Quel 4 aprile del 1992 ero lì. Sulla strada statale 115, sul viadotto Morandi, avvolto dal silenzio irreale della Valle dei Templi interrotto solo dalle sirene. Facevo il mio reportage fotografico, accompagnando il mio maestro di cronaca, il grande Nino Sgroi. Ricordo l’adrenalina, il dolore, il rispetto profondo mentre cercavamo di raccontare l’orrore. Fummo i primi a diffondere la foto del tesserino militare del maresciallo Giuliano Guazzelli, che ci fu consegnata direttamente dal comandante della compagnia dei Carabinieri di Agrigento. Un uomo che, nonostante le minacce e l’età pensionabile, aveva scelto di non fare un passo indietro. Poco più di un mese dopo, quel medesimo destino di sangue sarebbe toccato giudice Giovanni Falcone, a sua moglie e i suoi tre uomini di scorta.
A distanza di anni, guardando lo scatto che feci quel giorno il pensiero va ai dettagli di quell’agguato mafioso. Guazzelli fu assassinato con un mix di armi devastante, tra cui spiccava il Kalashnikov.
L’AK-47: un’arma da guerra nata per i fronti militari, che Cosa nostra scelse di usare per mandare un messaggio di onnipotenza e terrore alla vigilia delle elezioni politiche.
Un’arma che, tragicamente, non è mai passata di moda. Oggi, a distanza di decenni, il Kalashnikov è tornato prepotentemente in Sicilia a far sentire la sua voce. Ieri come oggi, quel ferro che spara a ripetizione rappresenta il tentativo di soffocare lo Stato, la legalità e la libertà. Ma la memoria, come quella impressa su questa pellicola, non si cancella.
