Il caso Pierre Clementi

Articolo di Gordiano Lupi

Pierre Clementi (1942 – 1999) è un attore francese dalla figura alta e sottile, ribelle e trasgressivo, anticonformista come ragione di vita e che proprio per questo motivo ha interpretato molti film francesi e italiani a cavallo tra la Nouvelle vague  e il Sessantotto. Comincia a lavorare nei teatri di Parigi e ha la sua grande occasione nel 1962 con Il gattopardo di Luchino Visconti e soprattutto nel 1966 con Bella di giorno di Luis Buñuel, dove interpreta l’amante sadico di Catherine Deneuve. Lo ricordiamo anche ottimo interprete di Partner di Bernardo Bertolucci (1968), I cannibali di Liliana Cavani (1969), La via lattea di Luis Buñuel (1969), Il conformista di Bernardo Bertolucci (1970) e Porcile di Pier Paolo Pasolini (1969). Per la sua attività di attore fa la spola tra Italia e Francia, fino a quando un brutto giorno non viene arrestato a Roma per una questione di hashish, poi viene assolto ma è obbligato a lasciare il paese. È il 24 luglio del 1971 quando il poco meno che trentenne Pierre Clementi si trova al centro di questa brutta avventura. La Guardia di Finanza irrompe in casa della giovane hippy Anna Maria Lauricella e sequestra venti grammi di cocaina, alcune pasticche di LSD e diverse pipe con residui di marijuama. Pierre Clementi, separato dalla moglie, è ospite insieme al figlio di tre anni, Balthazar, della ragazza e finisce pure lui nei guai. Clementi nega subito ogni coinvolgimento nell’affare droga ma la guardia di finanza non gli crede e lo arresta. Anna Maria Lauricella si difende affermando che la droga le serve come medicinale per curare un forte esaurimento nervoso. Pietro Colonna è il PM incaricato di condurre l’inchiesta e pare subito inflessibile nei confronti dell’attore francese. Viene chiesto il rinvio a giudizio di Clementi sulla base dell’assunto che la Lauricella frequentava “gente strana” e quindi anche l’attore doveva sapere del traffico di droga. Il teorema del PM è davvero basato su un fragilissimo castello probatorio e sul puro sospetto. Nel fascicolo riguardante l’attore si legge che “è amico di noti drogati come l’attore William Berger (vittima in realtà di un errore giudiziario) e il pittore Mario Schifano”. Un’altra prova viene desunta da un’intervista rilasciata da Clementi a Ornella Rota durante la quale l’attore aveva affermato: “Fumo solo sigarette ma non uso veleni da iniezione perché danneggiano il cervello della gente”. La difesa chiede l’immediata scarcerazione, ma l’attore viene rinviato a giudizio mentre la stampa, molti personaggi del mondo del cinema (su tutti Liliana Cavani) e gente comune si mobilitano per chiedere la scarcerazione con manifestazioni e petizioni. L’Italia dei primi anni Settanta aveva già visto finire dentro per consumo di droga Walter Chiari, Franco Califano e Lelio Luttazzi, sempre con grande clamore mediatico. Nelle more del processo a Clementi scoppia anche il caso del night club Number One, luogo di ritrovo per cocaionomani ricchissimi che coinvolge anche molti attori, attrici e produttori. Il 17 febbraio 1972 comincia il processo a Pierre Clementi e Anna Maria Lauricella per detenzione di stupefacenti e l’attore arriva in aula con barba incolta, capelli lunghi e sguardo allucinato, irriconoscibile rispetto all’affascinante interprete di tanti personaggi. Clementi ribadisce la sua innocenza ma è la sua amica che rettifica alcune dichiarazioni precedenti nelle quali si era addossata tutta la responsabilità e inguaia l’attore. Testimoniano a favore di Clementi il regista Maurizio Lucidi (che lo aveva diretto ne La vittima designata con Tomas Milian), il produttore Giovanni Bertolucci, Vittorio Caprioli, Vittorio De Sica e Federico Fellini. Il dibattimento non dura molto e alla fine sia Pierre Clementi che Anna Maria Lauricella vengono condannati a due anni di reclusione e duecentomila lire di multa, accogliendo in pieno le richieste del PM. Clementi accoglie impassibile la sentenza che viene pronunciata alla presenza di numerosi attori e attrici, di Maurizio Lucidi, regista del suo ultimo film, ma non della moglie Margareth che non entra in aula (1). La motivazione della sentenza è davvero Lombrosiana e si leggono assurdità giuridiche quali: “L’attore ha l’aspetto fisco del drogato”. L’attore passa il tempo in carcere in totale isolamento, rifiuta cibo e ora d’aria, la sua unica occupazione è quella di scrivere lettere agli amici. Il 6 dicembre 1972, dopo un anno e quattro mesi  di carcere, la Corte d’Appello assolve per insufficienza di prove Clementi. La condanna per Anna Maria Lauricella viene invece confermata. Le foto dei giornali mostrano un Clementi rilassato, sbarbato, con i capelli corti, finalmente tranquillo e felice. La lettura della sentenza di assoluzione viene accolta con un lungo applauso dal pubblico presente, composto da molti personaggi di spettacolo. La stampa scrive che il carcere ha segnato irrimediabilmente Pierre Clementi che non pare più lo stesso e sembra non connettere più. Lina Coletti su L’Europeo del 18 gennaio 1973 scive: “Pierre Clementi è l’ombra di se stesso… era un hippy dalla chioma alla Nazzareno e la voglia di vivere negli occhi: adesso è uno scheletro, il cranio rasato e lo sguardo che, a tratti, sfiora la follia” (2). Clementi resta profondamente segnato dall’esperienza del carcere, racconta che ha vissuto mesi nell’attesa della sua liberazione e che si è sempre sentito una cavia. “In Italia vivete tutti in libertà provvisoria, dato che basta un niente per farvi finire in carcere” ha detto. Il suo giudizio sulle carceri italiane è molto duro: “Sono dei campi di concentramento, delle bare, degli inferni perenni, dove gli uomini sono considerati bestie. Inferni dove tu entri e nessuno ti darà una mnao per farti accettare il tuo destino e allo stesso tempo prepararti al momento in cui dovrai reinserirti nel mondo esterno. Un sistema carcerario che genera violenza e crea dei killer” (3). Clementi finisce addirittura in cella di isolamento perché per protesta decide di rifiutare il cibo, tanto che i carcerieri lo considerano un elemento perticoloso e lo isolano dal gruppo per cinque giorni. L’esperienza è terrificante e Clementi crolla di nervi tra quelle quattro mura prive di aria, la luce che arriva da uno spiraglio invisibile, l’acqua che deve servire per bere e per lavarsi. Vede persino la morte di un suo vicino di cella che si impicca perché non regge ai rigori del carcere. Clementi accusa il sistema carcerario italiano che impedisce ai reclusi qualsiasi attività e li fa sentire dei morti prima del tempo, degli esseri inutili. La sua unica attività dietro le sbarre è la pittura che frequenta assieme a un altro carcerato, dipinge il circo e il tribunale, simboli che ricordano l’ingiustizia subita e l’allegria del fanciullo. “Adesso mi sento come quelli che tornano dai campi di concentramento nazisti: mi sento vivo. E voglio riprendere i contatti con il mondo del cinema”, conclude Clementi (4). Di fatto, dopo questa brutta avventura giudiziaria, l’attività di attore di Clementi subisce una drastica riduzione. Ma le sorprese non sono ancora finite perché malgrado l’assoluzione il questore di Roma firma un provvedimento di espulsione per l’attore dichiarato “pericoloso per l’ordine pubblico”. Un provvedimento analogo era stato preso nei confronti dell’attore svedese Lou Castel, espulso con la scusa del non rinnovo del permesso di soggiorno, ma la verità era che non Castel militava e finanziava un gruppo della sinistra extraparlamentare. Clementi parte per la Francia e dopo questa avventura scrive un libro intitolato Carcere Italiano, ispirato alla sua tragica esperienza (5).

Note

(1) Redazionale – “Clementi e l’amica: due anni” – da “Il Giorno” del 25 febbraio 1972

(2) Lina Coletti – “Le mie prigioni” – intervista a Pierre Clementi – da “L’Europeo” del 18 gennaio 1973

(3) Intervista citata

(4) Intervista citata

(5) Franco Grattarola – “Pierre Clementi e Augusto Pesarini” – da “Cine 70” – Coniglio Editore – A1 – N. 1 – Inverno 2001

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