Il professore dell’Università di Messina: “La sfida non è tecnologica, ma antropologica. Ai giovani dobbiamo restituire relazione, pensiero critico e responsabilità”
Ci sono studiosi capaci di leggere il presente senza farsi travolgere dalla velocità del presente stesso. Francesco Pira è uno di questi. Sociologo dei processi culturali e comunicativi, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, autore di numerosi saggi sul rapporto tra media, educazione e trasformazioni sociali, da anni osserva con rigore e sensibilità i mutamenti che attraversano la vita quotidiana, i linguaggi, i legami e il mondo della scuola. Il suo sguardo unisce profondità teorica e chiarezza divulgativa, qualità rara in un tempo in cui tutto tende a semplificarsi o, al contrario, a diventare inutilmente complicato. Le sue analisi sono molto apprezzate anche dagli spettatori televisivi di canali nazionali e regionali e, da oltre un anno, è ospite fisso della tv nazionale Fatti di Nera (canale 122 del digitale terrestre). Pronto per due missioni all’estero – una docenza Erasmus a Timisoara e due interventi al Congresso Internazionale della Federazione Spagnola della Sociologia, a Bilbao – è tornato da Roma, dove è intervenuto presentando un suo lavoro di ricerca all’VIII Convegno della Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura, Comunicazione – SISCC, all’Università Roma Tre, sul tema “Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti”. La sua relazione nel panel dedicato a Media education e alfabetizzazioni digitali con uno speech dal titolo quanto mai attuale: “Media Education ed EduComunicazione come pratiche di Resilienza Formativa”. Un contributo che si colloca nel solco delle riflessioni sviluppate anche nel suo volume “La buona EduComunicazione. Scuola e famiglia, un approccio sociologico nella nostra nuova vita onlife”, testo che invita a ripensare il ruolo educativo di adulti, istituzioni e comunità dentro un ecosistema comunicativo segnato da connessione permanente, fragilità relazionali e nuove forme di solitudine.
Quella che segue è una conversazione intensa e preziosa. Perché ci riguarda tutti: genitori, insegnanti, educatori, studenti. E perché interroga la parte più delicata del nostro tempo, quella in cui la tecnologia non cambia soltanto gli strumenti, ma il modo stesso in cui diventiamo persone.

D:Professor Pira, il titolo del convegno – Crash! Ripensare l’umanità tra narrazioni e conflitti – colpisce per la sua forza. In questo tempo, dove avverte la frattura più profonda?
R:«Il nodo centrale riguarda il significato stesso dell’essere umani. Non è tra esseri umani e macchine che si apre la frattura principale, ma tra diverse idee di umanità. Da una parte ci sono i contesti educativi tradizionali, come la famiglia, la scuola e le comunità di riferimento; dall’altra ci sono logiche sempre più pervasive, guidate dalla performance, dalla visibilità, dalla misurazione continua del sé. È un conflitto antropologico, prima ancora che tecnologico. Quando parlo di condizione onlife, riprendendo Luciano Floridi, studioso delle trasformazioni digitali e del loro impatto sulla vita contemporanea, mi riferisco proprio a questo: non viviamo più una separazione netta tra reale e digitale, ma un intreccio permanente che modifica il nostro modo di stare al mondo, di percepirci e di relazionarci. Il rischio è che l’identità personale, costruita nel tempo attraverso memoria, esperienze, relazioni, conflitti interiori e maturazione, venga progressivamente sostituita da un’identità algoritmica, ottimizzata per il mercato dell’attenzione e del comportamento».
D: Nel suo intervento ha parlato di resilienza formativa. Che cosa significa, in concreto, in una scuola attraversata da social network, intelligenza artificiale e disorientamento emotivo?
R:«Vuol dire, anzitutto, riconoscere alla scuola un compito che va ben oltre la semplice trasmissione di contenuti. Oggi la scuola è chiamata a essere presidio relazionale, spazio di mediazione, luogo in cui si impara non solo a conoscere, ma a stare dentro la complessità. La mia ricerca, condotta anche attraverso interviste a dirigenti scolastici e docenti, mostra con chiarezza che la scuola svolge sempre più una sorta di supplenza sociale: intercetta fragilità, solitudini, smarrimenti, crisi genitoriali, e prova a tenere insieme bisogni educativi e relazionali che fuori dalla scuola spesso restano senza un adeguato sostegno. La resilienza formativa nasce qui: nella capacità di costruire contesti educativi in cui si possa abitare il silenzio, ricostruire il valore della relazione autentica, sviluppare pensiero critico, imparare a leggere i media senza esserne catturati. Non basta insegnare a usare gli strumenti. Occorre formare coscienze capaci di orientarsi».
D: Dai dati e dalle sue ricerche emerge con chiarezza il tema della solitudine digitale. È questo, più ancora della disinformazione, il segnale da non sottovalutare?
R:«Sì, perché la disinformazione si combatte anche con competenze e strumenti adeguati, mentre la solitudine tocca la struttura emotiva e relazionale della persona. I dati UNICEF 2024 mostrano una correlazione impressionante tra ore di connessione e percezione della solitudine tra gli adolescenti. Più aumenta il tempo online, più cresce il senso di isolamento. Sherry Turkle, sociologa statunitense, lo aveva intuito già anni fa: possiamo essere sempre connessi e sentirci profondamente soli.
È quella che definisco, seguendo una precisa linea teorica, solitudine algoritmica. La connessione quantitativa non produce automaticamente relazione qualitativa. Anzi, spesso il bisogno di riconoscimento viene incanalato in circuiti che lo trasformano in esposizione, confronto continuo, stanchezza performativa. Dietro la vetrinizzazione digitale dei ragazzi non c’è superficialità: ci sono insicurezze, vuoti affettivi, pressioni culturali, richiesta di ascolto. Per questo la risposta non può essere moralistica. Deve essere educativa, comunitaria, condivisa».

D: A suo giudizio, da dove bisogna ripartire perché scuola, famiglie ed educatori non subiscano il cambiamento, ma riescano a trasformarlo in crescita umana e civile?
R:«Bisogna ripartire da un’alleanza educativa reale, non solo dichiarata nei documenti. La famiglia da sola non basta, la scuola da sola non basta, e neppure la tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire la responsabilità degli adulti. Serve una formazione continua dei docenti non soltanto sugli strumenti digitali, ma sulla pedagogia dei media, sulla mediazione emotiva, sull’etica dei dati. Servono curricoli trasversali, capaci di affrontare temi come disinformazione, bias algoritmici, intelligenza artificiale, uso della parola pubblica. E serve coinvolgere gli studenti nella progettazione delle regole e degli ambienti che abitano. Quando i giovani diventano produttori culturali consapevoli e non semplici consumatori passivi, qualcosa cambia davvero. L’EduComunicazione, infatti, non si limita a insegnare l’uso consapevole dei media, ma aiuta a trasformare la comunicazione in esperienza di crescita e di partecipazione, rendendo i giovani non semplici destinatari di messaggi, ma protagonisti del proprio percorso umano e relazionale».
Le parole del professore Francesco Pira aiutano a comprendere che il vero obiettivo non è difendersi dalla tecnologia, ma non smarrire l’umano mentre la attraversiamo. Nelle sue ricerche convivono la precisione dello studioso e la passione civile di chi crede ancora che educare sia un gesto di responsabilità verso il futuro. Nel suo pensiero si coglie la lucidità di chi sa guardare avanti senza dimenticare ciò che conta davvero. C’è la consapevolezza che nessun algoritmo potrà sostituire l’importanza del tempo condiviso e della relazione che cura.
Del resto, come scriveva Cesare Pavese, “L’unica gioia al mondo è cominciare”. Forse è proprio da qui che scuola, famiglia ed educatori sono chiamati a ripartire: dalla possibilità di ricominciare ogni giorno, con pazienza e coraggio, a creare spazi in cui i più giovani possano vivere l’infosfera senza lasciarsi schiacciare dal peso della connessione continua, imparando a distinguere tra rumore e senso, tra esposizione e identità, tra presenza digitale e vita vera.
E allora la riflessione proposta dal professore Pira è un invito concreto e urgente: tornare a educare per ricostruire legami, ritrovare il silenzio e custodire ciò che dell’umano conta di più. In un tempo che accelera tutto, questa è forse una delle forme più alte di resistenza, e anche una delle più decisive per la nostra società.
