Tra fragilità e falsificazioni ontologiche. Il sociologo Francesco Pira: «interrompiamo la catena del male che è sempre più invisibile e pervasiva»

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il professore dell’Università di Messina: «è decisivo ricostruire una cultura della responsabilità senza il rischio è quello di una progressiva anestesia etica. La sfida contemporanea, quindi, non è soltanto governare la tecnologia, ma restituire spessore umano alle conseguenze dell’agire».

In questo tempo di Pasqua l’umanità sta attraversando sempre più crisi, morti, catastrofi. La Pasqua dovrebbe essere un tempo di passaggio alla vita, nella vita. Un salto. Una rinascita. È, invece, tutt’altro. L’alba di ieri, domenica 12 aprile 2026, la domenica, per i cattolici, della Divina Misericordia, è stata segnata dal mancato accordo nella difficile, complicata trattativa tra USA e Iran. L’intero ordine occidentale è segnato da profonde crisi. A queste si aggiungono le sempre più evidenti fragilità del nostro essere umani, in balia di falsificazioni ontologiche (le distorsioni del nostro essere, della nostra realtà), intelligenze virtuali, ecc.

Con il professore Francesco Pira, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, saggista e giornalista, analizziamo, da diverse prospettive (storiche, geopolitiche, sociologiche), la profonda frammentazione globale e personale che stiamo attraversando. Che ci attraversa. Queste crisi attuali, è bene ricordarlo, sono però segnate e incastonate da eventi, gesti, memorie di un recente passato che hanno aperto, e che devono aprire, percorsi nuovi, orizzonti nuovi. La nostra memoria storica risale soltanto a ottant’anni fa, quando il 25 giugno del 1946, nell’Aula di Montecitorio, si svolge la prima seduta della Costituente che, tra gli altri compiti, scriverà la nostra Carta Costituzionale. L’articolo 11 («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo») fu offerto all’umanità. Un articolo pieno di scintille di pace, di aperture, di vita. I Padri e le Madri costituenti ripudiano la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. L’alternativa alla guerra è il dialogo, sono gli accordi. Un articolo che, a ottant’anni di distanza, continua a sfidarci. Un articolo che ci chiama a trasformare le nostre idee di pace in azioni concrete.

Sessantatré anni fa, l’11 aprile del 1963, papa Giovanni XXIII pubblicava l’enciclica Mater et magistra. Un documento storico, profetico, focalizzato sulla pace tra le nazioni nel contesto della Guerra Fredda (dopo la crisi di Cuba). Un’enciclica rivolta, per la prima volta nella storia, a «tutti gli uomini di buona volontà», che intende fondare la pace su verità, giustizia, amore e libertà. Un documento che allora destò sorpresa e entusiasmo in tutto il mondo. Quarant’anni fa, il 13 aprile 1986, la storica visita di papa Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore (Sinagoga) di Roma. Un gesto senza precedenti che, dopo secoli di distanza e dolore, avvicina cattolici ed ebrei, aprendo un nuovo percorso comune.

D.: Professore, questi eventi conservano ancora la loro forza rivoluzionaria? Le grandi idee di pace, di dialogo tra le religioni e di fiducia nelle azioni umane sono ancora capaci di incidere nella realtà? E quale energia possono offrire oggi alla fragilità del sistema globale e delle nostre vite?

R.: «Oggi, la percezione della crisi tende a oscurare la capacità di riconoscere le risorse profonde che attraversano la storia. Eppure, proprio nei momenti di maggiore frammentazione, alcune eredità simboliche e culturali mostrano una sorprendente capacità di permanenza e di trasformazione. In questo senso, la riflessione di Zygmunt Bauman sulla “modernità liquida” aiuta a comprendere come i grandi eventi e le grandi intuizioni del Novecento non siano scomparsi. In una società segnata da instabilità e precarietà, essi non funzionano più come riferimenti normativi forti e condivisi, bensì come orizzonti di senso che continuano a offrire orientamento, pur dentro una pluralità di visioni e di conflitti. Il magistero di Giovanni XXIII e i gesti di Giovanni Paolo II restano iscritti nella memoria collettiva come momenti generativi, capaci di suggerire possibilità diverse rispetto alla logica dello scontro. Allo stesso tempo, la contemporaneità introduce elementi di forte ambivalenza. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo il rapporto tra azione e responsabilità, producendo una distanza crescente tra chi decide e chi subisce. L’uso dei droni nei conflitti rappresenta in modo emblematico questa trasformazione: la violenza si fa remota, mediata, apparentemente neutra. È qui che torna attuale la lezione di Hannah Arendt sulla banalizzazione del male, attualmente amplificata da dispositivi che rischiano di svuotare l’azione della sua dimensione etica e relazionale. Dentro questa tensione, il richiamo di Papa Leone XIV assume un significato che va oltre la dimensione religiosa e tocca il cuore della questione sociologica: ricostruire il legame tra interiorità e azione. L’idea che la preghiera educhi ad agire indica la necessità di reintegrare la coscienza nei processi decisionali, sottraendo l’agire umano a una deriva puramente tecnica e funzionale. È un invito a interrompere quella catena del male che, proprio nella sua forma contemporanea, rischia di diventare invisibile e quindi ancora più pervasiva. Queste eredità continuano dunque a generare energia non perché impongano modelli, ma perché rendono ancora possibile immaginare e praticare alternative. In un sistema globale fragile, la loro funzione è quella di mantenere aperto lo spazio della responsabilità e della relazione, offrendo strumenti culturali per resistere alla frammentazione e per ricostruire, anche a partire da gesti minimi, una grammatica della pace»

D.: In che modo le trasformazioni contemporanee del conflitto, sempre più legate alla tecnologia e alla distanza tra decisione e conseguenze, stanno modificando non solo la geopolitica ma anche la percezione sociale della responsabilità e dell’altro?

R.: «Nelle società moderne, e in particolare nei contesti segnati dall’uso intensivo delle tecnologie digitali, si assiste a una dilatazione della distanza tra chi prende decisioni e chi ne subisce gli effetti. Questo non è soltanto un fatto tecnico o militare, ma un processo culturale che incide direttamente sulla costruzione della coscienza sociale. La mediazione tecnologica tende, infatti, a rendere l’azione più astratta, meno immediatamente riconducibile alle sue conseguenze umane. In questa prospettiva, anche il conflitto perde parte della sua evidenza morale e diventa un insieme di procedure, dati, immagini distanti. È qui che si produce una trasformazione antropologica rilevante: l’altro rischia di non essere più percepito nella sua concretezza, ma come elemento filtrato da sistemi di rappresentazione e controllo. Questo processo si inserisce in una più ampia crisi delle forme tradizionali di responsabilità condivisa. Le istituzioni, i gruppi sociali e gli individui faticano sempre più a riconoscere il legame diretto tra i propri comportamenti e il mondo che contribuiscono a generare. Per questo motivo, la questione non riguarda soltanto la tecnologia in sé, ma il modo in cui essa viene incorporata nelle strutture sociali e nei sistemi di legittimazione. Ormai, è decisivo ricostruire una cultura della responsabilità che non sia solo normativa, ma anche percepita e vissuta. Senza questa ricomposizione, il rischio è quello di una progressiva “anestesia etica”, in cui le decisioni, anche le più gravi, vengono percepite come distanti, quasi impersonali. La sfida contemporanea, quindi, non è soltanto governare la tecnologia, ma restituire spessore umano alle conseguenze dell’agire, nella convinzione che solo da qui possa riaprirsi uno spazio reale di speranza e di cambiamento».

L’articolo-intervista con il professore Francesco Pira, riprende l’«esercizio» dell’arte delle “conversazioni” con sé stessi e con il mondo. Conversazioni che intendono valorizzare la bellezza della complessità che ci attraversa, che viviamo. 

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