Fiori di Pace il libro di Vincenzo Caruso: la poesia come atto civile

Articolo di Francesco Pira

E’ più di una silloge. È un attraversamento dell’umano, un invito a restituire valore all’ascolto, alla memoria, alla solidarietà. Nell’attuale contesto in cui la comunicazione tende a spezzare invece di unire, Caruso ricorda che la parola può ancora creare ponti, aprire spazi, generare incontri

Nella Chiesa di Santa Chiara, nel cuore di Catania, il 14 maggio 2026 si è svolta una serata che ha restituito alla parola la sua funzione più antica: unire le persone, creare comunità, generare senso. La presentazione della silloge “Fiori di pace” di Vincenzo Caruso, medico, giornalista e attuale Vicepresidente dell’Ucsi di Catania, è diventata molto più di un appuntamento letterario. È stata un’occasione di riflessione culturale e civile, un momento in cui la poesia è tornata ad assumere un compito pubblico, capace di parlare al nostro tempo. L’iniziativa, inserita nel calendario del Maggio dei Libri e realizzata in collaborazione con Ucsi, Fildis e la Comunità di Sant’Egidio, ha visto la partecipazione del critico letterario Milly Bracciante e le intense letture dell’attrice Lina Giuffrida. A portare i saluti istituzionali sono stati Lucio Di Mauro, Presidente Ucsi Catania, e Nella Inserra, Presidente Fildis. In qualità di relatore e autore della prefazione, ho voluto sottolineare come il gesto compiuto da Caruso attraverso questo volume sia profondamente controcorrente: restituire al linguaggio il suo peso umano, la sua responsabilità relazionale e la capacità di tenere insieme ciò che si frantuma.

Presentare “Fiori di pace” significa addentrarsi in un territorio dove la poesia non si limita a evocare emozioni, ma torna ad avere una rilevanza sociale. Non più soltanto dimensione estetica o confessione intimistica, ma strumento culturale e civile, capace di leggere le ferite del presente. Viviamo in un’epoca segnata da comunicazioni rapide, messaggi semplificati, vocaboli svuotati dalla ripetizione continua. In questa condizione di fragilità del linguaggio, l’opera di Caruso rappresenta un atto di resistenza delicato e radicale insieme. È un invito a rallentare, ad ascoltare, a restituire al discorso la sua densità umana.

Da sociologo della comunicazione, ho letto questa silloge come una mappa del nostro tempo costruita con materiali antichi: memoria, spiritualità, responsabilità, cura dell’altro. Caruso non urla, non insegue l’attualità, non rincorre il protagonismo. Alla società del rumore oppone una voce mite, ferma, meditata. È qui che ritroviamo l’eco di Zygmunt Bauman e della sua “modernità liquida”, segnata da rapporti fragili, identità incerte, collettività sfilacciate. La poesia, in questo contesto, non è fuga ma argine: un modo per ricomporre ciò che rischia continuamente di frantumarsi, dalle relazioni intergenerazionali al rapporto tra memoria e presente, fino ai legami tra individuo e società.

Il titolo “Fiori di pace” è già un manifesto. Il fiore è fragile ma ostinato, capace di nascere anche sulle crepe. Così la pace che Caruso racconta non è astratta né declamata: è concreta, quotidiana, fatta di gesti minimi che custodiscono l’umano. Le poesie della raccolta sono attraversate da tre grandi direttrici tematiche. La prima è quella del legame tra

generazioni. In “Nonno, io voglio giocare con te” il bambino non chiede cose ma tempo: tempo umano, non produttivo. In un momento storico che trasforma tutto in merce, questa richiesta semplice diventa un potente richiamo alla responsabilità educativa.

La seconda direttrice riguarda la memoria come atto civile. In testi come “Binario 21”, dedicati alla Shoah, il poeta non descrive, evoca. Non spiega, interroga. Il vagone, il legno, le pietre, l’ombra sono elementi che restituiscono non il passato, ma la necessità di confrontarsi con il presente. Il ricordo, qui, non è celebrazione ma antidoto all’indifferenza. In tempi nei quali la storia rischia di ridursi a rituale, Caruso le restituisce la funzione originaria: impedire che l’umano si perda.

La terza linea tematica è quella della dignità degli ultimi. In “Alla mensa degli amici poveri” non troviamo la retorica dell’assistenza. I poveri non sono categorie, ma volti. La povertà non è un problema tecnico, ma una condizione umana che chiede vicinanza e riconoscimento. Chiamare “amici poveri” coloro che vivono ai margini non è un dettaglio retorico: è un atto sociale nel senso più nobile. Il linguaggio, infatti, non descrive soltanto la realtà: contribuisce a costruirla. E Caruso sceglie un registro che restituisce dignità.

C’è poi una dimensione spirituale che attraversa tutta la silloge, ma mai in modo astratto. In “Nel presepe, il Dio neonato”, il riferimento alla nascita di Cristo diventa lettura simbolica dell’umiltà e della fragilità come fondamenti della dignità umana. Qui la fede non è fuga, ma immersione nella vita reale. È spiritualità che si fa prossimità.

La serata di Santa Chiara ha mostrato tutto questo con una forza particolare. Le interpretazioni di Lina Giuffrida hanno restituito ai versi una vibrazione emotiva capace di toccare i presenti. L’intervento di Milly Bracciante ha offerto una prospettiva critica lucida, sottolineando la capacità dell’autore di tenere insieme dimensione poetica e riflessione sociale. I saluti istituzionali hanno ribadito il valore della cultura come strumento di coesione, mentre chi ha assistito all’appuntamento ha partecipato con un’attenzione che è già, di per sé, un segnale di quanto ci sia bisogno di parole abitate, non consumate.

“Fiori di pace” è più di una silloge. È un attraversamento dell’umano, un invito a restituire valore all’ascolto, alla memoria, alla solidarietà. Nell’attuale contesto in cui la comunicazione tende a spezzare invece di unire, Caruso ricorda che la parola può ancora creare ponti, aprire spazi, generare incontri. La poesia, quando è autentica, diventa un gesto nel senso più alto: non urla, ma cura; non divide, ma avvicina; non fugge, ma resta.

La serata alla Chiesa di Santa Chiara ha mostrato che la cultura può ancora essere un luogo di aggregazione. E che la pace, come insegna il libro, non nasce da proclami altisonanti, ma da gesti minimi: da un fiore offerto, da un ricordo condiviso, da un bambino che chiede di giocare, da un pane spezzato insieme. La pace è un compito quotidiano, un’educazione sentimentale, un esercizio di umanità. E ciascuno di noi, oggi più che mai, è chiamato a coltivarla.

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