Scrivere storia nell’antica Roma: il mestiere dello storico

Articolo di Filippo Scimé

Proprio nel momento in cui Roma stava per attraversare una cruenta fase di trasformazione che avrebbe fatto rimpiangere le vestigia dell’ormai vetusta res publica, la storiografia latina approdò ad un livello qualitativo insperato, se pensiamo alle origini puramente cronachistiche dalle quali era partita e nell’ambito delle quali la lingua impiegata era addirittura quella greca.

In verità un sensibile cambiamento, che aveva preso l’abbrivio dalle Origines di Catone si era registrato fra il II e il I secolo a.C. presentando, in un panorama ricco e variegato, due tipologie di storici: gli annalisti minori (Lucio Cassio Emina, Lucio Calpurnio Pisone, Quinto Claudio Quadrigario) e gli innovatori (Celio Antipatro, Sempronio Asellione, Lucio Cornelio Sisenna). Furono proprio questi ultimi ad abbandonare l’esposizione continua, anno per anno, degli eventi di qualche rilievo a primordio Urbis per organizzare il racconto storico secondo una metodologia che non privilegiava più la ricerca evenemenziale, cioè limitata agli eventi politico-militari, quanto, piuttosto, l’analisi dei processi che li provocavano, probabilmente ritenuta infruttuosa. Inoltre questa categoria accettò l’impostazione generale dei modelli greci, desumendone aspetti significativi tra i quali annovero: l’utilizzo di procedimenti narrativi e stilistici improntati al rispetto delle norme retoriche; l’inserimento di dichiarazioni programmatiche; la riflessione sui nessi causali tra evento storico e comportamento umano; l’introduzione di excursus di vario genere per spezzare il ritmo della narrazione; o, ancora, la realizzazione di discorsi attribuiti ai personaggi operanti nell’arco storico-cronologico ricostruito. Cambia, dunque, il ruolo dello storico, perché non si limita a registrare meccanicamente gli episodi più degni di essere ricordati, ma ne offre un’analisi per trarne degli insegnamenti validi per il lettore in generale o per specifiche fasce di pubblico.

Ad accorgersi dell’inizio di questo notevole cambiamento era stato Marco Tullio Cicerone nel suo De Oratore. Nel secondo libro di questa stessa opera, infatti, mentre Catulo e Marco Antonio discutono sulle capacità oratorie dello storico, il maestro di Cicerone ricostruisce l’evoluzione cronologica della storiografia latina ravvisando nel solo Antipatro un’inversione di tendenza. Ammetto che il nome di Antipatro possa risuonare nella mente del lettore come l’antica eco del Carneade manzoniano, ma il giudizio su questo retore e storiografo, autore di una monografia sulla seconda guerra punica, seppur effimero, è un dettaglio prezioso per ricostruire la temperie culturale all’interno della quale si formò un nuovo modo di intendere il racconto propriamente storico. Rimanendo sempre sul medesimo passo del De Oratore (per i più curiosi parlo nella fattispecie di de Orat., 2, 12, 53-54), resta incisiva la successiva distinzione, sempre effettuata da Marco Antonio, tra coloro che si sono curati di adornare i fatti (exornatores rerum) e coloro che si sono limitati a raccontarli (narratores rerum). Antipatro apparteneva di fatto alla prima categoria e, quindi, indubbiamente gli si riconosceva, o almeno lo faceva Cicerone, un’elaborazione artistica dell’opera storica senza eguali, arricchita da spunti attestati nella letteratura storiografica greca. Si verifica pertanto un passaggio dall’impersonalità narrativa ad una tipologia diegetica più moderna, all’interno della quale il narratore diventa personaggio e, oltre a ricostruire (con inedita attenzione ai nessi di casualità) interi archi cronologici o singoli eventi, si rivolge direttamente al lettore per annunciare l’argomento che intende narrare, commenta la propria funzione e, talora, arriva ad imitare i modi caratteristici di questo o di quel personaggio.

La crescita della storiografia latina verificatasi nel I secolo a.C. fondava le proprie origini sui presupposti artistici e stilistici delineati. Nonostante ciò, durante l’ultimo secolo dell’ordinamento repubblicano, bisogna fare un’altra osservazione in merito al nuovo ruolo assunto dall’attività storiografica, poiché si sgretolava il tradizionale concetto del negotium (l’attività pratica e civile, gli impegni di carattere pubblico) opposto all’otium (il tempo libero dagli impegni, dedicato all’attività intellettuale). L’otium intellettuale acquisisce un significato completamente diverso, in quanto – come nel caso dell’attività storiografica – ha dei riflessi positivi sulla comunità e sul suo livello di coscienza politica e morale e i cui effetti culmineranno nel I secolo a.C.

. All’interno di questa nuova ottica culturale si colgono, tra l’altro, le tracce di un vivace dibattito sulle potenzialità che la storiografia latina era in grado di raggiungere. Ed è il caso di citare la lunga lettera che il già menzionato Cicerone indirizza nel 56 a.C. allo storico Lucio Lucceio. Nella suddetta epistola – che reputo l’inizio di un processo al cui apice pongo l’avvento della monografia sallustiana – l’Arpinate chiede che siano narrate, all’interno dell’opera che lo storico si accingeva a scrivere, le vicende comprese tra la congiura di Catilina e il suo ritorno in patria dopo l’esilio, senza seguire il naturale decorso cronologico, ma privilegiando la celebrazione del committente. L’esortazione, come nota Luciano Canfora, poggiava specificatamente sull’elaborazione di un episodio autonomo, circoscritto in un numero limitato di anni (64-57 a.C.), che comprendeva una serie di eventi contraddistinti dalla lungimiranza politica e dalla grande competenza dimostrate da Cicerone; gli storici greci Callistene, Timeo, e Polibio erano i modelli di tale prassi, visto che nelle rispettive narrazioni avevano isolato episodi conclusi e distaccati dal racconto complessivo.

L’oratore, quindi, si accorge della concreta possibilità che la celebrazione delle sue imprese sia codificata in un’opera storica, concepita in relazione all’elogio del suo operato politico. Egli vuole fornire ai contemporanei e ai posteri un’immagine edificante di sé stesso e si ritiene, al pari dei grandi condottieri, un personaggio decisivo per la sopravvivenza della res publica e degno d’esser commemorato per la gloria acquisita. Di questo invito esplicito, non sfugga altresì l’ardente festinatio da cui è colto Cicerone, che percepisce l’immediata realizzazione del suo obiettivo. Anche gli intellettuali cominciavano a percepire nel racconto storico una tecnica estranea ai vecchi canoni e una funzionalità rinnovata che avrebbe sfiorato addirittura il panegirico. Malgrado il lungo vagheggiamento e la memorabile epistola, il progetto sperato non andò in porto e, ammesso che quest’opera abbia raggiunto noi posteri, abbiamo perso l’opportunità di vedere il primo autoelogio della storia.

I prodromi di questo nuovo fermento letterario videro protagonista anche Giulio Cesare con i suoi Commentarii (De bello Gallico; De bello civili), il quale nelle vesti di storico, attraverso uno stile scarno ed incisivo – al quale Sallustio si richiamerà -, narrò due conflitti bellici pervenendo a una netta separazione tra lo scrittore e il condottiero, di cui il primo racconta le gesta, il secondo le compie. Molti studiosi ritengono che sino alla pubblicazione dei Commentarii (primavera del 51 a.C.) la letteratura romana non potesse vantare nessuna opera di valore storico, e forse non hanno tutti i torti.

Al tempo di Cesare è vero che c’erano solamente le memorie di ogni magistratura (fasti di pretori, di censori, di consoli; atti trionfali; relazioni di generali vittoriosi) e gli acta diurna del 59 a.C., istituiti dal futuro dictator durante il suo consolato, per rendere pubblici giornalmente nel Foro gli atti ufficiali dei consoli e del Senato e gli avvenimenti più importanti. Certo i Commentarii si staccano da queste modeste composizioni annalistiche per la vivacità del racconto e la purezza dello stile, improntata sul rispetto della grammatica latina. La sua storiografia è acqua di un ruscelletto che percorre un greto già temperato dal passaggio di altre correnti come ad esempio Polibio e Catone, i quali reputo fondamentali per il percorso brevemente tracciato.

Non si può ignorare che l’unico popolo in grado di concepire un’idea di storia come trasmissione di sapere e conoscenza, e di elaborarla concretamente nella sistemazione in forma scritta, fu quello greco. La connessione stabilita con la Grecia, all’interno di un processo di acculturazione che risaliva sin dal lontano III secolo a.C. e si intensificava nuovamente con l’espansione sul Mediterraneo, progredì con le Storie di Polibio. Di certo nell’età dello storico greco e nell’ambiente da lui vissuto, come ricordava il grande Santo Mazzarino “il problema della storia degli stati si identificava […] con quello delle loro costituzioni”; per cui l’indagine degli eventi politici doveva essere puntellata dalla conoscenza delle tecniche militari e degli aspetti geografici, oltreché fondata su un’analisi comprendente una critica delle fonti e un esame delle testimonianze dirette. La ricezione dell’opera polibiana permise a Roma di acquisire una maggiore consapevolezza nella predisposizione della materia storica e di definire un metodo con un codice linguistico diverso: il latino.

D’altro canto la composizione delle Origines del contemporaneo Catone sancisce una netta separazione dall’antica tradizione indigena e ufficiale rappresentata dagli Annales, come testimonia primariamente l’uso della lingua latina. Da questo momento in poi chi decide di scrivere storia adotta un disegno preciso e la rievocazione degli eventi non è più imbrigliata in una sesquipedale lista di date; nel solco della tradizione greca, la trattazione si sviluppa seguendo percorsi inediti per la letteratura latina. Infatti, oltre alla scelta della monografia lo storico inserisce discorsi (al fine di aumentare la percezione di veritas del resoconto) e digressioni storiche o geografiche (impreziosendo il tessuto narrativo). La capacità di rielaborazione storica offre un segno più tangibile della presenza del narratore.

A questa due correnti, riconducibili a una stessa fonte, accorsero sul limitare del II a.C. e sul sorgere del successivo gli storiografi innovatori. Ideologicamente e politicamente vicino a Cesare fu l’abruzzese Gaio Sallustio Crispo, homo novus di origini italiche, che regolamentò la scrittura storica in lingua latina realizzando in maniera concreta le istanze culturali sottese alle preces di Cicerone a Lucceio. Con le opere di Sallustio riconosciamo così la fine di un lungo periodo di incubazione dell’attività storiografica, nel quale non abbiamo ancora lo storico di professione ma una transizione verso un “mestiere” vero, espletato nella composizione di opere storiche differenti dal passato. Il caso di Sallustio è tra i più interessanti perché, sebbene si possa parlare di una netta scissione tra la vita politica e la storiografia, l’autore, orientato su una prospettiva innovativa di metodo, trasferisce in questo percorso un complesso di nozioni artistiche, filosofiche e letterarie che furono fondamentali (e lo sono ancora oggi) per poter comprendere a pieno una fase tormentata della storia romana quale fu la fine della repubblica. L’insieme delle norme trasfuse dal passato, delle tecniche nella costruzione del racconto storico cessa di essere una rigida catalogazione e Sallustio innova l’esposizione storica, recependo una volta per tutte un input ben formalizzato già Origines di Catone.

D’ora in poi raccontare la storia significherà lavorare per il bene della res publica, aumentando la capacità di offrire innumerevoli chiavi di lettura per leggere la crisi (Tacito docet), individuarne l’origine e eventualmente partire già dai presupposti giusti per adoperare la correzione; quindi se la condizione dello Stato è irrimediabilmente compromessa, scrivere è meglio che agire e da questo punto di vista partirà l’actio Sallustiana. Lo stillicidio degli eventi storici scandito dal ritmo indefesso degli Annales è ormai solo un vecchio ricordo, sepolto tra il mito e la leggenda.

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