Se le piattaforme tendono a frammentare il tempo, la sfida diventa quella di ricostruire forme di continuità dell’esperienza. Questo può avvenire attraverso pratiche individuali di consapevolezza, ma anche attraverso regole sociali più efficaci e un uso più consapevole e mirato della tecnologia
Negli ultimi anni il tema dell’attenzione è diventato centrale per comprendere come stiano cambiando le nostre abitudini cognitive e sociali. La capacità di restare concentrati su una sola attività appare sempre più fragile, mentre si ha sempre più la sensazione di non riuscire a concentrarsi e di passare continuamente da un pensiero all’altro. Non si tratta soltanto di una questione individuale, ma di un insieme di trasformazioni più ampie che riguardano l’ambiente digitale in cui siamo immersi.
Mi ha colpito l’articolo pubblicato su “Vanity Fair” scritto da Andrea Colamedici e Maura Gancitano dal titolo “Tlon: «Come mai non riusciamo a dedicare più di 47 secondi a un’attività prima che cali la soglia di attenzione?»”, perché offre una lettura sociologica e culturale del fenomeno, andando oltre l’idea semplice della distrazione digitale e mettendo in discussione il modo in cui viviamo ogni giorno.
Nel testo si legge infatti che “Gloria Mark, che studia l’attenzione all’Università della California, misura da vent’anni quanto riusciamo a restare su uno schermo prima di guardare altrove. Nel 2004 erano due minuti e mezzo, mentre oggi sono 47 secondi”. Un dato che non viene presentato come semplice curiosità statistica, ma come segnale evidente di un cambiamento profondo nelle nostre capacità cognitive.
Gli autori aggiungono inoltre che “non serve che qualcuno ci interrompa, ma siamo noi da soli che mentre stiamo leggendo la pagina di un libro ci fermiamo per guardare qualcos’altro”, mettendo in luce una forma di autointerruzione della soglia dell’attenzione che è diventata quasi automatica.
Particolarmente significativo è il riferimento alla cosiddetta “platform society”, definita dalla professoressa José van Dijck come “la condizione in cui le piattaforme digitali sono diventate il luogo in cui viviamo, lavoriamo, ci incontriamo, ci innamoriamo, leggiamo, compriamo, ci informiamo e passiamo il tempo libero”. In questa prospettiva, non siamo più di fronte a semplici strumenti tecnologici, ma a veri e propri ambienti di vita che modellano comportamenti, relazioni e persino strutture mentali. Come osservano Colamedici e Gancitano, “dopo anni di questa esposizione continua, qualcosa in noi si è adattato; e la forma dell’ambiente in cui passiamo molto tempo delle nostre giornate modifica la forma delle nostre teste”.
L’articolo mette inoltre in evidenza il rischio di una lettura esclusivamente individuale del problema. Quando la capacità di concentrazione si frammenta, infatti, la tendenza è quella di attribuirsi la colpa, senza considerare il quadro strutturale in cui questo accade.
“Il detox individuale, in questo senso, somiglia un po’ al tentativo di migliorare la qualità dell’aria in una stanza di una città molto inquinata aprendo di tanto in tanto la finestra”, scrivono gli autori, suggerendo che il problema non possa essere affrontato soltanto sul piano personale. Questo scenario può essere interpretato alla luce delle riflessioni del sociologo Manuel Castells sulla “società in rete”, in cui i flussi informativi costituiscono la struttura dominante dell’organizzazione sociale. Nella piattaforma contemporanea, tuttavia, questi flussi non sono neutri: vengono progettati per massimizzare l’attenzione, che diventa la risorsa economica principale. José van Dijck insiste proprio su questo aspetto, mostrando come le piattaforme non si limitino a ospitare contenuti, ma li organizzino secondo logiche di estrazione dell’attenzione e dei dati.
In questo senso, la frammentazione dell’attenzione non è un effetto collaterale, ma una conseguenza strutturale dell’architettura digitale in cui siamo inseriti. Anche il richiamo a Sant’ Agostino, presente nel testo, assume una forza particolare: “il tempo è la distensione dell’anima fra memoria, attenzione e attesa”. Una definizione che oggi appare incrinata proprio perché la dimensione dell’attenzione viene continuamente compressa nel presente immediato dello scrolling e delle notifiche.
L’articolo invita quindi a un cambio di prospettiva: non si tratta soltanto di aumentare la propria capacità di concentrazione, ma di interrogare il contesto che la rende fragile. “Ben prima di domandarci come aumentare la nostra soglia di attenzione, dovremmo chiederci cosa vogliamo che resti di noi”, scrivono gli autori, spostando la questione su un piano insieme esistenziale e collettivo.
Certamente, la riflessione sulla “platform society” non può limitarsi alla denuncia della distrazione digitale, ma deve aprirsi alla ricerca di nuovi equilibri tra tecnologia e vita quotidiana. Se le piattaforme tendono a frammentare il tempo, la sfida diventa quella di ricostruire forme di continuità dell’esperienza. Questo può avvenire attraverso pratiche individuali di consapevolezza, ma anche attraverso regole sociali più efficaci per le piattaforme digitali e un uso più consapevole e mirato della tecnologia.
In un mondo che tende a ridurre il tempo a sequenze di istanti scollegati, recuperare la possibilità di un’attenzione prolungata significa anche recuperare una forma più piena di presenza.
Forse l’obiettivo più grande non è disconnettersi, ma imparare a restare davvero presenti. A non lasciarsi attraversare soltanto dagli stimoli, ma a scegliere dove fermarsi, cosa trattenere, cosa lasciare andare. Perché il tempo non è solo qualcosa che scorre: è qualcosa che, ogni giorno, possiamo ancora provare a abitare
