Il sociologo prof Francesco Pira: «le vacanze come vacuum, contenitori da riempire. Nella società della performance il vuoto fa paura»

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Questi sono tempi di scrutini. Un termine, questo, che deriva dal verbo latino «scrutari» che significa all’origine, esplorare, frugare tra gli stracci. Questo è un tempo di esami per il mondo accademico. Un altro verbo che deriva dalla lingua latina, dal verbo «examen» che a sua volta è legato al verbo «exigere», che indicava l’ago della bilancia e l’azione del «pesare». Andare a scuola e tornare a casa, osserva il professore e scrittore Alessandro D’Avenia, sono i due poli che accendono l’esistenza. Lo scorso 29 maggio, all’età di 104 anni, è morto il celebre sociologo e filosofo francese Edgar Morin. Un uomo, l’iniziatore del cosiddetto «pensiero complesso», direttore emerito di ricerca al CNRS, uno dei più grandi intellettuali contemporanei che da anni rifletteva sulla celebre frase di José Ortega y Gasset «non sappiamo che cosa ci sta accadendo, ed è precisamente questo che ci sta accadendo». Un intellettuale che riguardo al mondo della scuola ha coniato l’espressione «testa ben fatta». Critico verso l’iper-specializzazione e la frammentazione delle discipline Morin proponeva e nelle sue opere propone e proporrà sempre un modello trans-disciplinare che insegni a «navigare» nell’ignoto, nell’incertezza e a comprendere l’essere umano sviluppando una cittadinanza planetaria (cfr. E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro). Il 27 giugno 2019 papa Francesco ha incontrato il filosofo e sociologo Morin e l’ha chiamato non solo un «testimone privilegiato di profondi e rapidi cambiamenti» ma anche un attento analista che, scrutando bene il tempo presente, ha messo in guardia dai rischi possibili per l’umanità. In particolare, papa Francesco rimarca il ruolo del professore Morin nel richiamare, per esempio col concetto di «scienza con coscienza», al progresso morale e intellettuale perché procedano insieme all’avanzare di scienza e tecnologia per evitare catastrofi.

Nell’enciclica Magnifica Humanitas, pubblicata lo scorso 25 maggio, papa Leone XIV, nel paragrafo 37, tratta con acume e profondità il tema della dignità dell’essere umano come criterio per orientare il progresso tecnico: «il lavoro non è considerato solo un problema da gestire o un mezzo per ottenere reddito, ma un bene fondamentale per la persona, principio dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale. In esso l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società» (parole tratte da un’altra enciclica, la Laborem exercens, scritta da papa Giovanni Paolo II il 14 settembre 1981 in occasione del 90° anniversario della Rerum novarum). Con il professore Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi, vogliamo riflettere, in questo tempo prossimo all’estate sulla nostra condizione di «magnifica umanità» che sta per vivere un momento prezioso come la prossima stagione estiva. E proprio tra giugno e luglio il docente e saggista sarà impegnato in relazioni, lezioni ed interventi dal 17 al 19 a Roma al Congresso nazionale SISCC (Società Scientifica Italiana di Sociologia, Cultura e Comunicazione), dal 6 al 10 luglio a Timisoara (Romania) all’International Summer School in Social Anthropology (West University Timisoara) e dal 15 al 17 luglio a Bilbao al XVI Congresso Spagnolo di Sociologia organizzato dalla FES (Federazione Spagnola di Sociologia). In tutti questi impegni nazionali ed internazionali affronterà il tema dell’educazione e della comunicazione.

D.: Anche la nostra esistenza può e deve passare al vaglio degli “scrutini” ed “esami”. La dolce stagione estiva come può essere, davvero, una “pausa”, impagabile e cara, per poter riflettere su chi siamo e dove stiamo andando. Un periodo di “digiuno” da smartphone, ad es., sui quali si è sempre più narcisisticamente chini e davanti ai quali ci si svuota e ci si perde. Una stagione di ri-carica, un investimento su sé stessi?

R.: Vorrei partire per rispondere a questa domanda dall’intreccio di questi due pensieri di enorme profondità: la “testa ben fatta” di Edgar Morin e la visione profetica di Papa Leone XIV, che proprio nella sua prima enciclica, la Magnifica Humanitas, ha posto al centro la tutela della dignità della persona nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Uno degli snodi centrali del pensiero di Morin, che ho studiato ed ho avuto il privilegio di incontrare, risiede nella sua critica alla frammentazione del sapere e alla riduzione del reale a mero oggetto di calcolo — temi che, in prospettiva retrospettiva, anticipano le attuali derive legate alla piattaformizzazione e al predominio del dato, Morin sosteneva che era necessario educare al pensiero complesso, educare comprendendo l’umano nella «sua unità nella diversità, la sua diversità nell’unità» (Morin, 2001 p. 56). Questo concetto si lega alla prospettiva indicata da papa Leone XIV della tutela della dignità umana anche nella sua dimensione legata al lavoro, così centrale nelle nostre vite perché gli da dignità e si coniuga e si fonde nell’acquisizione di sapere dove conoscenza si integra con coscienza. Oggi, la sfida non è più solo lo sfruttamento materiale, ma il rischio che l’IA e gli algoritmi riducano il lavoro – e l’intera esistenza umana – a una mera performance misurabile, svuotandola di quella dimensione etica. In quest’era di frammentazione e performatizzazione, la pausa estiva e l'”esame” di coscienza a cui siamo chiamati servono proprio a questo: ricomporre i frammenti della propria identità. La pausa non è un semplice “spegnimento”, ma il momento prezioso in cui ci si ferma a valutare non quanto abbiamo prodotto, ma chi stiamo diventando. In questa prospettiva, anche il “digiuno” da smartphone cambia significato: diventa un atto di liberazione. Come ci avverte l’enciclica, non possiamo lasciare che la tecnologia domini l’umanità. Il digiuno è il passaggio da una condizione di sudditanza – in cui siamo narcisisticamente chini su uno schermo che ci svuota – a una di sovranità critica. In questa prospettiva la dimensione tecnologica diventa cosciente e non più soggetta a processi manipolativi indotti.

D.: Quanto e “cosa” del pensiero di Morin ha ispirato le sue analisi riguardanti l’incertezza a comprendere l’essere umano. Morin come anche papa Francesco e tanti/e altri/e hanno messo in guardia dai rischi possibili per l’umanità. La scienza deve procedere con saggezza, equilibrio per fare in modo d’ evitare catastrofi. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?

R.: Morin, così come Bauman, Byung-Chul Han, Zuboff e Floridi, ci hanno reso evidente come l’incertezza non sia un’anomalia da eliminare, ma la condizione strutturale della nostra epoca planetaria. La scienza e la tecnica devono procedere con saggezza ed equilibrio perché il rischio di “catastrofe” oggi non è solo ecologico o nucleare, ma è anzitutto antropologico. Il pericolo è che la tecnica, priva di un’etica che la orienti, ci privi della nostra umanità, riducendoci a ingranaggi di una macchina performativa o a meri profili algoritmici. Per evitare queste derive, è urgente ripensare le pratiche educative e di cura. Dobbiamo favorire forme di resilienza capaci di abitare il silenzio e la relazione incarnata, al di fuori della logica della performance. In questa prospettiva, l’educazione si ridefinisce come un vero e proprio atto di resistenza antropologica e politica. Non basta più trasmettere nozioni; dobbiamo formare individui capaci di trasformazione sociale, di ricostruire legami comunitari autentici e di contrastare la “solitudine connessa”. La sfida è superare la sterile dicotomia tra entusiasmo acritico e allarme tecnologico, per abbracciare invece una responsabilità formativa radicale, volta a ripensare e tutelare l’umano nell’era digitale.

D.: Un’ultima domanda che ha il sapore di una sfida con noi stessi: in questo periodo potremmo assegnarci un “compito”, un compito di realtà? Proviamo a mettere a fuoco la nostra esistenza: come mi sto costruendo? Come sto orientando la mia vita? Quali sono le «bussole per un’esistenza nell’era digitale» (cfr. 230 Magnifica Humanitas). Una sfida nella certezza che le vacanze, dal latino vacuum, sono contenitori da riempire, da colmare.

R.: Accetto molto volentieri questa sfida, perché tocca il nervo scoperto della nostra contemporaneità. Se mi chiedo come mi sto costruendo e come sto orientando la mia vita, da sociologo non posso ignorare che il “cantiere del Sé” non è più un luogo solitario. Come ci insegna la condizione di iperconnessione, la nostra identità si sta costruendo dentro quello che Luciano Floridi chiama l’Onlife – un ecosistema in cui online e offline sono ormai fusi. Il rischio, in questa costruzione, è che il Sé diventi una mera “performance” (per dirla alla Debord), un’identità liquida (come sosteneva Bauman) modellata non tanto dai nostri desideri profondi, quanto dalle metriche, dai like e dalle architetture persuasive delle piattaforme. Il compito è quello di smettere di essere solo “dati” che generano profitto per le multinazionali dell’attenzione (come denuncia Zuboff) e tornare a essere “persone” che generano senso, per orientarci in questa era digitale come ci suggerisce Papa Leone XIV nella sua enciclica. E qui arriviamo alla sua provocazione: le vacanze come vacuum, come contenitori da riempire. Nella nostra società della performance e dell’accelerazione, il “vuoto” fa paura. L’industria dell’intrattenimento e i social media ci hanno insegnato che ogni millisecondo di vacuum – la fila alle poste, l’attesa in aeroporto, il tramonto in spiaggia – deve essere immediatamente “tappato” con uno schermo, con una foto da condividere, con un contenuto da consumare. Ma il compito di realtà più grande che possiamo assegnarci, specialmente nel tempo del vacuum, è imparare di nuovo ad abitare il vuoto, invece di riempirlo. La vera sfida per la nostra esistenza nell’era digitale è avere il coraggio di staccare la spina, di tollerare la noia, di lasciare che il vacuum delle vacanze sia riempito non da pixel, ma da esperienze, da sguardi, da silenzi condivisi, per ricordare a noi stessi che siamo persone e che la vita vera accade a prescindere da uno schermo.

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