Dino Zoff – volevo solo fare bene il mio lavoro

Articolo di Gordiano Lupi

Un docufilm ben fatto, essenziale e coinvolgente, che racconta la storia su un duplice piano, partendo da un tredicenne che sogna di fare il portiere ma non si ritiene adeguato, perché basso e insicuro. Il suo allenatore gli propone di prendere come esempio Dino Zoff e gli racconta la sua parabola sportiva, fino al giorno in cui la giovane promessa e il vecchio campione s’incontrano. Le immagini del piccolo portiere che calca i primi passi sui campi giovanili e i ricordi del grande calciatore si alternano senza soluzione di continuità. Vediamo Francesco De Gregori – tifoso romanista incantato dal fascino del campione – chitarra in mano sul palco, immerso in una chiacchierata con Zoff che racconta di essere nato portiere, di aver cominciato a tre anni a buttarsi e di aver proseguito da ragazzino a fare il matto tra i pali d’una porta. Un portiere è fatto di stile (componente artistica) e piazzamento (parte tecnica), arte e manualità, un pizzico di follia e tanta vocazione, perché portiere si nasce, è un ruolo per solitari e taciturni. Zoff nasce a Mariano del Friuli, figlio di contadini, fin da piccolo determinato e disciplinato, destinato a fare grandi cose nel calcio nonostante un’altezza non eccelsa. La storia ci accompagna verso le prime prove nelle giovanili, quindi in prima squadra con l’Udinese, l’esordio in serie A in un catastrofico Fiorentina – Udinese 5 a 2, dove Zoff incassa alcuni gol evitabili, ma non si abbatte. Seguiamo Zoff al Mantova, dove si reca con la sua Fiat 850 (erano altri tempi) ed è nella città lombarda che si sposa; soprattutto ascoltiamo i ricordi – anche di Altafini e Capello – di un calcio dimenticato, dei tempi in cui si correva su campi gelati, calciando palloni resi pesanti dalla pioggia, calzando scarpette dure con i tacchetti avvitabili. Era un calcio senza riserve (solo il portiere) e senza cambi (inseriti alcuni anni dopo, ma soltanto due o tre) che viveva di duelli personali, fatto di potenza e tecnica. Zoff e il Napoli è un capitolo a parte, sembra strano che un friulano chiuso e introverso possa aver amato così tanto una città solare e aperta, ma è accaduto, così come i napoletani hanno provato grande affetto per il loro portiere, anche quando ha lasciato il San Paolo per la Juventus. Giovanni Improta ricorda un grande Napoli composto da calciatori di valore come Sivori (argentino geniale), Altafini, Cané, che non ha vinto titoli ma era capace di incantare il San Paolo, anche per la sicurezza che dava avere un grande estremo difensore. “Il portiere deve eliminare le invenzioni degli altri”, dice Zoff, commentando un ruolo ingrato che porta solitudine e grandi responsabilità. Vediamo la Nazionale con il ricordo della doppia finale 1968 di Coppa Europa al San Paolo, vinta contro la Jugoslavia dopo tanta fatica. Sono del tutto fuori luogo le considerazioni di Di Giovanni (dov’era nel 1968?) sul fatto che “la vittoria unì le generazioni e tutti scendemmo in piazza”, purtroppo confonde 1968 con 1982, ma ci sta che i ricordi siano irrisolti. Ascoltiamo uno scandalizzato Zoff dire che inorridisce quando sente la frase: “Un portiere è bravo se gioca bene con i piedi”. Sono ben altre le doti di un portiere, cose come la freddezza e la concentrazione, il senso del piazzamento, ma “il calcio di oggi è regredito al punto che il portiere fa ripartire il gioco come se fosse un regista”. Sandro Veronesi la spara davvero grossa quando dice che “il portiere fa il tifo per l’avversario, così può entrare in gioco e fare bella figura”, forse non ha mai giocato a calcio, non sa cosa passa per la testa a un portiere in quei novanta minuti, di sicuro Veronesi non ha letto Umberto Saba. Zoff e Altafini passano alla Juventus, contribuendo a renderla imbattibile, vediamo alcune interviste d’epoca (Boniperti e Agnelli) che si alternano alle considerazioni attuali di Platini (“Il calcio è soltanto un gioco”). “Alla Juventus dovevi vincere, certo eri antipatico, subivamo contestazioni. Eri come un operaio della Fiat molto ben pagato”, dice Zoff. Non manca il ricordo commosso di un grande uomo come Gaetano Scirea, nelle parole della moglie Mariella. Ricordiamo la Torino degli anni di piombo e la prima vittoria a Wembley dell’Italia (1973), con Capello che si commuove rivedendo il suo gol su passaggio di Chinaglia. Fa parte della storia la dedica ai ventimila camerieri, italiani che lavoravano a Londra, disprezzati dagli inglesi. Nel film ci sono i Campionati del Mondo in Germania del 1974 con le contestazioni dei tifosi – soprattutto emigranti – per un’imprevista uscita di scena al primo turno. La spedizione azzurra per Argentina 1978 passa per il racconto dei generali al potere, le madri in bianco che reclamano i figli scomparsi, la nostra vittoria sulla Francia per due a zero e i gol da media distanza presi da Zoff, messo in discussione dalla critica sportiva. L’Italia finisce quarta dopo la sconfitta contro il Brasile, ma è un Mondiale lottato con onore, vinto – come prevedibile – da un’Argentina che fa pressioni di ogni tipo. La storia della Coppa del Mondo 1982 è un momento importante, il regista la racconta con Tardelli, Conti e Zoff, facendo rivivere la lotta di Bearzzot contro la stampa, il silenzio imposto dai giocatori, la rivalsa fino alle vittorie contro Argentina, Brasile e Germania. Tra le cose più belle la parata di Zoff sulla linea all’ultimo minuto della gara contro il Brasile, il bacio a Bearzot, Pertini che esulta e la partita a scopone sull’aereo di Zoff (in coppia con il Presidente) contro Bearzot e Causio. Il grido liberatorio di Tardelli segna una vittoria raggiunta, voluta e inseguita con passione. Il film insiste sulla figura di Bearzot, tratteggiata dalla figlia Cinzia, e sulla similitudine umana con Zoff, entrambi persone serie, lavoratori veri, di poche parole e molti fatti. Struggente l’addio al calcio giocato da parte di Zoff, festeggiato niente meno che da Jascin, durante una festa organizzata al Casinò di Sanremo. Non può mancare un Neri Marcoré giovanissimo con la storica imitazione di Zoff. L’ultima parabola calcistica del grande portiere riguarda la Nazionale e la finale del Campionato d’Europa 2000 persa 2 a 1 con la Francia, in modo rocambolesco. Amareggiano le critiche tecniche di Silvio Berlusconi, alle quali Zoff risponde contrariato, cosa che gli costerà il posto da commissario tecnico, più che una sconfitta maturata negli ultimi minuti di una partita sfortunata. Molto ben fatto il finale del film con il piccolo portiere che incontra il suo idolo, accetta i consigli e decide di provare a essere un campione, dopo aver attaccato la foto di Zoff nella sua cameretta, accanto a quella di Donnarumma. Alla fine quel che resta è che “dobbiamo far bene il nostro lavoro”, “si devono fare le cose come Dio comanda”. Parola di Dino Zoff! Se non l’avete visto in Prima Tv su Rai Uno il 10 giugno, ore 21 e 230, lo trovate su Rai Play: https://www.raiplay.it/programmi/dinozoff-volevosolofarebeneilmiolavoro. Non ve lo perdete, vale davvero la pena.

Regia: Giovanni Filippetto. Soggetto e Sceneggiatura: Antonio Azzalini, Anna Boiardi, Giovanni Filippetto. Fotografia: Roberto Lucarelli. Montaggio: Michele Castelli. Regista Seconda Unità: Giovanni Dentici. Suono: Samuel Desideri. Interpreti: Dino Zoff, Fabio Capello, Francesco De Gregori, Cinzia Bearzot, Maurizio De Giovanni, Paul Gascoigne, José Altafini, Michel Platini, Mariella Scirea, Claudio Gentile, Gianni Rivera, Marco Tardelli, Sandro Veronesi.

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