Piero Chiara, davvero. Fantasmagorie raffiane. Del Chiara periegeta e millantatore

Articolo di Filippo Scimé

Un narratore che ha vissuto nell’esclusività dell’avventura – in quanto disperata ricerca dell’esistere e sopravvivere al male del secolo – non può che rinascere, se l’auscultazione della memoria viene proprio da un amico e dalla sua volontà di ricostruire un’impressione vivida della persona, tramite quei piccoli scarti di ricordo che sono avanzati e che possono ancora costruire un racconto personale del narratore luinese, poco incline a parlare di sé o fare trasparire sé stesso nei propri romanzi, dei quali se ne intravede un’ombra pallida, fragile, pronta a camuffarsi in questo o in quel personaggio, ma sfuggente, evitando la paura di vedersi miseramente riflessi, quando il racconto diventa ricostruzione del proprio io e crisi dell’esistenza umana. Viene in mente l’emblematica Nota posta alla fine de Il cappotto di astrakan: “Mi sento in obbligo di render noto ai lettori che ho scritto questo romanzo in prima persona per un semplice espediente narrativo e quindi da escludere una mia partecipazione ai fatti raccontati e un qualsiasi riscontro dei fatti stessi con la realtà. Questa storia, che ho raccontato per la prima volta a Valentino Bompiani, è a lui dedicata in segno di amicizia” (cfr. Il cappotto di astrakan, Mondadori 1978).

Piero Chiara era un personaggio da romanzo nella vita ordinaria, ed è questa l’impressione che ho quando me ne scrive proprio Mauro della Porta Raffo, che mi onora della sua amicizia, e mi dice ancora di quando il Piero vestiva i panni del profittatore che, “ben conoscendo l’anima superstiziosa (e non lo era in proprio al massimo, quasi oltre ogni limite?) del Rosmino, affrontandolo mazzo di carte alla mano, assumeva mercenari i due camerieri in frac – e pertanto per il rivale ‘corvi del malaugurio’ – perché gli si collocassero dietro per destabilizzarlo. E gli era una volta riuscito al punto tale che il desso, fremente, in piedi, contando le banconote a saldo, gli aveva detto “Vorrei avere la tubercolosi per sputarti in bocca!”, segno di disperazione senza limiti”. Il gioco e la sua corrosività sono una traccia tematica molto interessante che ha aperto fronti dibattuti come la ludopatia nei romanzi di Chiara. Cito, ad esempio, l’incipit de “Il piatto piange”:

“Si giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo l’avidità di denaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere. Nei paesi la vita è sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole denaro; e di denaro ne corre poco. Allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce col fare del gioco un fine, una manìa nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere”.

Chiara fu un esperto conoscitore di giochi noti e meno noti, e assiduo frequentatore di bische e casinò. Una testimonianza interessante è stata raccontata dal giornalista ligure Marco Corradi. Su invito della Commissione Amministrativa del Casinò di San Remo fu chiesto al Chiara di realizzare una rivista, che il romanziere luinese decise di chiamare la rivista Biribissi, facendo riferimento al primo gioco d’azzardo che si praticava tra il ‘600 e il ‘700 in Italia, e probabilmente anche affascinato dal fatto che Casanova aveva fatto tappa a Genova, dove giocò per la prima volta a Biribissi, vincendo tre volte e facendo saltare il banco. Evitando di includere spunti interessanti come la ludopatia, sono più incline a sostenere che l’idea del riproporre il gioco d’azzardo nella produzione narrativa di Chiara fosse dovuto a una scelta morale assai definita, come se nelle carte e nella corsa spasmodica del gioco egli desiderasse rincorrere l’ultimo anelito della vita e del contesto sociale al quale si sentiva di appartenere, quello grettamente provinciale dove nelle carte c’è tutto: ambizione, frustrazione, rimorso. Può anche darsi che lo scrittore dispensi tanti particolari e la costruzione di una ricca tradizione aneddotica, perché è come se sentisse il bisogno di rivivere quel ricordo oscuro e, nella piana ricostruzione del ricordo, lo eternasse per non perdere il legame con quel mondo che il futuro sta recidendo; gli anni del boom economico fagociteranno via tutto ciò che resta della provincia lontana, con lo spopolamento e il successivo inurbamento nelle città. Del resto, per concludere questa grande parentesi, si potrebbe anche sostenere che Chiara è fine ricercatore di ironia. È un’ironia amara, che nel processo creativo dei personaggi e delle storie plasmava la profonda leggerezza del suo discorrere, del suo essere prima di tutto affabulatore; il Cafasso, di pochi articoli addietro, è ironico nel suo misero tentativo di slogarsi il collo per rubare un portafoglio, che aveva visto cadere e amaramente meschino nella deviazione dall’ordinarietà imposta dalla sua flemma pacata di buon padre di famiglia.

E questo gusto prediletto dell’amaro in fondo nasceva dalla fratellanza contratta con episodi tragici di importanza capitale: l’influenza spagnola degli anni ’20; il fascismo; la guerra; la fuga verso la Svizzera; e la vita da internato che hanno inevitabilmente formato il personaggio, troppo interessato a prestare l’orecchio ai vizi per non sentire il rumore profondo della vita, un sommesso coro tragico che si apre e si chiude a suo piacimento; come quando giunto a Varese, andando verso il nostro Mauro della Porta Raffo per raggiungere al numero 1 di via Bernascone (sede cittadina del Partito Liberale del quale era Segretario Provinciale, anche sotto il Fascismo), duramente condannato per una goliardica presa in giro del Duce dal regime a Repubblica di Salò, sopravvenuta e costretto al riparo nell’amata Elvezia, proferiva: “Devo vedere Bocca”, la qual cosa significava fare il giro dei Caffè del centro dove si giocava già a quell’ora. E che trovato quel tale al Centrale, non appena libero dal contendente di turno, aveva affrontato a scopa senza proferire parola.

Eccolo il periegeta che si muove in maniera frenetica e convulsa – tanto che secondo alcuni critici ci sarebbe uno spazio per analizzare il fenomeno ludopatia – entro lo spazio angusto e chiuso dei caffè, applicandosi al gioco in maniera vorace e feroce, come testimoniato dalla tagliente battuta all’amico che lo accompagnava: “Va a pisciare tu per me, che io non posso!”.

Chiara nello sfolgorio sfavillante della sua vita può essere anche definito un millantatore, probabilmente per deformazione professionale, da grande bardo qual era; deformatore di parole, di fatti, di azioni di opere per il puro gusto di vivere.

Sempre Mauro della Porta Raffo mi racconta di quando Piero Chiara era a Venezia quale giurato per il Campiello (probabilmente per il Campiello vinto da Bufalino con Diceria dell’untore nel 1981), e lasciata in albergo Mimma dicendole “vado al Casinò per un paio d’ore”, era scomparso; e infine raggiunto nella sala privata da una moglie preoccupata, impegnato alla roulette, congedandola, le aveva sibilato “Credi che mi stia divertendo?”.

Tipo amabile ed anche fine giocoliere con le parole – frequenti i calembour, meno nelle opere narrative, ma alcune chicche le regalava nelle sceneggiature: memorabile in Venga a prendere il caffè da noi di Lattuada: i due Cogliuno -, e che all’amico Ponzellini, originario di Cazzago Brabbia, disse che quel nome andava cambiato in Brabbiate Cazzo! E che si divertiva a ricordare che fino all’Unità d’Italia Cantello si chiamava Cazzone (nessun significato disonorevole avendo da noi il vocabolo) e che i Doganieri meridionali, colà all’improvviso stanziati, chiedevano il trasferimento venendo subito mandati a Figazzo, verso Como.

Del conversatore brillante che, a pranzo o cena finiti, intrattenendo i presenti, con incredibile velocità e precisione, si sparava in bocca le briciole che, una alla volta tutte, raccoglieva sul tavolo. Del Piero che si considerò davvero ‘di successo’ quando cominciò a farsi fare cappelli e scarpe su misura. E mi sovviene il suo imbarazzo allorquando la vedova di Guido Piovene – sapendo che aveva la stessa misura di piede dell’appena trapassato – gli regalò un paio di splendidi mocassini bianchi che proprio perché appartenuti a un morto mai avrebbe voluto accettare.

Del romanziere che fu uomo di intenti, di emozioni, di passioni trasmesse poi su carta per l’ultima piacevole storia da ascoltare.

Related Articles