Il corpo sociale come campo d’indagine
Leggere Jessie White Mario attraverso la categoria della biopolitica significa osservare una scrittura nella quale povertà, salute, educazione, lavoro, assistenza, genere, istituzioni e organizzazione urbana vengono progressivamente ricondotti a un unico problema: il modo in cui una società governa concretamente la vita dei propri membri. Il termine ‘biopolitica’ appartiene alla riflessione novecentesca e non deve essere attribuito direttamente al lessico ottocentesco di White Mario. La sua opera consente una lettura genealogica: prima che il governo della popolazione divenga una categoria teorica autonoma, White Mario ne intercetta alcune condizioni materiali, linguistiche e amministrative. Il suo oggetto non è il cittadino astratto della tradizione politica; è l’individuo situato dentro condizioni corporee, sanitarie, economiche e ambientali determinate. La documentazione mostra, con particolare evidenza, questa trasformazione. Dopo l’esperienza risorgimentale, White Mario concentra il suo lavoro sull’osservazione della società italiana, sulle condizioni della popolazione e sulle responsabilità delle istituzioni. La sua attività passa attraverso giornalismo, inchiesta, assistenza, insegnamento e scrittura civile. L’esperienza diretta costituisce la base di una conoscenza che potremmo definire proto-ethnographic: attraversare gli spazi sociali, osservare pratiche, raccogliere testimonianze, confrontare dati, interrogare le istituzioni e trasformare l’osservazione in proposta. Il testo decisivo è La miseria in Napoli, pubblicato a Firenze da Successori Le Monnier nel 1877. L’edizione originale è documentata come una monografia di circa trecento pagine dedicata alle condizioni economiche e sociali della città. L’inchiesta assume la città come organismo sociale leggibile attraverso i suoi quartieri, le sue istituzioni assistenziali, le sue gerarchie, le sue malattie, le sue condizioni abitative e i suoi rapporti economici. Napoli diventa una sorta di laboratory of social visibility. La frase «Quanto torna facile scoprire e rivelare i mali esistenti in una società altrettanto parmi difficile suggerire i rimedii specifici» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877) stabilisce il primo principio della sua epistemologia sociale. L’enunciato costruisce una contrastive structure: diagnosi e terapia vengono poste in relazione attraverso un parallelismo sintattico. Il verbo ‘scoprire’ appartiene al campo cognitivo; ‘suggerire’ apre invece quello pragmatico. Conoscere significa arrivare alla soglia dell’azione. Un secondo passaggio radicalizza questa posizione: «a male pubblico, pubblico rimedio» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). La formula trasforma un’esperienza individuale in una questione collettiva. Il termine ‘pubblico’ funziona come indexical: indica, contemporaneamente, la dimensione sociale del problema e il soggetto chiamato a intervenire. L’atto linguistico possiede una doppia direzione: assertive speech act, perché definisce la natura pubblica del male; directive speech act, perché implica la necessità di una risposta istituzionale. Il terzo frammento è ancora più esplicito: «Noi invece ci accertammo che essa persevera tuttora di fatto e perfettamente individuata» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). Il pronome ‘noi’ costruisce un collective epistemic subject. White Mario non parla dall’alto della teoria; costituisce il sapere attraverso un’esperienza condivisa di osservazione. ‘Accertammo’ è un verbo di evidentiality: segnala una conoscenza fondata sulla verifica. La scrittura assume la forma di un rapporto fra osservatore, evidenza e istituzione. Il quarto enunciato, «inutile cambiare gl’individui; necessario mutare sistema» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877), porta questa logica sul terreno della causalità sociale. La costruzione ellittica elimina completamente la mediazione argomentativa. Due infinitive nominalizzate producono un binary framing che sposta la responsabilità dall’individuo all’organizzazione. La miseria non viene interpretata come semplice difetto morale; viene ricondotta a un sistema di rapporti e dispositivi. La lettura biopolitica diventa produttiva: la vita degli individui appare modellata da istituzioni, norme, spazi e pratiche amministrative. Il quinto frammento, «instauratio ab imis fundamentis» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877), radicalizza la metafora strutturale. La formula latina introduce un register shift: l’inchiesta sociale assume il tono del programma di rifondazione. La società viene rappresentata come un edificio le cui condizioni di vita dipendono dalle fondamenta. Il linguaggio dell’architettura istituzionale coincide con quello della politica sociale. Questa prospettiva presenta una notevole consonanza con Alexis de Tocqueville. Nell’edizione UTET della Democrazia in America, l’autore osserva che tra le novità incontrate negli Stati Uniti «nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni» (La democrazia in America, UTET, 2013, 15). La citazione individua nell’assetto sociale una forza capace di influire sulle istituzioni e sui comportamenti. White Mario compie un’operazione complementare: osserva le condizioni di disuguaglianza e cerca nelle istituzioni le cause della loro persistenza. La comparazione con Friedrich Engels rende ancora evidente la specificità del metodo. Nella sua analisi della città industriale, Engels scrive che «the condition of the working-class is the condition of the vast majority of the English people» (The Condition of the Working-Class in England in 1844, George Allen & Unwin, 1892, 17). Il procedimento è vicino a quello white-mariano: la condizione del singolo diventa indicatore della struttura sociale. La differenza riguarda il quadro teorico. Engels tende verso una critica dei rapporti di produzione; White Mario combina osservazione sociale, riformismo, liberalismo democratico e responsabilità amministrativa. La biopolitica appare, dunque, come possibilità di lettura nel momento in cui il corpo sociale viene trasformato in oggetto di conoscenza, classificazione e intervento. White Mario registra povertà, malattia, lavoro, educazione, assistenza e condizione femminile dentro un medesimo campo problematico. La popolazione diventa conoscibile attraverso statistiche, sopralluoghi, comparazioni e categorie amministrative. La vita entra nel linguaggio della riforma.
Istituzioni, corpi, donne: la politica della vita quotidiana
Il secondo elemento della prefigurazione biopolitica riguarda il rapporto fra corpo e istituzione. White Mario osserva ospedali, brefotrofi, carceri, strutture assistenziali, scuole e luoghi di lavoro come dispositivi capaci di organizzare la vita quotidiana. Il problema centrale diventa la qualità della gestione. Non basta che un’istituzione esista: occorre verificare come governi, chi includa, chi escluda, quali comportamenti produca e quali soggetti renda autonomi. Una delle formule importanti è «Perchè non una Scuola normale per le infermiere?» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). L’interrogativa possiede una chiara funzione pragmatica. Non richiede semplicemente un’informazione; produce una rhetorical question orientata all’azione. La professione femminile viene inserita dentro un progetto di organizzazione sanitaria e sociale. La donna non è soltanto destinataria di tutela: diventa social agent, soggetto competente nell’amministrazione della cura. Il sesto frammento significativo deve essere letto in questa direzione: «Qui sta uno dei mezzi graduali, effettuabili, evidenti» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). La triplice aggettivazione costruisce una scala di fattibilità. Graduali introduce il tempo della riforma; effettuabili la sua concretezza; evidenti la sua legittimazione cognitiva. Il linguaggio dell’ideale viene sostituito dal linguaggio della procedura. White Mario arriva persino a proporre una specifica tecnologia amministrativa della popolazione femminile: «Faccia il nuovo Municipio una statistica» delle religiose impiegate e delle giovani che potrebbero essere formate a funzioni sanitarie e direttive (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). Qui il nesso con una genealogia biopolitica diventa forte. La statistica appare come strumento di visibilità e di redistribuzione delle competenze. Il numero diventa argomento politico. La statistica, tuttavia, non opera da sola. Il testo la combina con il framing. White Mario modifica il modo in cui il lettore percepisce categorie esistenti: il povero, l’infermiera, la direttrice, il bambino abbandonato, la donna esclusa dal lavoro. La categoria sociale viene sottoposta a un processo di reframing. Una figura precedentemente collocata nel campo della beneficenza viene trasferita nel campo del diritto, della professionalità e della cittadinanza. La neuroscienza cognitiva offre una chiave interpretativa. White Mario non dispone delle categorie contemporanee della social cognition, dell’attenzione selettiva o della predictive processing, la sua scrittura costruisce intenzionalmente condizioni di salienza. Il lettore viene condotto dal dato astratto alla scena concreta, dalla scena alla responsabilità, dalla responsabilità alla proposta. Ripetizione, contrasto, enumerazione, domanda retorica e cambiamento di prospettiva costituiscono dispositivi capaci di orientare attenzione e memoria. La sua prosa agisce come una tecnologia dell’attenzione. Il problema sociale deve essere reso visibile. La visibilità produce salience; la salienza favorisce la valutazione; la valutazione apre alla decisione. L’inchiesta assume una dimensione performativa: non descrive soltanto un mondo, contribuisce a costruire il modo in cui quel mondo viene percepito. La consonanza con John Stuart Mill è evidente. In On Liberty, Mill afferma: «Over himself, over his own body and mind, the individual is sovereign» (On Liberty, Penguin Classics, 2003, 81). La formula colloca corpo e mente nello spazio della sovranità individuale. White Mario lavora sul versante complementare: mostra le condizioni sociali che rendono effettiva o impediscono quella sovranità. La libertà richiede condizioni materiali, educative e istituzionali. Il confronto diventa preciso con The Subjection of Women. Mill definisce la subordinazione legale femminile «one of the chief hindrances to human improvement» (The Subjection of Women, Longmans, Green, 1869, 1). White Mario traduce il problema nella concretezza delle professioni, dell’istruzione e dell’assistenza. La questione femminile entra nella gestione della vita collettiva. Un settimo frammento white-mariano illumina la stessa prospettiva: «Il povero […] è anche defraudato di ciò che è suo» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). Il verbo ‘defraudato’ è decisivo. Il povero viene costituito come soggetto titolare di qualcosa che l’ordine sociale non gli garantisce. Il lessico della carità lascia spazio a quello della restituzione. Sul piano pragmatico, il possessivo ‘suo’ attribuisce agency e soggettività giuridica. Questa trasformazione trova un’interessante eco in Giuseppe Mazzini. Nei Doveri dell’uomo l’incipit invita il lettore ad ascoltare una parola fondata su «lunghi anni di dolori e di osservazioni e di studi» (Doveri dell’uomo, Tipografia Dagnino, 1851). La sua retorica associa conoscenza, esperienza e responsabilità. White Mario eredita da questo modello la convinzione che il sapere debba produrre responsabilità civile, introducendo una forte componente empirica e amministrativa. Charles Dickens offre un ulteriore termine di confronto letterario. In Hard Times, Gradgrind proclama: «Facts alone are wanted in life» (Hard Times, Penguin Classics, 2003, 1). La frase costituisce una critica ironica al riduzionismo dei fatti. White Mario, al contrario, utilizza il fatto come strumento di denuncia e verifica. Il confronto è prezioso perché mostra due concezioni diverse della stessa parola: fact come imposizione ideologica nel romanzo dickensiano; fact come responsabilità documentaria nell’inchiesta white-mariana. Carlo Cattaneo aggiunge un ulteriore modello di pensiero territoriale e istituzionale. In Notizie naturali e civili su la Lombardia, Cattaneo descrive la gestione collettiva del territorio come una pratica nella quale «un popolo intelligente e vigile persevera da venticinque secoli» (Notizie naturali e civili su la Lombardia, G. Bernardoni, 1844, 85). Il territorio diventa un prodotto dell’intelligenza collettiva. White Mario applica un procedimento affine alla città: la configurazione urbana è il risultato di scelte sociali e amministrative, ed è in grado di essere trasformata. Il settimo confronto deve essere affidato ancora a Engels, poiché il suo metodo urbano permette di precisare la questione biopolitica. Nel descrivere i grandi centri industriali, osserva che «the centralisation of property has reached the highest point» (The Condition of the Working-Class in England in 1844, George Allen & Unwin, 1892, 22). La concentrazione economica produce una concentrazione spaziale della popolazione. White Mario individua analogamente nello spazio urbano una mappa di disuguaglianze, accessi e poteri. Il punto comune fra questi autori non è una dottrina unica. È una trasformazione dello sguardo. La società viene letta attraverso condizioni verificabili: popolazione, lavoro, istruzione, salute, territorio, istituzioni. La letteratura e il pensiero politico iniziano a condividere un nuovo oggetto: la vita concreta degli individui dentro sistemi organizzati. Sul piano della sociologia dell’arte, questa trasformazione produce una particolare estetica documentaria. La pagina non vive dell’immagine; vive della disposizione delle evidenze. Il dato, la testimonianza, la descrizione dello spazio, la cifra e la proposta amministrativa vengono organizzati in una forma narrativa. L’arte della scrittura diventa un mezzo per produrre political visibility. La politologia dell’arte permette di aggiungere un secondo livello. La scrittura decide quali corpi meritino attenzione, quali luoghi debbano entrare nello spazio pubblico, quali istituzioni debbano essere giudicate. È una forma ottocentesca di agenda setting. White Mario non possiede la terminologia contemporanea, tuttavia pratica una politica della selezione: porta nel discorso pubblico ciò che l’amministrazione tende a mantenere periferico.
Dalla miseria al governo della vita: una biopolitica ante litteram
Il terzo livello dell’analisi riguarda la trasformazione dell’inchiesta in progetto politico. White Mario non si limita a mostrare la sofferenza sociale. Cerca le condizioni che la producono e gli strumenti attraverso cui modificarle. La sua frase «necessario mutare sistema» costituisce il nucleo di questa posizione. L’attenzione passa dall’individuo alla rete istituzionale nella quale l’individuo vive. L’ottavo frammento è particolarmente significativo: «Ammesso che lo scopo dei Brefotrofii…» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). L’incipit condizionale apre una procedura argomentativa: l’autrice assume la finalità dichiarata dall’istituzione e verifica la distanza fra stated purpose e actual outcome. È una forma di pragmatic inference: ciò che un’istituzione dice di fare viene confrontato con ciò che produce. Il nono frammento, «inutile cambiare gl’individui; necessario mutare sistema», deve essere letto come una formula di institutional critique. Il soggetto non viene cancellato; viene ricollocato dentro un ambiente di norme e incentivi. L’ambiente istituzionale influenza comportamenti, possibilità e aspettative. La biopolitica appare come problema di governo delle condizioni della vita. Il decimo frammento completa il percorso: «gettar le basi di un’Italia libera, florida, potente» (La miseria in Napoli, Successori Le Monnier, 1877). L’immagine delle ‘basi’ richiama nuovamente la dimensione infrastrutturale della società. Libertà e potenza nazionale vengono associate alla qualità delle strutture sociali. La nazione non è soltanto un’entità giuridica; è un organismo sostenuto da educazione, salute, lavoro, amministrazione e partecipazione. Questo passaggio permette di comprendere il rapporto fra Risorgimento e biopolitica. Il primo momento dell’impegno di White Mario riguarda la nascita politica della nazione. Dopo l’Unità, il problema diventa la qualità della vita della popolazione nazionale. La domanda cambia: come conquistare uno Stato? Come renderlo capace di amministrare la vita dei suoi cittadini? Il passaggio dalla liberazione politica alla riforma sociale rappresenta il vero punto genealogico. Sul piano pragmatico, la scrittura di White Mario produce continuamente deixis: ‘qui’, ‘oggi’, ‘noi’, ‘questo’, ‘quelle’, ‘il nuovo Municipio’. Questi elementi ancorano il discorso a un presente concreto. L’argomentazione non galleggia in un universo astratto. È collocata in un luogo, in un tempo e davanti a un destinatario implicito chiamato a decidere. Sul piano cognitivo, questa deissi riduce la distanza fra lettore e oggetto. Il problema sociale viene portato nello spazio percettivo del destinatario. La deictic anchoring rende il problema presente. Il lettore viene trasformato in osservatore virtuale e, successivamente, in possibile agente. Sul piano dell’analisi letteraria, la scrittura di White Mario presenta una forte rhetorical economy. Periodi brevi, opposizioni, domande, formule sentenziose, lessico amministrativo e immagini architettoniche producono una prosa di pressione argomentativa. La forma è funzionale alla trasformazione della percezione. Sul piano dell’antropologia dell’arte, questa scrittura testimonia un passaggio storico essenziale: la rappresentazione artistico-letteraria entra nella costruzione della conoscenza sociale. Il testo non si limita a raffigurare una comunità; partecipa alla definizione delle categorie attraverso cui quella comunità viene riconosciuta. Sul piano della politologia dell’arte, la conseguenza è altrettanto importante. La pagina diventa uno spazio di counter-publicness: porta nel dibattito pubblico soggetti e condizioni che i discorsi ufficiali tendono a marginalizzare. La scrittura costruisce una contro-mappa della nazione. Il Sud, le donne, i poveri, gli ammalati, gli esclusi dalle professioni e i soggetti affidati alle istituzioni assistenziali entrano nella rappresentazione della cittadinanza. Jessie White Mario anticipa alcuni nodi che la biopolitica del Novecento renderà teoricamente espliciti: la trasformazione della popolazione in oggetto di sapere; il rapporto fra corpo e istituzione; la funzione politica della statistica; la gestione della salute e dell’assistenza; l’organizzazione degli spazi; la produzione istituzionale delle differenze; il rapporto fra libertà individuale e condizioni sociali. La sua sociologia è una sociologia dell’intervento. La sua antropologia è un’antropologia della condizione concreta. La sua politica dell’arte è una politica della visibilità. La sua scrittura è un dispositivo capace di trasformare il lettore in testimone e il testimone in cittadino. In definitiva, la biopolitica di Jessie White Mario non è una teoria compiuta. È una pratica di osservazione e di riforma che porta la vita quotidiana dentro il campo della politica. La sua domanda fondamentale può essere riassunta in termini semplici: che cosa accade alle persone quando le istituzioni funzionano male, e che cosa deve cambiare perché possano vivere meglio? È questo il punto che rende attuale la sua opera. White Mario non separa la storia nazionale dalla qualità della vita. Guarda alla nazione attraverso i suoi abitanti e alle istituzioni attraverso gli effetti che producono sui loro corpi, sul lavoro, sull’educazione e sulle possibilità di autonomia. La sua scrittura chiede di vedere ciò che normalmente resta ai margini e di considerare la riforma come una responsabilità concreta. La sua grande intuizione è semplice: governare una società significa anche decidere come le persone devon vivere. Ed è proprio in questa intuizione, formulata attraverso l’inchiesta, la testimonianza e la proposta, che si può riconoscere una delle interessanti anticipazioni ottocentesche dei problemi che la biopolitica avrebbe posto al centro della teoria politica moderna.
