Il professore dell’Università di Messina: “Ha proposto un modello paterno generativo: capace di dare orientamento senza dominio, regola senza durezza, autorevolezza senza timore. Ed è forse proprio questo che ha colpito credenti e non credenti”
Il 21 aprile 2025, Lunedì dell’Angelo, moriva Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio, 1936-2025), il 266° Papa della Chiesa cattolica. Il primo pontefice gesuita, il primo proveniente dal continente americano. Un uomo, un sacerdote, un vescovo di Roma caratterizzato da uno stile di vita e da parole nuove, dirette e profondamente umane. In un’epoca segnata da crisi, dalla “terza guerra mondiale a pezzetti”, papa Francesco ha dato voce e ha compiuto azioni belle, significative, cariche di speranza. Con il professore Francesco Pira, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, saggista e giornalista, ne ricordiamo solo tre.
Il primo viaggio di Papa Francesco avvenne l’8 luglio 2013 a Lampedusa, simbolo della crisi migratoria. Una visita fortemente voluta. Un viaggio-denuncia, un grido biblico e profetico contro la “globalizzazione dell’indifferenza”. Indimenticabili sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante l’omelia della Celebrazione eucaristica al campo sportivo “Arena”, con l’altare allestito su una piccola barca, che ricopiamo: «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe: l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro, che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere.
E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta a una catena di errori che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E ancora una volta ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? […] La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla: sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri; anzi, porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro: non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
Ritorna, in questo senso, la figura dell’Innominato di Manzoni, simbolo dell’uomo che, dopo aver vissuto nell’indifferenza e nel potere, riscopre la propria coscienza e la responsabilità verso l’altro. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
D.: Professore Francesco Pira la cultura del benessere ci rende insensibili ai bisogni del prossimo?
R.: «Il benessere, quando smette di essere condizione di dignità e diventa ideologia della soddisfazione permanente, produce una progressiva anestesia morale. Nelle società avanzate il cittadino rischia di trasformarsi in consumatore integrale: non misura più il valore delle relazioni sulla base della reciprocità, ma dell’utilità immediata. È ciò che il sociologo Zygmunt Bauman aveva colto parlando di vite liquide e di legami fragili: l’altro viene accolto finché non disturba il comfort personale. Oggi questo processo è amplificato dalle piattaforme digitali. Gli algoritmi selezionano contenuti compatibili con i nostri gusti, costruendo ambienti emotivamente protetti dove la sofferenza altrui compare per pochi secondi e poi scompare nel flusso infinito dello scroll. L’indignazione dura il tempo di una notifica, la compassione quello di una reaction. Si crea così un consumismo emozionale: si consumano drammi, tragedie e perfino guerre come episodi di una serialità continua. Le cosiddette “comunità guardaroba”, ancora per usare una felice intuizione di Bauman, nascono e si sciolgono attorno a un hashtag, a una campagna momentanea, a una commozione collettiva senza sedimentazione etica. Si entra, si applaude, si esce. Ma una società non regge se trasforma la solidarietà in evento temporaneo. Il punto decisivo è allora ricostruire spazi di prossimità reale: scuole, quartieri, associazioni, famiglie dialoganti. Perché il bisogno dell’altro non può essere delegato né al mercato né all’algoritmo».
Il 24 maggio 2015 Papa Francesco dona al mondo dei credenti e dei non credenti, inviando a ogni uomo e donna di “buona volontà” un’enciclica sociale, la Laudato si’, sul tema dell’ecologia. Il pianeta Terra, dono di Dio, è da troppo tempo maltrattato, saccheggiato e sfigurato da coloro che lo abitano e che molto probabilmente non lo amano davvero, ma lo sfruttano soltanto. Una lettera che è un’emanazione del Cantico delle Creature di san Francesco. Un documento in sei capitoli, tutti tesi a un “cambiamento di rotta”: l’uomo si assuma la responsabilità e l’impegno di avere “cura” per questa casa donata dal Signore.
D.: Un’enciclica, professore Pira, che è un grido contro la guerra al creato. Non solo: l’enciclica è una saggia e formidabile analisi che vuole far comprendere come tutto sia interconnesso. Non esiste solo una questione ambientale separata da quella sociale: i cambiamenti climatici, le migrazioni, le guerre, la povertà e il sottosviluppo sono manifestazioni di un’unica crisi che, prima ancora che ecologica, è alla sua radice una crisi culturale, etica, spirituale e umana. Un’enciclica che individua e descrive i processi di autodistruzione innescati dalla ricerca del profitto immediato e da un mercato divinizzato. Come una madre si preoccupa e ha cura del proprio bambino, così anche noi dovremmo avere cura della nostra “Madre Terra che ci regge e sostiene”. Nell’attuale epoca trumpiana, che fine ha fatto questa profezia di Papa Francesco?
R.: «La grande intuizione di quel messaggio non riguarda soltanto l’ambiente: riguarda la struttura stessa della convivenza contemporanea. Viviamo in un sistema dove tutto è connesso e, paradossalmente, tutto viene trattato come separato. L’economia considera autonomi i mercati, la politica compartimenta i problemi, i media frammentano l’attenzione. Ma crisi climatica, migrazioni, conflitti, diseguaglianze e precarietà appartengono alla medesima rete di cause. L’attuale stagione segnata da nazionalismi economici e da leadership non ha cancellato quella profezia: l’ha resa più evidente. Pensiamo alla retorica del muro, del dazio, del “prima noi”. È la versione geopolitica dell’individualismo competitivo. Tuttavia nessun confine ferma l’aria inquinata, nessuna tariffa arresta il riscaldamento globale, nessun sovranismo risolve da solo le catene produttive globali. Anche l’intelligenza artificiale rende questo nodo ancora più chiaro. I data center consumano energia, gli algoritmi influenzano consumi, lavoro e opinione pubblica, mentre la governance resta spesso indietro. La tecnologia, senza etica pubblica, rischia di diventare acceleratore delle stesse disuguaglianze che promette di correggere. Ulrich Beck, sociologo e scrittore tedesco, parlava di società del rischio globale: pericoli prodotti dalla modernizzazione che nessuno può gestire individualmente. Per questo quella visione non appartiene al passato. È una bussola per il presente: invita a passare dalla cultura dello sfruttamento a quella della responsabilità condivisa, dalla crescita cieca alla sostenibilità sociale, dal profitto immediato al futuro comune».
Nel 2016, tornando da un viaggio a Lesbo, il Papa ha preso con sé tre famiglie di profughi siriani, dodici persone in tutto, metà delle quali bambini, ospitandole in Vaticano. Un gesto forte contro l’indifferenza e per una reale cultura dell’accoglienza.
D: Papa Francesco ha incarnato una figura paterna accogliente, capace di ascolto e di apertura, in netto contrasto con l’elaborazione della figura paterna nella nostra società contemporanea. Un pontefice che rassicura, che incentiva politiche di inclusione, che si china sui peccatori e mangia e beve con loro, come Gesù raccontato nei Vangeli. Un’esistenza dinamica che riconosce lo straniero e il nemico. Un Papa della misericordia che ricorda il cuore del cristianesimo. Un uomo dell’incontro in una società narcisistica, piena di egoismo, che odia i diversi e i nemici.
R.: «In un tempo dominato dall’autorappresentazione, Papa Francesco ha avuto una forza rara: ha restituito centralità alla presenza, al contatto, all’ascolto. Mentre molta comunicazione pubblica è costruita sull’io che si esibisce, egli ha proposto un’autorità che si espone alla vulnerabilità. Nella cultura dei social network il riconoscimento passa spesso attraverso metriche quantitative: follower, like, visualizzazioni. Si viene visti più che conosciuti. In questo scenario, il gesto di fermarsi davanti al dolore concreto di una persona, di un migrante, di un detenuto, di un malato, ha rappresentato una contro-narrazione potentissima. Ha ricordato che la relazione non è performance ma reciprocità. Erving Goffman, sociologo e scrittore canadese, spiegava come la vita pubblica sia anche messa in scena. In questo caso si è ridotta la distanza tra istituzione e persone, privilegiando una relazione più umana e immediata. Anche quando Papa Francesco utilizzava media e tecnologie globali, il centro del suo messaggio restava la persona concreta, non lo strumento. Nelle società impaurite, dove il diverso viene facilmente trasformato in minaccia, egli ha mostrato che l’identità non si difende chiudendosi, ma aprendosi. Ha proposto un modello paterno generativo: capace di dare orientamento senza dominio, regola senza durezza, autorevolezza senza timore. Ed è forse proprio questo che ha colpito credenti e non credenti: l’idea che la forza autentica possa coincidere con la mitezza d’animo».
