Genio e sregolatezza di Franco Califano

Articolo di Gordiano Lupi

Franco Califano è un cantante che si affaccia nel mondo del cinema con il film Gardenia, il giustiziere della mala di Domenico Paolella (1979), pellicola che Marco Giusti definisce con terminologia colorita ma efficace “uno stracult coatto” (1). Franco Califano è il protagonista nei panni di un malavitoso d’altri tempi che tutto farebbe fuorché spacciare droga. Nel film recitano pure due bellezze come Eleonora Vallone e Lory Del Santo che danno un lieve tono erotico alla pellicola. Gardenia non va male, piace pure a un critico dal palato fine come Giovanni Buttafava che lo paragona a un romanzo di Melville e grazie alla sua brillante interpretazione pare che per Califano si possano aprire le porte del cinema importante. L’ironia della sorte inguaia il cantante in un processo per droga pesante che gli porta anni di processi e di prigione prima di venirne fuori. È proprio il caso di dire che il protagonista di Gardenia nella vita reale non segue le regole morali del suo personaggio. Non è la prima volta che il cantante passa guai per spaccio e detenzione di stupefacenti perché era stato coinvolto anche nel processo del 1970 che vide protagonisti Lelio Luttazzi (poi assolto) e Walter Chiari. Califano a quel tempo aveva dovuto scontare  un breve periodo di detenzione.

Franco Califano non è un cantante alla Fred Bongusto che sforna prodotti collaudati a base di spiagge estive, luci soffuse, luna sulle barche dei pescatori con le lampare, fresco dopo una calda giornata sulla spiaggia e lui che canta una Rotonda sul mare. Califano è amato come cantante proprio per la sua diversità canora, per la voce roca,  amplificatori al massimo volume che squarciano le orecchie, luci che abbagliano pubblico e palcoscenico, orchestra con molti elementi, ballerine mulatte e sconcertanti ritmi sudamericani. Franco Califano è uno che gira in mezzo al pubblico prima di cantare, bicchiere di whisky in mano, sorriso intrigante, camicia aperta, catene d’oro che pendono dal collo e voglia di parlare con tutti, soprattutto con le ammiratrici. Califano è noto per la sua fama di rubacuori e molti sono stati gli uomini che hanno pianto a causa sua e della sua musica intrigante. M’ennammoro de te, La musica è finita, Un grande amore e niente più, Semo gente de borgata, Io nun piango, E la chiamano estate, Una ragione di più sono i suoi cavalli di battaglia. Nelle sue canzoni racconta un’infanzia povera, la vita di borgata, gli amori balordi, una vita da playboy, le storie di droga che ha vissuto, la prigione, le avventure omosessuali. Califano non rinnega niente della sua vita spericolata, rimpiange poco di quel che non ha fatto e la sua musica è una piena confessione a cuore aperto. Lui è un animale da night, vive bene in discoteca e nel mondo dello spettacolo, fa le cose che gli detta la sua testa, senza starci troppo a pensare. L’avventura che lo porta in prigione parla di droga e lui non nega che ha sniffato cocaina, pure se da tanti anni vive con un polmone in meno. La sua vita scorre da sempre senza regole, fumando a più non posso, dormendo poco e facendo l’amore con molte donne, pure oggi che non è più un ragazzino (2). Califano ha fatto altri film dopo Gardenia, ma la sosta forzata dovuta alla storia della droga non ha giovato alla sua carriera. Due strani papà di Mariano Laurenti (1983) è il suo secondo lavoro in coppia con Pippo Franco e la bella Viola Valentino, dove il cantante romano fa un po’ la parte di se stesso, visto che è il fratello gaudente che sperpera soldi al gioco e in automobili. Si tratta di una commedia scontata sui buoni sentimenti che ha i migliori momenti nel turpiloquio romanesco che Pippo Franco e Califano rendono a dovere.  Viola bacia tutti di Giovanni Veronesi (1998) vede in tempi recenti ancora all’opera Franco Califano che interpreta un ruolo di contorno in un cast composto da Asia Argento, Valerio Mastandrea, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Dario Nicolodi, Enzo Robutti e Daniela Poggi. Il film prevede un cammeo di Loenardo Pieraccioni e non è un brutto lavoro, pure se si tratta della solita storia sui trentenni in crisi a giro per il mondo alla ricerca del senso della vita. Malinconie generazionali, battute toscane piuttosto pesanti e viaggi a bordo di un camper malandato sono la base portante del lavoro.

Franco Califano confessa che oggi non si droga più, ma che prende dosi massicce di Valium, pure se, dice lui, non è cambiato quasi niente. Ieri con la testa di oggi, una sua recente canzone dice: “Con la testa di oggi e l’esperienza degli anni, sarebbe stato tutto diverso, avrei capito il mattino, me ne sarei innamorato, sarei stato molto più forte in tanti di quei momenti…” (3). Califano sa essere poeta anche quando canta i suoi errori ed è questa la forza dell’artista, sostiene che non è cambiato, fa il duro, sorride come un bullo, ma le botte prese dalla vita lasciano il segno. Fare una storia della sua esistenza sgangherata non è facile. Da giovane attende l’estate e parte insieme a un amico alla volta di Rimini con la sua spider rossa per la caccia alle straniere. L’amore più lungo della sua vita è Mita Medici che dopo un anno si stanca di lui e lo molla. Un altro grande amore è Dominique Boschero. A sedici anni lo arrestano per furto, nel 1970 finisce in carcere per droga, insieme a Walter Chiari e a Lelio Luttazzi. Quando esce da Regina Coeli si racconta che un carcerato gli grida dalla finestra: “Ma ‘ndo vai, tanto sempre qui ritorni”. E infatti la profezia si avvera nel 1979, dopo aver girato Gardenia, quando finisce dentro ancora per droga e per possesso di una calibro 38, omaggio del suo amico Turatello, poi giustiziato in carcere dalla camorra. Un altro guaio giudiziario di Califano (sempre per droga) riguarda il processo Tortora, quando i giudici di Napoli lo condannano a più di quattro anni, poi gli concedono gli arresti domiciliari e quindi la scarcerazione per scadenza dei tempi di carcerazione preventiva (4).

Califano resta un buono, pur con i suoi eccessi, uno che dà soldi a chi è in difficoltà e fa studiare i figli degli amici di borgata. Si racconta che una volta si è levato il Rolex e l’ha regalato a uno che non aveva l’orologio. Per anni sovvenziona una squadra di football per ragazzi, sborsando cinquanta milioni all’anno “per togliere quei ragazzi dalla strada e non farli finire nella mani della droga” (5). Queste ultime sono parole sue e quindi importanti perché vengono dalla bocca di uno che ha vissuto molte disavventure a causa della droga. Quello che racconta nelle sue canzoni pare che sia tutto vero: avventure con travestiti e transessuali, amore di gruppo e cose che forse oggi non farebbe più. Califano è un uomo che fa della trasgressione e del turpiloquio facile la sua ragione di vita, pure se ha una figlia che studia da ballerina classica e oggi come oggi in casa sua regna l’ordine e sia lui che i figli parlano un italiano perfetto. Per noi l’unica cosa che conta sono le emozioni che trasmettono le sue canzoni, poesie che raccontano un’esistenza fatta di avventure. Tutto il resto è noia… 

Note

(1) Marco Giusti – Stracult – Sperling e Kupfer – Milano, 2004

(2) Ciro Discepolo – “Franco Califano” –  tratto dal volume “Da costanzo a Nilde Jotti” – Edizioni Ricerca Novanta – Roma, 2005

(3) Op. citata sopra

(4) Op. citata sopra

(5) Op. citata sopra

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