La sera del 10 settembre 2025 un ragazzo di appena 14 anni, Paolo Mendico, si è tolto la vita nella sua casa di Santi Cosma e Damiano, paese in provincia di Latina. Sembra che il motivo scatenante, che ha portato al gesto estremo, sia stata una pericolosa combinazione tra la spiccata sensibilità del ragazzo e l’atteggiamento provocatorio di alcuni suoi compagni di classe. Tanto che su quest’ultimo aspetto sta indagando la magistratura.
Il ritorno a scuola era vissuto da Paolo con sofferenza a tal punto, così riportano le cronache, da fargli dire alla madre: “Ricomincia la scuola, è finita la libertà, non ci voglio più andare”.
Ma nelle ultime ore Paolo aveva mostrato di essere sereno, perché, va sottolineato, chi decide di togliersi la vita fa di tutto per non mostrarlo con l’obiettivo di impedire ogni tentativo esterno che possa porre fine al progetto insano che, quando viene attuato, non dà più nessuna possibilità di un ritorno.
Il disagio, l’isolamento, la perdita di ogni speranza, il senso di inadeguatezza, la vergogna per il disvelamento di qualche segreto recondito magari confidato agli amici sono gli elementi scatenanti che portano a imboccare un tunnel dal quale poi è difficile uscire. Sono gli scenari all’interno dei quali, un animo particolarmente sensibile deve lottare per sopravvivere per non essere sopraffatto dall’idea che la morte possa essere l’unica e purtroppo ultima soluzione. Il tutto è oggi amplificato dalla capillare diffusione dei cellulari connessi a internet, delle chat e dei social che veicolano senza soluzione di continuità sensazioni, provocazioni, dispiaceri, pensieri negativi che non tutti riescono ad elaborare.
Immerso nel dispiacere di una fine ingiusta di un bellissimo ragazzo che amava la musica, che aveva di fronte una vita intera, sto forse parlando
di qualcosa che viene definito bullismo? Penso proprio di sì, un fenomeno che nel caso del povero Paolo è stato amplificato, come già ho detto, dall’uso delle chat, “asociali” le definirei, ma anche da un altro elemento che non va assolutamente sottovalutato, ovvero il bullismo che diventa più pericoloso, che si autoalimenta perché esercitato dal gruppo.
Il gruppo che tende ad allargarsi, che tende a coinvolgere chi non è d’accordo nella pratica del bullismo, il gruppo che diventa difficile da contrastare che rende ancora più difficile la dissociazione in seno all’elemento classe a scuola.
Ma una domanda che possiamo porre a noi stessi riguarda il ruolo della società e delle istituzioni. Com’è possibile intervenire in questi casi? Ritengo che sia una questione di sensibilità e di voglia di aiutare il prossimo. La scuola dal momento che non c’erano denunce non è intervenuta seguendo l’iter istituzionale, ma sappiamo tutti che molto spesso le denunce non bastano, forse serviva maggiore sensibilità da parte di qualcuno, per esempio da parte del gruppo di compagni che, secondo le testimonianze finora raccolte, maltrattava Paolo.
Immagino la solitudine e la disperazione di Paolo un ragazzo molto educato e gentile che non amava la volgarità, nel momento in cui ha percepito l’ennesimo attacco, nel momento in cui si è sentito inadeguato e magari non all’altezza di superare le difficoltà legate allo studio. Tipico di chi è sincero, di chi è onesto, di chi non ricorre alla furbizia, di chi tende ad avere una spiccata autocritica.
Spero che questo nuovo caso di bullismo finito male possa salvare qualcuno che in questo momento sta vivendo le sensazioni provate da Paolo qualche settimana fa.
A Paolo e ai suoi cari è andato il mio pensiero che si è materializzato in questo mio breve articolo.
