AIDS, 1990: quando la paura del contagio divenne realtà quotidiana a Palermo

Articolo di Franco Lannino

Era il novembre del 1990. L’Italia intera era già in ginocchio per la piaga dell’eroina, ma in quegli anni stava arrivando un mostro ancora più invisibile e spietato: l’AIDS. Oggi lo sappiamo come si trasmette, ma allora c’era solo tanta ignoranza e un terrore cieco. Si pensava bastasse un bacio, un contatto sessuale e cose così.

Quel giorno arrivò una chiamata in redazione: all’ospedale Guadagna, la struttura per le malattie infettive qui a Palermo, era scoppiato il finimondo. Un gruppo di malati, quasi tutti giovanissimi e tossicodipendenti esasperati dal dolore e dalla disperazione, aveva perso il controllo. Avevano distrutto interi padiglioni, spaccato arredi e messo a soqquadro la struttura. Con le siringhe si erano bucati le vene, usando il loro stesso sangue come arma, spargendolo ovunque.

Quando arrivai sul posto l’atmosfera era surreale. C’era la Polizia, i Carabinieri, il personale sanitario paralizzato. Nessuno sapeva da dove cominciare, nessuno osava fare un passo avanti. C’era il panico negli occhi di tutt per la paura folle di quel contagio invisibile. Per fare il servizio fotografico dovetti andate nelle stanze devastate. I pavimenti su cui camminare erano un incubo, erano disseminati di macchie di sangue fresco.

Mentre scattavo per documentare quel dramma, sentivo le suole delle mie scarpe calpestare quelle macchie.

Finito il servizio, salii sulla mia Vespa per tornare in studio. Più acceleravo, più un dubbio mi assaliva. Avevo addosso il sangue di quella tragedia. Non potevo entrare così nello studio fotografico, al giornale e, soprattutto, non potevo tornare a casa, dove mi aspettavano mia moglie e mio figlio, che allora aveva appena quattro anni.

Arrivato in via Oreto, poco distante dall’ospedale, fermai la Vespa. Mi tolsi le scarpe sul marciapiede, le infilai in un sacchetto di plastica e lo chiusi ermeticamente. Ricordo di aver pensato: “Nessuno deve toccarle. Nemmeno un barbone se le deve mettere ai piedi troppo rischioso”. Le buttai nel cassonetto.

Il resto della giornata lo passai a piedi nudi. Camminai scalzo fino in redazione per consegnare le foto, e tornai a casa esattamente così, senza scarpe. Mia moglie mi guardò e mi chiese spiegazioni, e dovetti raccontarle tutto.

Ricordo che mi abbracciò e mi ringraziò per aver gettato via un paio di scarpe nuove…

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