La scorsa notte all’eta di 94 anni è morto Bruno Contrada. E io voglio raccontarvi una storia che lo ha riguardato.
Questo che vedete è uno scoop. Sapete cosa è in termini giornalistici uno “scoop”? No? Ve lo spiego io. La persona che vedete in barella è Bruno Contrada. Contrada è stato un alto dirigente della polizia di Stato e dei Servizi segreti che fu letteralmente stritolato dalla macchina della giustizia che di lui ha fatto carne da macello. Il 24 dicembre 1992, alle 7 di mattina venne arrestato, con mandato di cattura richiesto dal procuratore Gian Carlo Caselli, perché accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Da allora ha subito innumerevoli processi.
E’ stato condannato, assolto, graziato, annullato, ed infine risarcito per ingiusta detenzione. La sua è una storia incredibile, non posso raccontarla in poche righe, ma sul web trovate di tutto e di più. Io volevo parlarvi solo dello scoop.
Durante una delle udienze in tribunale, Contrada si sente male. Quel giorno – era un giorno d’estate del 1996 – l’Ansa di Roma per cui lavoravamo non ci affidò il servizio dell’udienza, l’allora direttore della sede locale lo affidò ad un nostro collega che aveva più “agganci” palermitani. Bene, l’imputato si sente male e tutti noi fotoreporter corremmo al pronto soccorso dell’Ospedale Civico ad aspettare che Contrada uscisse in barella. Ma nessuno di noi poté fotografarlo. Lo fecero uscire da un ingresso secondario. Tutti tornammo indietro a mani vuote. Ma arrivando in agenzia, il mio e socio Michele Naccari, che tornò pochi minuti dopo di me, mi lanciò letteralmente addosso la sua pellicola dicendomi “té va svìluppala e pigghia sti picciuli!” (tieni, valla a sviluppare e prendi i soldi). Io sviluppai la pellicola e mi ritrovai per le mani questo fotogramma: Contrada in barella mente viene ricoverato! Quello che successe ha dell’incredibile.
Michele a differenza di tutti noi non andò al pronto soccorso dell’Ospedale, bensì al reparto di neurologia dello stesso nosocomio. Michele era una volpe, una faina, un gigante, aveva capito che un collasso in aula si configurava come un problema neurologico e li lo aveva aspettato, all’ingresso del reparto di neurologia! Vendemmo la foto a caro prezzo a tanti giornali che ne fecero richiesta, ed erano decine! Non la demmo all’Ansa che per quel giorno non ci aveva affidato i servizio, con buona pace del direttore di allora che non ce lo aveva voluto affidare. Eravamo felici e gasatissimi quel giorno, tanti “buoni” da fatturare e tanti soldini da incamerare. Questo era il duro e spietato lavoro dei fotoreporter. Questi eravamo noi!
