Il sociologo Francesco Pira: “La storia della nostra Repubblica è piena di conquiste femminili”

Articolo di Merelinda Staita

Il professore dell’Università di Messina: “Ogni diritto conquistato ha modificato i rapporti familiari, il mercato del lavoro, la lingua pubblica, la percezione di chi ha voce e chi conta. Purtroppo, la violenza sulle donne, le disparità economiche, i carichi di cura ancora squilibrati ci dicono che il cammino non è concluso”

Ottant’anni di Repubblica. Questa ricorrenza possiede qualcosa di urgente, di vivo e di profondamente personale: parla di noi, di ciò che siamo stati e di ciò che ogni giorno scegliamo di essere. Ho sentito il bisogno di osservarla dall’interno, con la lentezza necessaria a chi vuole andare oltre l’apparenza. Per questo ho intervistato il professor Francesco Pira, Associato di Sociologia dell’Università di Messina, saggista, giornalista e studioso appassionato delle trasformazioni che ridisegnano la nostra vita collettiva nell’era digitale. Pira porta avanti da anni una riflessione seria e coraggiosa sul rapporto tra intelligenza artificiale, nuove tecnologie e società, con uno sguardo che non perde mai di vista l’umano. Quella che segue non è solo un’intervista: è una conversazione che scalda e dona speranza. Come dovrebbe fare ogni parola autentica.

D. Professor Pira, ottant’anni fa l’Italia sceglieva la Repubblica. Guardando indietro, esiste qualcosa che ha davvero tenuto uniti gli italiani attraverso stagioni così diverse?

R. «Nel tempo, gli italiani hanno attraversato realtà profondamente diverse, tra trasformazioni sociali, politiche ed economiche. Ciò che ha preservato un senso di unità, nonostante le distanze, è la costruzione di una “comunità di memoria” — come teorizzato dal sociologo Robert Bellah — basata su una trama condivisa di esperienze, storie e valori che legano le persone oltre la loro origine o condizione sociale. Questa memoria collettiva è stata costantemente reinterpretata per integrare nuove sfide, rimanendo però il perno della coesione del Paese. La sociologia ci insegna che, anche quando le appartenenze tradizionali sbiadiscono, le narrazioni comuni continuano a offrire un orizzonte di significato e di solidarietà, essenziale per la convivenza civile».

D. In questo cammino, quale peso ha avuto la trasformazione della condizione femminile? Come ha cambiato il volto della nostra società?

R. «La storia della Repubblica è in larghissima parte una storia di conquiste femminili: non regalate, ma strappate con tenacia, fermezza, visione. Basti pensare allo straordinario salto temporale: nel 1946 le donne votavano per la prima volta; oggi guidano governi, aziende, laboratori di ricerca e missioni scientifiche internazionali. In mezzo ci sono battaglie legali e culturali che hanno ridisegnato non solo le norme, ma il modo in cui la società si pensa e si racconta. Ogni diritto conquistato ha modificato i rapporti familiari, il mercato del lavoro, la lingua pubblica, la percezione di chi ha voce e chi conta. Purtroppo, la violenza sulle donne, le disparità economiche, i carichi di cura ancora squilibrati ci dicono che il cammino non è concluso. E ci dicono qualcosa di ancora più importante: che i cambiamenti culturali precedono spesso quelli normativi, ed è proprio nella cultura — nel modo in cui educhiamo, testimoniamo e definiamo la realtà — che si gioca la sfida decisiva. L’evoluzione antropologica di una società richiede tempo, parole giuste e la disponibilità a mettere in discussione ciò che diamo per scontato».

D. Lei studia da anni il rapporto tra nuove tecnologie, intelligenza artificiale e vita sociale. In che modo questa rivoluzione incide sulla coesione di una comunità? Corriamo rischi seri?

R. «La rivoluzione tecnologica legata all’intelligenza artificiale sta trasformando il tessuto sociale e le modalità di relazione all’interno delle comunità. È evidente come queste innovazioni generino sia potenzialità che rischi per la coesione sociale. Marshall McLuhan, sociologo e filosofo canadese, già decenni fa evidenziava come i media plasmino la percezione del mondo, creando un “villaggio globale” in cui spazio e tempo si comprimono. Oggi l’intelligenza artificiale accelera questo processo, rendendo la comunicazione istantanea ma, allo stesso tempo, filtrata da algoritmi che influenzano le nostre appartenenze e identità. Byung-Chul Han, filosofo e saggista sudcoreano, mette in guardia contro i rischi della “società della trasparenza” e dell’iperconnessione, che enfatizzano l’individualismo e la performance, impoverendo la profondità delle relazioni. Il rischio concreto è lo sviluppo di comunità frammentate, dove l’empatia e la condivisione cedono il passo a interazioni superficiali e a forti polarizzazioni. Indubbiamente, queste tecnologie offrono anche la possibilità di costruire nuove forme di partecipazione, se opportunamente governate. La chiave sta nel coltivare non solo gli strumenti, ma anche il sapere e le capacità critiche necessarie a utilizzarli affinché rafforzino, anziché indebolire, i legami sociali».

D. Una domanda finale, professore: cosa dobbiamo portare con noi nei prossimi decenni per non tradire la promessa che questa Repubblica ha fatto agli italiani?

R. «Dobbiamo fare nostra una convinzione essenziale: quella della fragilità e, al tempo stesso, della resilienza del nostro legame sociale. Come ci insegna Zygmunt Bauman nella sua riflessione sulla modernità liquida, viviamo in un mondo in perenne mutamento, dove tutto sembra scivolare via e le sicurezze di un tempo si dissolvono. Eppure, è proprio in questa precarietà che si nasconde la prova più impegnativa e, insieme, l’opportunità più preziosa: riscoprire il valore dell’altruismo, dell’ascolto e dell’attenzione reciproca. La Repubblica è una promessa di comunità, di diritti e di dignità per tutti. Onorare questa promessa significa alimentare la volontà di essere cittadini attenti e partecipi, capaci di guardare oltre le differenze con empatia, per costruire ponti anziché muri. È un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani e di grandi scelte; un impegno che affonda le radici nella memoria di chi ha lottato per costruire questo Paese, ma che guarda al futuro con speranza. Dobbiamo accogliere questa eredità con passione, consapevoli che la forza di una Repubblica autentica risiede in quel “noi” che non si arrende. Solo così potremo custodire e realizzare la promessa di un’Italia più giusta e umana, capace di attraversare le incertezze senza smarrire la propria anima».

Il professor Pira, insignito nel 2008 dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica e oggi Vice Presidente Vicario nazionale dell’UNIMRI (Unione Nazionale Insigniti al Merito della Repubblica Italiana), possiede il raro dono di saper tradurre le grandi questioni in un linguaggio semplice e accessibile. Le sue parole rafforzano un monito: la Repubblica si costruisce ogni giorno con le nostre azioni. È lo stesso richiamo all’impegno che ritroviamo in Italo Calvino quando, nelle “Città invisibili”, scriveva che l’inferno dei viventi è quello che formiamo stando insieme. Per non soffrirne, spiegava Calvino, esiste una via rischiosa che esige “attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Ottant’anni di Repubblica sono precisamente la storia di chi ha scelto questo secondo modo. E noi abbiamo il dovere di continuare a farlo.

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