L’officina silenziosa: ventimila strisce bianche per Gaza e per tutte le guerre del mondo

Articolo di Bartolomeo Manno

Brescia – Certe opere nascono lontano dai riflettori, in silenzi che diventano azione. Nascono nei luoghi quotidiani, dove le persone si incontrano e scelgono di non restare indifferenti. È in questo contesto che Francesca Di Modica, educatrice di nido del Comune di Brescia e coordinatrice territoriale — per i nidi e le scuole dell’infanzia comunali della città — del gruppo nazionale La Scuola per la Palestina, propone di trasformare l’elenco dei bambini e delle bambine uccisi nei conflitti in un lavoro di memoria collettiva, fatto a mano, uno per uno. Da quella intuizione si muovono trentanove servizi educativi. Recuperano lenzuola dalle case dei nonni, elastici da calze dimenticate nei magazzini, forbici, pennarelli, fili da tendere tra due sedie o tra una maniglia e un banco. Nascono laboratori extrascolastici aperti alle famiglie e alla cittadinanza. Si ritagliano ventimila strisce bianche e su ognuna si scrive un nome e un’età. Ogni striscia è una memoria, un volto che non può essere lasciato nell’anonimato. Il progetto trova il sostegno del Comune di Brescia e del gruppo nazionale La Scuola per la Palestina, nato alla fine di agosto come rete spontanea di docenti, educatrici, educatori e personale scolastico impegnati nella tutela dei diritti umani e dell’infanzia. È una rete che sta imparando a intrecciare presenze, relazioni e percorsi, con un’attenzione crescente alla sensibilizzazione e alla cura delle coscienze. A Brescia, la componente territoriale dedicata ai nidi e alle scuole dell’infanzia comunali è coordinata proprio da Francesca Di Modica. L’iniziativa cresce così all’interno di una rete ampia e partecipata, con la naturale forza delle azioni che nascono dal basso, quando una comunità decide di prendersi cura insieme di ciò che non può restare in silenzio. Nei giorni precedenti all’installazione, partecipo spontaneamente a una delle fasi finali del lavoro. Sento il bisogno di offrire anche il mio piccolo contributo, alla fine di un impegno che ha attraversato settimane di preparazione: le aule e i corridoi dei servizi educativi diventano un laboratorio collettivo, un’officina silenziosa. Si tracciano le grandi lettere dei teli che faranno da cornice all’installazione. Le strisce già pronte riempiono scatole disposte con cura. Su alcuni fili di prova si appendono nomi, uno a uno, in un gesto lento, rispettoso, che sembra un atto di custodia. C’è un’attenzione che non ha bisogno di parole: mani chine, posture concentrate, gesti minimi capaci di tenere insieme memoria e umanità. La scuola, ancora una volta, come luogo di cura e di presenza. Quando l’installazione è ormai collocata nel cortile del Mo.Ca – Centro per le Nuove Culture, entro e comprendo cosa significhi davvero trasformare un lavoro corale in un’opera collettiva.

Il cortile è attraversato da centinaia di fili tesi come linee d’orizzonte, un cielo bianco abbassato che avvolge lo sguardo. In un primo pomeriggio luminoso, varco quel cortile per la mia prima visita. Sono solo. Il vento muove le strisce con un ritmo dolce, quasi respirato. Guardarle in foto non è la stessa cosa che esserci dentro, sotto quel cielo bianco. La tridimensionalità, il movimento, il silenzio amplificano tutto, e ciò che sembrava immagine diventa esperienza. Ripenso a ciò che Francesca mi ha confidato: «Eh sì, vederla in foto fa effetto, ma stare lì sotto ne fa un altro molto più amplificato. Io, ad esempio, sento tanta energia che arriva da quei nomi, e faccio fatica ad andarmene quando passo». E in quel silenzio sospeso capisco esattamente cosa intende. C’è davvero qualcosa che arriva da quei nomi, come un soffio che non si vede ma si avverte: un’energia che si muove insieme al vento, un richiamo che trattiene e invita a restare ancora un attimo. Alzo lo sguardo e noto un dettaglio che nelle fotografie non avevo percepito allo stesso modo. Alcune strisce, spinte dall’aria, sfiorano i rami spogli di un albero del cortile.

Non vi si posano: li incontrano nell’aria, come se dialogassero con quella nudità autunnale. Rami quasi senza foglie, rami che portano addosso il presagio della fine, come spesso accade in questa stagione, quando la natura sembra trattenere l’ultimo respiro prima dell’inverno. In quell’immagine sento qualcosa che risuona profondamente: la precarietà dell’essere umano nei giorni della guerra, la fragilità esposta al tempo, alle scelte degli adulti, ai venti della storia. È un lampo, una risonanza interiore, quasi un passaggio tra le pietre levigate di un’antologia di vite interrotte. Una sorta di Spoon River silenziosa, un coro discreto di nomi che chiedono ascolto senza pretendere nulla. E mentre osservo il movimento delle strisce, tra le loro trame intravedo il cielo: un azzurro netto attraversato da qualche nuvola bianca, che in certi punti sembra aprire uno spazio altro, un altrove possibile, un orizzonte che non conosce più sofferenza. È un’immagine semplice e al tempo stesso potente: il dolore che incontra la luce. In questo spazio, le strisce non parlano solo di Gaza. Parlano di tutte le infanzie negate dalle guerre, di tutte le vite interrotte troppo presto. E mentre cammino sotto quei fili tesi, tornano alla mente anche le parole di Papa Leone XIV nell’Angelus del 16 novembre 2025, quando ha ricordato che «non ci si può abituare alla guerra e alla distruzione» e ha invocato per tutti i popoli una «pace giusta e duratura». Sotto questo cielo bianco, quelle parole sembrano ancora più urgenti, come un richiamo rivolto a ogni adulto che attraversa questo cortile. L’installazione rimarrà visitabile fino al 23 novembre, quando è previsto un momento conclusivo aperto alla comunità: una marcia da Largo Formentone al Mo.Ca, musica, letture dedicate ai più piccoli, la presenza delle Donne per la Pace. Un tempo condiviso che chiuderà un percorso e, allo stesso tempo, lo aprirà verso nuove direzioni. Perché un lavoro come questo non si esaurisce quando termina un’esposizione. Le strisce, le scatole, i fili, i nomi continuano a camminare. Continuano a generare domande e relazioni. Continuano a chiedere un gesto in più: quello di non distogliere lo sguardo. Non basta vedere: occorre scegliere da che parte stare. A guardarle mosse dal vento, queste ventimila strisce sembrano dire che la pace non nasce soltanto da un grande atto, ma da migliaia di piccoli gesti, umili e ostinati. Nasce da un gruppo di persone che decide di non rassegnarsi. Da un nome scritto a mano. Da un filo teso. Da una comunità che custodisce ciò che il mondo tende a perdere. E forse è proprio questa la sua forza: ricordare che ogni bambino merita un nome che resti. E che proteggerlo, anche solo per un attimo, è già un modo di resistere.

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