Il sociologo Pira: “La nostra è una società della connessione senza relazione, della comunicazione senza comunità”

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Conversazione con il professore dell’Università di Messina: “In questo ecosistema iperconnesso ma spesso disumano, le nostre umanità si fanno fragili, silenziate da rumori di fondo, da narrazioni tossiche, da una superficialità che anestetizza la coscienza critica”

Lunedì 22 settembre gli Ebrei festeggeranno, secondo il loro calendario lunare, il Capodanno (Rosh Hashanah), una festività che proseguirà martedì 23 e mercoledì 24 settembre e che culminerà nel solenne Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, i prossimi 1° e 2 ottobre. Il concetto di «inizio d’anno» ha un profondo valore simbolico: è l’inizio di un nuovo «ciclo», il momento in cui l’Uomo è chiamato a esaminare sé stesso, a fare un ritorno sulla retta via (teshuvah) e a rinnovare il suo legame con Jahvè e con la propria comunità nella speranza di un anno migliore. Un nuovo anno che si apre nel segno di una sempre più grave catastrofe che non prende avvio dal 7 ottobre 2023 ma, osserva con acume la saggista e giornalista Paola Caridi, da vent’anni e più, durante i quali la questione israeliano-palestinese è stata considerata periferica, è stata taciuta. Anche prima del 7 ottobre 2023 non andava nulla bene in Palestina, e pure in Israele. In questi ultimi decenni, segnati dalla decolonizzazione, l’evento più importante del XX secolo secondo il saggista e narratore indiano Pankaj Mishra, autore del saggio Il mondo dopo Gaza, il mondo è cambiato ma fatichiamo ad accorgercene. Lo scrittore Primo Levi nel suo ultimo lavoro I sommersi e i salvati, una sorta di testamento spirituale, scritto nel 1986, scrive che «la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace» e che «[…] anche noi siamo abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale». Il saggio Il mondo dopo Gaza di Pankaj Mishra ci invita a riflettere, a prendere consapevolezza che il nostro Occidente non è più il «centro» del mondo, è cieco. Siamo, per riprendere le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate lo scorso 10 settembre mentre era in visita in Slovenia, «su un crinale come nel 1914». Gaza, ma anche la sanguinosa, è avvolta nel silenzio e dal disinteresse, guerra in Sudan, iniziata nell’aprile del 2023, dove si contano 30.000 mila in combattimento e 150.000 morti per fame e malattie, e le altre cinquanta guerre aperte (Myanmar, Congo, ecc.) sul nostro pianeta sono uno spartiacque epocale che disegna una nuova e disastrosa cartografia, un’involuzione antropologica dominata dall’odio, dalla cattiveria. Oggi siamo di fronte ad un degrado generalizzato di fronte al quale non possiamo continuare ad essere spettatori silenti e passivi. Il mondo è cambiato, ma, forse, non ce ne siamo accorti. Con il professore Francesco Pira, docente associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Messina, saggista e giornalista, vogliamo riflettere e confrontarci sull’autentico dramma della schizofrenia che stiamo vivendo come civiltà occidentale. La Weltanschauung del «nostro» Occidente è fondata sulla dignità e la

libertà della persona umana, sulla tolleranza, sui diritti dell’uomo, sulla ricerca della felicità. Ed invece, oggi, tutte queste parole, idee, concetti sembrano che si stiano sgretolando.

D.: Nel 2012 Zygmut Bauman, un suo alto maestro, nel volume L’Europa è u’ avventura scriveva che «l’Europa ha acquisito un’esperienza storica e delle capacità» ed ancora che «il futuro dell’Europa politica dipende dalle sorti della cultura europea». Come la cultura può rispondere alle tante crisi di oggi?

R: «Quando Zygmunt Bauman scriveva che «il futuro dell’Europa politica dipende dalle sorti della cultura europea», non si riferiva soltanto al patrimonio artistico o alle grandi narrazioni storiche del continente. Parlava della cultura come humus condiviso, come spazio simbolico in cui si costruiscono identità, si elaborano conflitti, si formano le coscienze critiche. Da sociologo della comunicazione e dei processi culturali e comunicativi, vedo ora con chiarezza quanto le crisi che attraversano l’Europa – da quelle geopolitiche a quelle sociali, ambientali e digitali – siano, prima di tutto, crisi culturali. La “modernità liquida” di cui parlava Bauman è diventata “iperliquida”, alimentata da un ecosistema comunicativo digitale frammentato, veloce, spesso disorientante. La cultura, attualmente, può e deve rappresentare un argine alla disgregazione, non nella forma nostalgica della conservazione, ma come strumento vivo di interpretazione del presente e costruzione del futuro. La cultura è dialogo, è educazione alla complessità, è consapevolezza critica. Di fronte all’ondata di disinformazione, alla radicalizzazione delle opinioni, alla perdita di fiducia nelle istituzioni, la cultura può essere un antidoto. Non perché offra risposte semplici, ma perché aiuta a porre domande giuste.

È nel tessuto culturale condiviso che si può rigenerare il senso di appartenenza europea, basato non sull’esclusione o sulla chiusura, ma su valori di solidarietà, pluralismo, rispetto dei diritti umani. Inoltre, la cultura è comunicazione. È nei linguaggi, nei simboli, nelle narrazioni che costruiamo ogni giorno il nostro modo di stare al mondo. In questo senso, la responsabilità della comunicazione – dalla scuola ai media, dalla politica ai social network – è enorme. Serve una cultura della responsabilità comunicativa, che non alimenti paure e divisioni, ma favorisca comprensione, empatia, coesione. L’Europa, oggi più che mai, ha bisogno di una visione culturale forte. Non si tratta solo di difendere ciò che siamo stati, ma di immaginare ciò che possiamo diventare. Come Bauman ci ha insegnato, l’identità europea non è un dato, ma un processo. E la cultura è lo spazio in cui questo processo prende forma».

D.: La nostra odierna società sempre più narcisistica e “liquida” è ancora dotata di “significati sociali”? Oggi la velocità della “rivoluzione tecnologia” sta sempre più infragilendo le nostre umanità e culture. Come possiamo uscire da questo stato di minorità e connivente remissività?

R: «Tutti siamo immersi in una società che potremmo definire narcisistica non tanto perché tutti vogliono apparire, quanto perché si è smarrito il senso dell’alterità, dell’altro da sé. Zygmunt Bauman ci ha spiegato con chiarezza che la “liquidità” delle relazioni, dei valori, delle istituzioni, sta minando le fondamenta su cui si costruiscono le identità collettive. E questa fragilità si manifesta in modo evidente nella crisi dei significati sociali condivisi. Le mie ricerche evidenziano come la rapidità imposta dall’innovazione tecnologica – dalla centralità degli algoritmi alla logica dell’istantaneità digitale – stia progressivamente erodendo gli spazi della riflessione, del dialogo e della costruzione culturale profonda. In questo ecosistema iperconnesso ma spesso disumano, le nostre umanità si fanno fragili, silenziate da rumori di fondo, da narrazioni tossiche, da una superficialità che anestetizza la coscienza critica. La nostra è una società della connessione senza relazione, della comunicazione senza comunità. I social network non sono la causa, ma il sintomo di questa crisi, in cui l’individuo tende a esistere solo se visibile, mentre la cultura – intesa come memoria, significato, confronto – si dissolve nel presente continuo dell’attimo condivisibile. E allora come uscirne? Come invertire questa deriva? Credo sia necessario riattivare una cultura della responsabilità comunicativa e della cittadinanza critica. Serve un nuovo umanesimo digitale, che non si limiti a usare la tecnologia, ma la interroghi, la umanizzi. Significa educare le nuove generazioni non solo all’uso degli strumenti, ma al senso del vivere insieme, al valore della lentezza, dell’ascolto, della profondità. Significa porre al centro l’educomunicazione come percorso formativo, etico e culturale. È fondamentale formare cittadini consapevoli, capaci di distinguere tra informazione e manipolazione, tra relazioni autentiche e semplici performance narcisistiche. Uscire dalla minorità, come avrebbe detto Kant, significa avere il coraggio di pensare con la propria testa. Ma adesso, pensare non basta: dobbiamo anche sentire, empatizzare, costruire significati insieme. Solo così potremo resistere alla tentazione della remissività e della connivenza con i meccanismi che ci disumanizzano. La cultura è la condizione necessaria per non smarrire la nostra umanità nell’epoca degli algoritmi».

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