Vite perdute e obiettivi rubati: La parabola di Giuseppe Greco, dal Maxiprocesso al grande schermo

Articolo di Franco Lannino

Questo scatto, che ho fatto personalmente nel 1991, ritrae Giorgio Castellani (nato Giuseppe Greco), figlio di Michele Greco, noto alle cronache come “il Papa” di Cosa nostra. La foto che vedete è stata “rubata” con un potente teleobiettivo. L’imprenditore funebre e cinematografico Enzo Castagna lo coadiuvava nelle fasi di casting per il film “Vite perdute”, una pellicola che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto rappresentare l’ideale continuazione del celebre successo di Marco Risi, “Mery per sempre” avendo utilizzato gli stessi attori.

Nato Giuseppe Greco, scelse lo pseudonimo di Giorgio Castellani ispirandosi al cognome materno, sia per ragioni cinematografiche sia per creare una chiara assonanza con il noto regista Renato Castellani. La sua vita si è mossa costantemente sul filo tra cinema e cronaca giudiziaria: coinvolto nel Maxiprocesso di Palermo nel 1984 a seguito delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno, fu condannato in primo grado a quattro anni per associazione mafiosa, venendo poi assolto definitivamente da ogni accusa in Cassazione.

Castellani è poi morto di cancro nel 2011 a soli 58 anni, nella casa di famiglia nella borgata palermitana di Croceverde-Giardini, lasciando dietro di sé una parabola umana e cinematografica così controversa e singolare che persino il regista Franco Maresco decise di dedicargli un documentario in due puntate per La7 dal titolo “ai confini della pietà”.

Un frammento di storia palermitana catturato in un click.

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