Non è del tutto fuorviante – quando parliamo del romanziere che ha dominato incontrastato le vendite del secolo scorso con il suo folgorante esordio “Il piatto piange” nel 1962 – soffermarci sull’uomo, non tanto per darne un giudizio morale, che non spetta a noi, quanto per offrirne uno spaccato di vita, capire come nasca in lui il dono della scrittura, e si palesi nella sua prosa il mondo della provincia in quegli anni – così magistralmente raccontato nel cinema in Signore e Signori di Pietro Germi – e poter assorbire ancora quel miele condensato nell’antiche arnie delle sue parole, la cui dolcezza, con il passare del tempo, non sembra perder sapidità nella magia intatta delle sue opere.
È proprio quell’uomo che possiamo leggere dai racconti del Gran Pignolo, al secolo Mauro della Porta Raffo, che ha lasciato traccia nei suoi scritti sparsi e offerti sempre con il diritto di perpetuare la verità e il nome dell’amico, fugacemente dimenticato dalla voracità del secolo. In quest’occasione disporremo una serie di fatti muovendoci fra due poli: il caffè e il gioco delle carte.
Chiara da sempre frequenta i caffè di provincia, per un vezzo tipico del provinciale che cerca conferme nella sua routine esistenziale; primo fra tutti frequenta abitualmente il “Caffè Clerici” della natia Luino, per incontrare vecchi amici, confrontarsi con gli abituali frequentatori, origliare le mirabolanti imprese di nuovi avventori (il Cafasso di giornata, per citare uno dei tanti racconti), ma anche per annusare la realtà della gente di tutti i giorni, che passa lì il suo tempo libero. Non a caso nei suoi racconti vengono sempre rievocate storie vere e personaggi reali legati alla sua piccola Luino, poi rivisitati e romanzati, talvolta trasfusi.
Proprio in una vecchia cantina, vicino al negozio di cesti e ombrelli della madre di Piero Chiara, i due vecchi amici si sono ritrovati un giorno d’inverno del 1965 come testimoniato da un video presente sul sito della RSI. “Questa era la cantina del vecchio Ferrari– ricorda Chiara– quando torno mi sembra che nulla è cambiato. Questa strada dove sono nato io non è cambiata (…) Le vie del centro antico, Giuseppe Ferrari e Felice Cavallotti, dove sono nato io, la casa Zanella con le sue due scale, davanti al porto, le vecchie vie dei negozi sono rimaste intatte. Di fianco alla casa, si apriva vivida di qualche squarcio di sole sulle cimase, addolcite in basso dal riflesso, la via dei Mercanti. La vecchia via scendeva al porto in cinque o sei segmenti vagamente allineati in una stretta prospettiva dove si confondevano balconi, finestre e ballatoi. (…) L’aria, i luoghi continuano a dare una carica poetica. Vuol dire che qualcosa è rimasto nell’aria. Ogni tanto, dopo tanti anni, vediamo una faccia da cui traspare ciò che avevamo visto da piccoli (…) Quei fantasmi ritornano…”
Luino è una cittadina di frontiera. Chiara, figlio di un siciliano che aveva trovato lavoro come doganiere, da bambino attraversava il confine, avanti e indietro, anche più volte al giorno: “Non c’era confine… Italia e Svizzera erano un tutt’uno”. Luino si diceva a quel tempo: “terra di perdizione per gli Svizzeri”, viene descritta dallo scrittore come coacervo di contrabbandieri, avventurieri, trafficanti, oltre che di frontalieri, turisti, doganieri, varia promiscua umanità che aveva giustificato la nascita di una casa di tolleranza e alimentato “piccoli traffici” che si svolgevano da centinaia di anni soprattutto nel mercato del mercoledì, giorno di festa, così importante per Luino, che le scuole restavano chiuse. E Chiaria, da pessimo alunno, quale fu, preferiva fare birichinate fra le tende del mercato anziché andare a scuola, farà riaffiorare questi ricordi nel libro per ragazzi “Le avventure di Pierino al mercato di Luino” pubblicato nel 1980 da Mondadori e per lungo tempo usato nelle scuole secondarie di primo grado, quando si credeva che l’ora di lettura avesse una valenza educativa e pedagogica.
A Luino, oltre che nel mercato del mercoledì, gran parte del tempo si è sempre consumata nelle osterie, di fronte a un bicchiere di vino e a un mazzo di carte. Questa realtà ispira il racconto di Piero Chiara “Il piatto piange” che inizia con un’immagine sempre vera e attuale:
“Nei paesi la vita è sotto la cenere. Allora si gioca e si finisce col fare del gioco un fine, una mania, nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere. Non ci si accorge che a due passi fuori dalle finestre c’è il lago e la campagna. Si sta legati ai tavoli a denti stretti. Non si pensa che chi è nato a Luino si è trovato davanti l’acqua del lago e dietro le montagne quasi a indicare che per uscire dal paese bisogna compiere una traversata, una salita, fare uno sforzo insomma, senza sapere se ne valga la pena”.
Per ritrovare i personaggi di Piero Chiaria, scrive Mauro della Porta Raffo, basta andare al circolo per sentire le loro espressioni colorite, le loro storie, in particolare quelle delle persone anziane. Esistono ancora personaggi sospettosi, chiusi, tipici delle zone di frontiera, di contrabbando. Il caffè, come la rivista dei Verri celebrava anzitempo millantando il viaggio del greco Demetrio, era un luogo di storie e letteratura, e il luogo nella narrativa di Piero Chiara, è lo spazio all’interno del quale si intrecciano racconti e storie da raccontare, e vivere in quella dimensione di narratore-uditore. Al caffè Clerici, del resto, è rimasto il “Luino pensiero” di Piero Chiara; è scritto in una targa in granito che non tutti vedono perché è in alto, in uno dei lati del suo bar preferito «In Luino vi è qualcosa di inesprimibile e di spirituale che non può andare vestito di parole. È qualche cosa di più che la tinta locale. È quel mistero di attrazione che fa innamorare di un luogo senza che ci si possa dar ragione del motivo». Parole che oggi suonano ancora sperdendosi nel vento che accarezza le onde del lago. E proprio di Chiara e caffè ho la fortuna di aver letto un racconto nel racconto, proprio dalla penna di Mauro della Porta Raffo.
“Ero a Pisa, una decina d’anni fa, sotto ad un sole che spaccava le pietre e sbuffavo perché avrei dovuto attendere un’ora di più il mio treno. I soliti disagi ferroviari a effetto domino. Mi misi a sedere su una panchina rassegnato all’attesa. Fui raggiunto da una coppia di pensionati bloccati in stazione, come me. Ex bidello di scuola media lui, casalinga lei. Gente di Luino, simpatica e gioviale. Finimmo a parlare di Piero Chiara e non poteva essere altrimenti.”
È sempre un leitmotiv continuo unire la parola racconto a Chiara, ed è forse questa la più bella eredità che un narratore possa lasciare. Nessun altro impegno, oltre il narrare, era la targa che precedeva la porta del suo ufficio. Tornando al racconto: “La casalinga, una donna che girava poco intorno alle cose, disse che a suo modo di vedere “Chiara era un gran pettegolo e un lazzarone”. Uno che sapeva tenere la penna in mano certo, ma solo per gettare in piazza i fatti degli altri. Vicende riservate giunte “pure al cinematografo e in televisione”. Per venti minuti buoni la donna mi fece l’elenco di chi aveva sofferto per causa dello scrittore, enumerando sette otto famiglie e circa il settanta percento della produzione di Piero Chiara, tracciando la cartina dei casi che avevano fatto discutere i luinesi negli ultimi cinquant’anni: la realtà che si nascondeva sotto la letteratura in bocca a quella donna assumeva forme familiari. La vicina di casa, la parente di quel certo amico di famiglia, fino ad arrivare ai “signori” inavvicinabili e misteriosi, nel chiuso delle ville recintate traboccanti di verde”. Non è altro che la bellezza della letteratura e il racconto che spicca nella sua triplice e beffarda potenza di tagliare, provocare e lasciare un segno, un solco che lascia il dolce e l’amaro, l’amore e la discordia. “Io – aggiunse il marito ad un certo punto – glielo dicevo sempre che doveva darci un taglio una buona volta e mi ricordo l’avvocato Salvi – il padre di Francesco, il comico, sa? – che gli dava tanti scapaccioni sulla testa prima di avviarsi al biliardo. ‘La devi smettere’, diceva, e poi andava ridendo a giocare”. Dove accadeva tutto questo? Al caffè, che Chiara frequentava e che era luogo di confronto e scontro – non l’unico ovviamente – nella Luino abitata dallo scrittore”.
Il caffè è anche luogo di ozi e terra di battaglie dove il gioco delle carte è la base che suggerisce spunti e pretesti narrativi via via miscelati nelle storie di carta; si pensi all’esordio narrativo con Il piatto piange si pensi al risuonare delle parole del poker, in primo luogo, «era appunto di primavera o fine inverno» – scrive Chiara – «e il lago era entrato nelle cantine», allagando la bisca improvvisata nel sottoscala dell’albergo, affacciato sulle acque. Non per questo i giocatori rinunciano; si incaponiscono, piuttosto: «Non ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c’è il lago o la campagna, con le luci del giorno e della sera: si sta legati ai tavoli, a denti stretti»; «nessuna luce trapelava all’esterno, anche perché lo spiraglio della nostra cantina era accecato con stracci e tele di sacco»; «Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalla necessità, se ne va a lavorare o a far ribalderie all’estero. Gli altri continuano a giocare». Anche il cinema, che ha visto Chiara fortunato sceneggiatore, possiamo vedere la cocente passione del gioco, come la battuta pronunciata in Venga a prendere il caffè da noi, del 1970, con la regia di Lattuada e la colonna sonora di Josè Mascolo, forse pseudonimo del compianto Fred Bongusto: “Settebello, ori, primiera, e tre di napola: fanno sei! Io: carte, due scope, e tre che ne avevo… Una scopa! E va be, tre e due, cinque” allora in essi vediamo il Chiara giocatore, amante del brivido, della voglia di impiegare nel gioco energie utili a ovattare la furia del tempo che scorre e inghiotte sogni e persone. Le carte non conoscono sentimento alcuno: seducono, allietano, feriscono; esse sono comunque pretesto di incroci umani, di sentimenti e sensazioni edulcorate, vivificate nelle parole.
E di questi ricordi ne fa cenno anche il già citato Mauro della Porta Raffo che ci parla “del giocatore che nell’apprestarsi a fare scopa, in dialetto, inevitabilmente, usciva con un “Va me l’è bel” che, dopo una brevissima sospensione, calando il Jack o quant’altro fosse, completava con un “far anda’ l’usel”; e ancora delle omeriche confrontazioni a scopa – giustamente celebrate da Egidio Sterpa nel suo libro dedicato alla Storia del Partito Liberale Italiano – paragonate a quelle che avevano luogo a Roma, via Frattina, Sede nazionale, tra Manlio Lupinacci, Panfilo Gentile, Augusto Guerriero, Mario Ferrara e, una volta, colà capitato per iscriversi (cosa che poi, sviato, non fece), Indro Montanelli, accolto e coinvolto, uno dei predetti assente, da un caloroso “Ecco il quarto!”. Occorreva che Piero – egli scrive e mi racconta in questo fragoroso turbinio di ricordi – se debitore di una qualche più grande cifra nei miei riguardi (ho una memoria tale per la quale ricordo ogni carta uscita con facilità e lui era, dopotutto, alquanto più anziano), mi pagasse ‘in natura’. È per questo – racconta ancora l’amico – che possiedo litografie di Franco Gentilini (le aveva create per una edizione chiariana di alcune novelle scelte di Boccaccio e del resto le opere alle quali si applicava con gli artisti Chiara sono centinaia e di grande rilievo), Gianfilippo Usellini, Giuseppe Montanari, Mario Tozzi, Orfeo Tamburi. Spettatore per non pochi anni, intento per parte sua a comporre, Bruno Lauzi – il solo cantautore (ma di quale capacità, leggete i testi!), individualista come era, non schierato a sinistra, qualche volta volontario correttore di bozze per Piero. E so bene io quanto, apprendista, perdendo apparentemente tempo, ho in quegli anni imparato.
Il gioco, l’azzardo, il pegno. È il gioco che diventa metafora della vita, fatto di perdenti e vincitori, atto a regalarci quel ritratto di un uomo e uno scrittore in perfetta sintonia con la temperie dei suoi romanzi e dei suoi racconti.
