Ci sono giorni che si ricordano per sempre e non se ne vanno più. Per me, uno di questi è il giorno in cui sono andato nell’aula bunker di Palermo e ho fotografato lui.
Per decenni, Totò Riina è stato un’entità. Un nome sussurrato, un fantasma senza volto, quasi una leggenda a cui si faticava a credere. Si diceva fosse morto, si diceva fosse ovunque e da nessuna parte.
Poi, quel giorno, il velo è caduto. Il mondo intero ha guardato dentro quell’aula e lo ha visto: un uomo apparentemente normale, vestito esattamante come il giorno del suo arresto, il 15 gennaio del ’93 vicino al motel Agip a Palermo. L’impatto fu scioccante. Ricordo ancora la pelle d’oca. Non era un fantasma: esisteva davvero. Ma la cosa che mi ha gelato il sangue è stato il contrasto tra la banalità di quell’uomo che faticava a ad esprimersi in italiano, e la ferocia della sua storia.
Vederlo entrare, muoversi e persino salutare con la mano i presenti, come se fosse a un ricevimento e non davanti alla giustizia è stato un momento surreale. In quell’esatto istante, tutti abbiamo guardato in faccia il volto della mafia stragista.
Quella mafia sanguinaria che per anni, tra gli anni ’80 e ’90, ha messo a soqquadro l’Italia, spezzando vite e sfigurando la nostra terra.
Ero lì. Ho respirato quell’aria pesante, carica di storia e di dolore. Una giornata che non dimenticherò mai. La prima volta di Totò Riina davanti ad una corte dopo ben 24 anni di latitanza e di innumerevoli malefatte!
