La deriva dello sguardo nell’era digitale

Articolo di Francesco Pira

La storia della chat con commenti sessisti e immagini di donne sottratte, secondo le ipotesi investigative, dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi del trasporto pubblico milanese, apre uno squarcio inquietante su una trasformazione culturale profonda: la normalizzazione dello sguardo predatorio, la riduzione del corpo femminile a materiale di consumo, la perdita del senso del limite anche nei luoghi di lavoro

Non si tratta soltanto di una vicenda spiacevole, né purtroppo di un episodio isolato. La storia della chat con commenti sessisti e immagini di donne sottratte, secondo le ipotesi investigative, dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi del trasporto pubblico milanese, apre uno squarcio inquietante su una trasformazione culturale profonda: la normalizzazione dello sguardo predatorio, la riduzione del corpo femminile a materiale di consumo, la perdita del senso del limite anche nei luoghi di lavoro. Quando una persona viene osservata, frammentata, commentata e condivisa senza consenso, non siamo davanti a una semplice “bravata” digitale. Siamo davanti a una forma di violenza.

La vicenda è emersa dopo che una passeggera ha fotografato un dipendente Atm mentre guardava sul telefono la chat chiamata “Ticinese staff”. Da lì sono partite le indagini, che hanno assunto rapidamente un rilievo più ampio. Come riferisce l’ANSA, “Atm ha sospeso dal servizio, e dalla retribuzione, i dipendenti della chat in cui comparivano immagini di donne accompagnate da battute sessiste e frasi oscene”. Già questo passaggio è sufficiente a mostrare la gravità del quadro: non siamo davanti solo a parole volgari, ma a una circolazione organizzata di immagini e commenti degradanti che colpiscono donne ignare, trasformate in oggetti di scherno e desiderio dentro uno spazio digitale chiuso ma non per questo innocuo.

L’inchiesta, come spiega ancora l’ANSA, ruota attorno a un nodo decisivo: “ricostruire, con le attività di oggi tra sequestri informatici e perquisizioni, l’origine di quelle immagini”, cioè verificare “se siano state carpite fotografando i filmati del sistema di videosorveglianza interno dei mezzi, che gli autisti possono vedere, o entrando in modo più complesso e illecito nei sistemi centrali di raccolta dei video di sicurezza”. La differenza, sul piano penale, è rilevante, perché “solo nel secondo caso, infatti, l’ipotesi contestate di accesso abusivo a sistema informatico sarebbe molto più concreta”. Ma, al di là del profilo giuridico, la questione sociale è già chiarissima: qualcuno ha ritenuto legittimo appropriarsi dell’immagine altrui, isolarne parti del corpo, condividerle con colleghi e accompagnarle con battute oscene.

Sempre secondo quanto riportato, “il dipendente indagato, da quanto si è saputo, è colui che è stato fotografato nei giorni scorsi da una passeggera mentre guardava quella chat ‘Ticinese staff’”, e proprio da quell’immagine “gli investigatori sono arrivati anche a perquisire gli altri quattro dipendenti”. Inoltre, si dovrà chiarire “quante persone facevano parte della chat e da che periodo era attiva”. Ciò significa che l’episodio potrebbe non essere occasionale, ma rivelare una pratica sedimentata, tollerata, forse perfino banalizzata all’interno di una microcultura di gruppo.

Viviamo in una condizione che Luciano Floridi ha definito “onlife”, in cui la distinzione tra online e offline si è fatta sempre meno netta. Le persone abitano un ecosistema continuo di esposizione, connessione, produzione e condivisione di contenuti. In questo scenario, molti comportamenti sembrano perdere immediatamente il loro peso etico perché vengono assorbiti nella velocità della circolazione digitale.

Si fotografa, si inoltra, si commenta, si accumula. E spesso non ci si interroga abbastanza sulla natura violenta di questi gesti, soprattutto quando si compiono in gruppo, in chat che funzionano come camere di risonanza della deresponsabilizzazione morale.

Il punto è che tutto ciò che viene fatto contro la volontà della persona è una violenza. La diffusione non consensuale di immagini lo è sempre, anche quando non rientra tecnicamente nelle forme più note di abuso digitale. In questi anni abbiamo imparato a conoscere parole come revenge porn, sexting, sextortion. Sono termini diversi, ma tutti segnalano un tratto comune: l’uso della dimensione digitale per esercitare potere, ricatto, umiliazione, controllo o esposizione indebita del corpo e dell’intimità altrui. In questo caso non siamo davanti a un classico episodio di revenge porn, ma siamo dentro la stessa matrice culturale: l’idea che il corpo dell’altro possa essere catturato, manipolato, scambiato, deriso e consumato come se non appartenesse più alla persona ritratta.

C’è un elemento ulteriore che merita attenzione. La nostra società ha portato a livelli estremi la condivisione delle vite e dei corpi. Una parte del sistema mediale e televisivo incoraggia l’esibizione costante della fisicità come forma di riconoscimento e visibilità. Il corpo è dappertutto: nei social, nella pubblicità, nei format televisivi, nelle logiche dell’apparire. Ma proprio per questo dovrebbe essere ancora più chiaro che tra esposizione volontaria e appropriazione forzata esiste un confine invalicabile. Che qualcuno scelga di mostrarsi non autorizza nessuno a rubare immagini, isolare dettagli del corpo, commentarli in modo osceno e farne oggetto di circolazione privata tra colleghi. È una forzatura culturale gravissima pensare che ciò che vediamo diventi automaticamente disponibile.

Non c’è forse nulla di completamente nuovo, se non la velocità e la crossmedialità con cui oggi le immagini viaggiano. Lo sguardo sessista e possessivo esiste da sempre. Nuova è, semmai, la potenza tecnica che lo sostiene, lo accelera, lo moltiplica e lo banalizza. Nuova è la facilità con cui una chat di gruppo può trasformarsi in un archivio di violenza simbolica. Nuova è la leggerezza con cui si scambia il confine tra osservare e possedere, tra vedere e appropriarsi, tra comunicare e aggredire.

Per arginare tutto questo non bastano le sanzioni, pur necessarie. Occorre una grande opera educativa. Serve formare al rispetto del consenso, alla responsabilità digitale, all’etica dello sguardo. Serve introdurre con più forza nei contesti scolastici, lavorativi e formativi una riflessione stabile sulle devianze della rete, sulle nuove forme della violenza simbolica, sul rapporto tra corpo, immagine e dignità. Serve anche un’assunzione di responsabilità da parte delle organizzazioni: ogni ambiente di lavoro dovrebbe interrogarsi sui propri codici culturali, sui linguaggi tollerati, sui dispositivi di prevenzione e sulle forme di tutela reale delle persone.

La speranza, però, sta nel fatto che oggi esistono più parole per nominare queste violenze, più strumenti per denunciarle, più sensibilità per riconoscerle. Sta nel coraggio di chi fotografa un abuso e lo fa emergere. Sta nella possibilità di educare le nuove generazioni a una cittadinanza digitale più consapevole.

Sta nella costruzione di una cultura in cui il corpo dell’altro torni a essere percepito non come superficie disponibile, ma come spazio inviolabile di dignità. Solo così il futuro digitale potrà essere davvero umano: non un luogo dove tutto si può condividere, ma un ambiente in cui si impara finalmente che non tutto ciò che si vede ci appartiene.

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