “polizia autonoma” di Salò che viene fatto arrestare più tardi da Mussolini.

Ferida e Valenti sono due personaggi discussi e le loro biografie vengono narrate in maniera diametralmente opposta da destra e da sinistra. Da destra si giura che la Ferida non è una dark lady e che, contrariamente agli uomini di Koch, Valenti non tortura nessuno. Il compagno dell’attrice viene incaricato dal comandante Borghese di fare attività propagandistica e di creare una rete di scambio con la Svizzera per rimpinguare le casse della Decima. L’attore conosce il famigerato capo di “Villa Triste”, sfrutta le sue amicizie, si assicura la complicità delle bande partigiane operanti in prossimità delle zone di confine. Il suo incarico è prettamente militare e le cattive frequentazioni sono determinate dall’operare della Decima in condizioni di emergenza. Per i commentatori di destra risulta decisiva risulta la consegna negli ultimi giorni della Repubblica Sociale al comandante partigiano Giusepe Marozin, definito come uomo sbrigativo, privo di scrupoli e dalla pistola facile. Osvaldo Valenti e Luisa Ferida vengono condannati a  morte, pure se molti partigiani del Comitato di Liberazione si oppongono, ma il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini ordina a Marozin di procedere all’esecuzione. Il 30 aprile 1945 alle 23 e 45, in via Poliziano, a Milano, avviene la fucilazione, dopo la presentazione di due memoriali e un breve processo durante il quale l’attore si difende con vigore. Romano Bracalini, biografo di Valenti dice: “La frettolosa condanna del CLN obbediva sostanzialmente alla regola umana e crudele che alla spettacolarità del simbolo che egli aveva rappresentato corrispondesse subito e senza ambagi una punizione altrettanto spettacolare. In altre parole egli doveva morire non già per quello che aveva fatto, quesito secondario, ma per l’esempio che aveva costituito” (9).

La stessa regola vale per Luisa Ferida, attrice bella e brava ma pure testimone involontaria di fatti che possono mettere in imbarazzo i partigiani. Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano e docente universitario di Cinematografia, afferma che con la sua fucilazione i partigiani si propongono di cancellare proprio quella bellezza e quella bravura.

Nel 1964 Lucia Pasini, vedova Manfrini, di sessantatré anni, si vede concedere la pensione di guerra per il decesso della figlia Luigia “per cause belliche”. La notizia passa sotto silenzio ma è importante perché quella pensione riconosce l’errore storico di una fucilazione avventata. Dopo vent’anni il governo italiano ammette che Luisa Ferida muore da vittima, con la sola colpa di aver scelto per amore la parte sbagliata della guerra. Come per Doris Duranti anche qui la molla per l’adesione alla Repubblica Sociale è l’amore per Osvaldo Valenti, artista estroso e volubile che era sempre stato antifascista. Valenti, amante dei colpi di scena teatrali, decide all’improvviso di diventare repubblichino per comportarsi diversamente dagli altri. Lui vuole dimostrare di saper stare dalla parte degli sconfitti e pensa così di dimostrare il suo coraggio e grande anticonformismo. Paga con la vita una messa inscena teatrale e un’esposizione assurda al pericolo in divisa da Decima Mas fingendosi un bieco massacratore di nemici. Sono giorni duri e difficili durante i quali scorre molto sangue e si consumano vendette, i partigiani non distinguono realtà da finzione e scambiano i due attori per vere belve sanguinarie. La leggenda racconta che la Ferida danza nuda davanti ai prigionieri torturati a Villa Triste ed è grande amica del terribile Koch, ma non ci sono prove. Luisa Ferida e Osvaldo Valenti muoiono fucilati per aver recitato la loro ultima parte, vittime del loro amore e di un eccessivo istrionismo da palcoscenico. I carabinieri della Tenenza Sempione di Milano conservano su Luisa Ferida questo verbale: “Da accertamenti praticati per la pensione di guerra la signora Luigia Manfrini non consta abbia fatto parte di formazioni militari ausiliare della Repubblica Sociale Italiana. Le cause del suo decesso vanno ricercate nel fatto che era l’amante di Osvaldo Valenti, il quale svolgeva attività per la Decima Mas e aveva rapporti con la banda di Koch. La Manfrini era estranea alle vicende politiche dell’epoca e non si era ressa responsabile di atti di violenza o terrorismo in danno della popolazione o del movimento partigiano”. Come dire che venne fucilata per errore (10).

Su Luisa Ferida e Osvaldo Valenti sono state scritte tre biografie: Morire a Salò di Aldo Lualdi, Celebri e dannati di Romano Bracalini e Ascesa e caduta di due stelle del cinema di Odoardo Reggiani. In tempi più recenti l’Editrice NovAntico ha dato alle stampe una ricerca di Luigi Cazzadori dal titolo Osvaldo Valenti, Luisa Ferida. Gloria, processo e morte di due divi dal fascismo alla RSI. Le circostanze della loro fucilazione sono ben descritte da Giorgio Pisanò nel terzo volume di Storia della guerra civile in Italia e da Antonio Serena ne I giorni di Caino.

Note

  • Intervista di Enzo Magrì a Doris Duranti – “Doris Duranti – il primo seno nudo del cinema italiano” da “L’Europeo” del 22 novembre 1973
  • Ibidem – intervista citata
  • Ibidem – intervista citata
  • Ibidem – intervista citata
  • Ibidem – intervista citata
  • Ibidem – intervista citata
  • Ibidem – intervista citata
  • Silvio D’Amico – Enciclopedia dello spettacolo
  • Romano Bracalini – Celebri e dannati – Longanesi, 1985

(10) Odoardo Reggiani – Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema italiano – Spirali Edizioni, 2001

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