Il Pontefice ha firmato e promulgato “Magnifica Humanitas”. Il sociologo Francesco Pira: “L’Enciclica di Papa Leone XIV e l’idea del cantiere, con tempi condivisi, presenza fisica, e luoghi di prossimità che danno densità ai legami”

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il professore dell’Università di Messina: “Tradotto nel quotidiano, il cantiere chiede tre movimenti intrecciati: una cultura del vero che insegni a distinguere informazione da manipolazione; un’educazione che formi all’uso responsabile dell’IA e dell’infosfera senza cedere alla loro velocità; una giustizia che verifichi se i progressi tecnici aprono spazi di partecipazione o concentrano potere”

Oggi, 25 maggio 2026, alle ore 11:56 circa, papa Leone XIV, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, ha firmato e promulgato la sua prima lettera enciclica dal titolo “Magnifica Humanitas” sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. L’enciclica porta la data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII – storica lettera che affrontò la “questione operaia e sociale” nel contesto della prima grande rivoluzione industriale e che diede una spinta potentissima allo sviluppo dei movimenti cattolici e all’organizzazione di società operaie e artigiane ispirate ai principi cristiani.

Il 14 giugno 2024, per la prima volta, papa Francesco, partecipando al vertice G7 di Borgo Egnazia, in Puglia, ai “grandi della Terra” parlò di “intelligenza artificiale”, “uno strumento affascinante” – osservava il Pontefice – ma allo stesso tempo “tremendo”, capace di portare benefici o provocare danni come tutti “gli utensili” costruiti dall’uomo sin dalla notte dei tempi. Papa Francesco, con audacia e a chiare lettere, affermava che l’AI non è neutra. È uno strumento potente e, come ogni potere, porta con sé il rischio della manipolazione, della disuguaglianza, della violenza. E nella sua ultima enciclica, Dilexit nos, pubblicata il 24 ottobre 2024, scriveva che «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore».

Papa Leone XIV ha raccolto l’eredità di papa Francesco. Nel passaggio di testimone, il tema dell’AI, per papa Leone, è cruciale, epocale, esistenziale. Papa Leone, raccogliendo il messaggio millenario della Chiesa, delle Scritture, di sant’Agostino, di Giorgio La Pira – citato nella nota 197 – e di san Giovanni Paolo II, studia, scruta e si chiede cosa significhi “essere umani in un’epoca di macchine pensanti”.

Magnifica Humanitas è un documento di duecento pagine, diviso in cinque capitoli (un pensiero dinamico fedele al Vangelo; fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa; tecnica e dominio, la grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA; custodire l’umano nella trasformazione: verità, lavoro, libertà, ovvero la verità come bene comune; la cultura della potenza e la civiltà dell’amore, la civiltà dell’amore nell’era digitale).

Già nelle primissime pagine, precisamente al paragrafo 4, la nuova enciclica Magnifica Humanitas appare come una prosecuzione ideale della Rerum Novarum di papa Leone XIII.

4. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo».

Nell’illustrare la genesi e il senso della nuova enciclica, il Pontefice parte da due immagini bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme con il profeta Neemia. Babele, un’opera superba che non fa riferimento a Dio, è il sogno di una potenza che si chiude a Dio, omologa tutto, sacrifica le persone all’efficienza. La ricostruzione delle mura di Gerusalemme è invece una città ferita che rinasce grazie alla responsabilità condivisa di un popolo che lavora insieme, mettendo Dio al centro; “una città che ricostruisce i legami prima ancora delle pietre”. Nel tempo dell’IA, la scelta è la stessa: continuare a costruire torri di dominio o impegnarsi a ricostruire relazioni, istituzioni, economie che permettano a tutti di “fiorire”.

Nel capitolo 4, dai paragrafi 143-147, papa Leone XIV tratta e scrive sulla “centralità della scuola”

143. La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo molti genitori, che desiderano che i figli crescano capaci di relazione, di senso critico, di valori solidi, ripongono in essa grandi attese, come preziosa alleata nell’educazione dei loro figli. Ai genitori spetta, infatti, il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. Il mondo della scuola oggi si trova davanti ad alcune sfide improrogabili.

144. La prima sfida è sociopolitica. Sia entro le singole nazioni che tra diverse aree del mondo, permangono forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di base e agli studi superiori. In non pochi Paesi lo Stato non ha ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità, sia sostenendo adeguatamente il sistema scolastico pubblico sia supportando le istituzioni private che offrono questo servizio fondamentale. Quando una parte rilevante dell’istruzione, a vari livelli, è affidata a istituti privati, può accadere che l’accesso alla scuola dipenda troppo dalle possibilità economiche delle famiglie, in mancanza di un adeguato sostegno pubblico. A fronte di questo rischio, va comunque riconosciuto e sostenuto il contributo di molte opere educative cattoliche che, pur essendo istituzioni private, garantiscono un’accoglienza inclusiva a bambini e giovani di ogni provenienza, anche quando le condizioni economiche delle famiglie non lo permetterebbero.

145. La seconda grande sfida è pedagogica. Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati in vista di un’educazione realmente integrale, aperta a tutte le dimensioni della persona. È necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso.

146. La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone “sanno molte cose” ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze, e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

147. La Dottrina sociale della Chiesa invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a un’alleanza educativa rinnovata. Essa diventa concreta quando i principi fondamentali si traducono in mete educative: educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.

D: Professor Francesco Pira, dopo quanto emerge nei paragrafi 143–147 di “Magnifica Humanitas” sulla centralità della scuola, come può l’istituzione scolastica restare davvero il luogo dove si impara a cercare la verità e a esercitare pensiero critico nell’era dell’intelligenza artificiale, senza limitarsi a inseguire la velocità del digitale? E che ruolo gioca, in questa direzione, l’«infosfera» di cui parla Luciano Floridi?

R: «La scuola rimane centrale se tiene insieme tre dimensioni che l’enciclica richiama con forza: giustizia sociale, qualità pedagogica e senso. Non basta introdurre strumenti: bisogna garantire accesso equo, formare docenti a un uso consapevole dell’AI e dare ai ragazzi il tempo lento per leggere, confrontarsi, coltivare l’attenzione. L’intelligenza artificiale può diventare un laboratorio cognitivo — un alleato per tradurre, simulare, esplorare — ma resta la persona a dare direzione, a scegliere cosa ha valore e perché. Qui la nozione di “infosfera” proposta da Luciano Floridi è preziosa: viviamo in un ambiente informazionale dove online e offline si fondono, e l’alfabetizzazione non coincide più con il saper usare un dispositivo, bensì con l’abitare responsabilmente questo ecosistema. Significa comprendere come funzionano gli algoritmi, riconoscere bias e bolle, chiedere trasparenza, distinguere informazione da manipolazione. La scuola non deve correre alla stessa velocità del digitale; deve offrire ciò che il digitale non fornisce da sé: relazioni affidabili, criteri di valutazione del vero, cura della parola, spazi di silenzio e di studio profondo. Così educa non solo a “fare”, ma a “discernere”: forma cittadini capaci di usare l’AI senza esserne usati, di muoversi nell’infosfera senza smarrire libertà interiore e responsabilità verso il bene comune».

La nostra prima e sommaria lettura dell’enciclica si sofferma su uno degli ultimi paragrafi denominato “il cantiere del nostro tempo”

236. La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). Come ho scritto al principio di questa riflessione, [217] oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.

237. Restiamo fedeli alla verità! Vivendo immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre più raffinati. [218] In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati. Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. [219] Coltiviamo invece quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», [220] che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune.

238. Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo. Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede. In modo particolare, poi, servono adulti che riscoprano la loro vocazione di artigiani dell’educare, disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise. Accompagnare bambini e ragazzi a usare le tecnologie come spazio di relazione responsabile, aiutandoli a riconoscerne i rischi e a scegliere ciò che fa crescere la libertà interiore, rappresenta oggi una forma concreta di carità e di salvaguardia della loro dignità. Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune.

239. Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità̀ che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale.

240. Amiamo la giustizia e la pace! Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto. Ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale, occasione per verificare se i progressi dell’IA aprano spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrino ricchezza e potere nelle mani di pochi. Invito a guardare con lucidità le filiere della produzione digitale, le condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, i meccanismi che traggono vantaggio dalla manipolazione e dalla guerra e, allo stesso tempo, a cercare vie concrete per far crescere equità, partecipazione e cura del creato. La speranza che annunciamo viene dal cielo «per generare, quaggiù, una storia nuova»: proprio per questo chi crede si impegna perché, al posto delle disuguaglianze, trovi spazio una maggiore giustizia e perché «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace». [221]

241. Guardando al domani, desidero richiamare l’immagine di Neemia, che all’inizio di questo percorso abbiamo scelto come compagno e figura-guida. Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto.

Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.

242. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.

D: Nei paragrafi 236–242 l’enciclica propone l’immagine del “cantiere” e del “saggio architetto”: fedeltà alla verità in un ecosistema informativo dominato da flussi e algoritmi, investimento educativo per un uso umano del digitale, cura delle relazioni concrete, giustizia e pace nelle filiere tecnologiche. Dal suo punto di vista di sociologo dei processi culturali e comunicativi, come si traduce questo cantiere nella vita quotidiana di scuole, media, piattaforme e comunità? E che cosa possiamo apprendere, ad esempio, dalla tradizione sociologica (penso a Zygmunt Bauman o a Ulrich Beck) per evitare che l’innovazione alimenti nuove disuguaglianze invece di ridurle?

R: «Indubbiamente, il “cantiere” evocato dall’enciclica è un’immagine operativa: non descrive un ideale astratto, ma una responsabilità distribuita che riguarda istituzioni, professioni dell’informazione e cittadini. In termini sociologici, Bauman ci ha insegnato a riconoscere la “liquidità” dei legami e dei contesti: velocità, frammentazione e precarietà producono connessioni rapide ma relazioni fragili. L’enciclica propone l’antidoto: tempi condivisi, presenza fisica, luoghi di prossimità che ricompongono l’attenzione e danno densità ai legami. Beck, con la “società del rischio”, ci ha mostrato come i benefici della tecnica possano ridistribuire anche rischi e vulnerabilità; applicato al digitale significa guardare dentro le filiere dei dati, del lavoro delle piattaforme, dei dispositivi, per non esternalizzare costi sociali e ambientali. Tradotto nel quotidiano, il cantiere chiede tre movimenti intrecciati: una cultura del vero che insegni a distinguere informazione da manipolazione; un’educazione che formi all’uso responsabile dell’IA e dell’infosfera senza cedere alla loro velocità; una giustizia che verifichi se i progressi tecnici aprono spazi di partecipazione o concentrano potere. Per i media è un invito a pratiche editoriali trasparenti e verificabili; per le scuole, a coltivare “igiene dell’attenzione”, pensiero critico, alfabetizzazione all’algoritmo; per le piattaforme, a rendere auditable ciò che orienta scelte e preferenze. La sociologia qui è alleata della speranza: riconosce i rischi sistemici, ma indica che le traiettorie tecnologiche non sono destino. Possono essere orientate da regole chiare, da comunità competenti e da professionisti che antepongono il bene comune alla pura ottimizzazione. In questo senso il “saggio architetto” non è un eroe solitario: è una rete di attori che, mattone dopo mattone, rende più abitabile la città digitale».

D: Come figlio e seguace di sant’Agostino, papa Leone XIV guarda, studia, scruta le nuove “città di Dio” — la torre di Babele e la nuova Gerusalemme ricostruita dal profeta Neemia — con l’obiettivo di interpretare e investigare la storia umana alla luce della sapienza umana e divina.

R: «Questa immagine è un invito a tenere insieme analisi rigorosa e orientamento etico: comprendere le “città” del nostro tempo, dalla Babele algoritmica ai cantieri di Neemia, per guidarle verso il bene comune. La sapienza umana misura e verifica, quella evangelica indica senso e limiti: è su questo passaggio decisivo che scuola, media e piattaforme possono diventare veri luoghi di ricostruzione».

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