Nel 1978 io prendevo il diploma. Avevo 19 anni e avendo studiato all’Ipsia frequentavo – senza molta convinzione – ambienti di sinistra, di #peppinoimpastato non sapevo nulla. Non era una star, era un un trentenne isolato che combatteva contro i mulini a vento e contro il sangue del suo stesso sangue. Chi fosse e che era saltato in aria lo seppi il giorno dopo da un mio compagno di classe, Franco Arcuri (fratello di Billo Arcuri ) che militava negli ambienti della sinistra extraparlamentare. Ovviamente seppi prima che le #br avevano ucciso Aldo Moro. Ancora oggi a cinquant’anni esatti da quel 1978 vedo spuntare “amici” di Peppino ovunque. Gente che lo chiama per nome come se ci avesse preso il caffè insieme, come se avesse condiviso con lui la paura, la polvere di Cinisi o l’odore dei binari.
Impastato non era un simbolo rassicurante. Era il figlio di un mafioso che ha sputato in faccia al proprio destino. Una scelta che gli è costata la vita.
Il rispetto è memoria, non confidenza: Chiamarlo “Peppino” con questa sufficienza pseudo-affettuosa svilisce la portata della sua rottura. Si chiama Peppino Impastato. I veri amici si contano in poche decine, hanno tutti circa 80 anni e purtroppo muoiono anno dopo anno. Quelli che c’erano quando Radio Aut trasmetteva nel silenzio complice di una Sicilia ferma, sono pochi. Gli altri sono solo spettatori arrivati a spettacolo finito. Si avete capito: spettatori! Smettetela dunque di spacciarvi per reduci di una battaglia che non avete combattuto. La memoria è una cosa seria, il rispetto per chi è morto trucidato ancora di più. Peppino Impastato non è l’amico di tutti. È un esempio solitario che merita silenzio e studio, non pacche sulle spalle postume. Abbiate rispetto per la storia e per i ricordi, e perché no, anche per le date!
