Salvo Lima, l’omicidio che anticipò le stragi: il racconto di chi c’era

Articolo di Franco Lannino

Trentaquattro anni fa non c’erano gli smartphone. C’erano le radio che gracchiavano, gli scanner della polizia erano sempre accesi e c’erano degli aggeggi strani che si chiamava “teledrin” attaccati alla cintura dei jeans. Il Teledrin ti inviava su un piccolo display in bianco e nero il numero di telefono che ti cercava e poi seguiva la corsa verso una cabina telefonica per capire dove scappare a scattare.

Quel giorno, il 12 marzo del 1992 il numero di telefono era quello del centralino del L’Ora, il giornale per cui lavoravamo. “Hanno sparato a Mondello. Hanno ammazzato Salvo Lima.”

Ricordo ancora il vento sulla faccia. Caricai sul sellino lungo della mia Vespa TS bianca Sandra Rizza una giovane cronista del giornale L’Ora, ovviamente senza casco, erano altri tempi, ci lanciammo a tutta velocità verso via Regina Margherita. Ma la Vespa ci tradì sul rettilineo di Mondello. Non ci perdemmo d’animo: 34 anni fa avevamo esattamente la metà degli anni attuali, a quell’età ha il fuoco dentro. Buttai di lato – letteralmente – lo scooter e quegli ultimi due chilometri ce li facemmo di corsa, le macchine fotografiche mi sbattevano addosso e mi facevano male.

Arrivammo davanti a “Villa Bianca”. Quel villino Liberty, uno dei simboli della bellezza di Palermo, era diventato il set di un orrore. L’onorevole Lima aveva la faccia dentro una pozza di sangue, Il sangue filtrato dal cervello ha un colore che non dimentichi: un rosso acceso, violentissimo, che strideva con il bianco candido dei suoi capelli. Il suo completo grigio scuro era coperto da un lenzuolo. Si vedevano solo i pantaloni stirati perfettamente e le scarpe all’inglese lucidissime.

Facemmo il nostro lavoro, almeno ci provammo ma il potere aveva paura di quelle immagini. Lima passava ancora per una onorata e rispettabile persona, e ci fu proibito di fotografare il cadavere senza lenzuolo (per tutte le altre centinaia di omicidi, giudici compresi si poteva fare, per Lima no…). Il Procuratore Pietro Giammanco in persona ricordo che ordinò ai camion dei pompieri e alle auto della polizia di fare letteralmente quadrato attorno al cadavere. Ci impedirono di vedere, di documentare fino in fondo quella verità che stava cambiando la storia d’Italia.

Quello era l’inizio della fine di un sistema di potere. Lima veniva ucciso perché non aveva garantito gli sconti di pena promessi ai mafiosi per il Maxi Processo. Solo 73 giorni dopo sarebbe toccato a Falcone a Capaci, e poi dopo 130 giorni Borsellino in via D’Amelio. In quel 1992 non passava settimana senza un morto ammazzato.

In questa foto mi vedete lì, la terza persona dopo il prete, mentre faccio cenno al mio socio Michele Naccari di scattare proprio in quel momento, mentre il prete benediceva la salma.

Eravamo giovani, eravamo lì, e avevamo solo le nostre fotocamere e i nostri obiettivi per cercare di raccontare l’inferno. E, in qualche modo, ci siamo riusciti.

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