Giordana Proto e il suo libro in cui racconta come è riuscita ad essere Libera di Guarire

Articolo di Francesco Pira

Ho avuto il piacere di conversare con l’autrice al Mudia di Aragona di questo volume-testimonianza che intreccia malattia, violenza e rinascita. La sua sofferenza non si lascia comprendere se la si stacca dalla violenza subita, dal silenzio imposto, dalla solitudine costruita. Il testo rifiuta questo limite affermando un principio olistico: mente, corpo, emozioni, ambiente, relazioni, tutto conta

Certe pagine reclamano tempo, silenzio, e ti costringono a fermarti. Accade con Libera di Guarire di Giordana Proto, dove la malattia e la guarigione si intrecciano alla violenza, al silenzio, alla solitudine e alla possibilità concreta di ricostruirsi.

La presentazione si è tenuta il 25 settembre al Mudia di Aragona, nella Chiesa del Rosario: un incontro molto partecipato, aperto dagli indirizzi di saluto di don Angelo Chillura e introdotto dal giornalista Alan David Scifo. Ho dialogato con l’autrice, Giordana Proto, naturopata DBN, e ho provato a offrire il mio contributo di sociologo, intrecciando il racconto biografico con le chiavi di lettura della sociologia e dell’antropologia. Perché la vicenda di Giordana Proto offre qualcosa di prezioso: la possibilità di avvicinare il dolore fisico, la sofferenza emotiva e la violenza subita senza forzature, riconoscendoli come aspetti di un’unica esperienza umana.

Il testo si apre con una parte biografica, quasi una confessione, intitolata Io, Giordana. Già il titolo dice molto: l’autrice si presenta come soggetto, come persona, come corpo che ha subito e che ha taciuto. Una scelta di grande interesse, perché la malattia cronica viene raccontata come esperienza esistenziale. E tale esperienza, fin dall’infanzia, risulta segnata da una condizione che la medicina classifica ma non spiega, che i medici nominano ma non guariscono.

Qui entra in campo un tema centrale per la riflessione sociologica: la violenza non è sempre fisica, visibile, denunciabile. C’è un passaggio, nel libro, che ha la forza di interrompere la lettura: «Nessuno si preoccupa di conoscere la vera Giordana, di capire il dolore e la sofferenza che porto dentro». Poche righe che aprono una dimensione riguardante tutti noi. Il bullismo, il rifiuto, l’esclusione, il non essere vista né ascoltata sono forme di sopraffazione che lasciano segni profondi, e la malattia cronica diventa anche il modo di esprimere ciò che non riesce a trovare parole.

Il sociologo statunitense Erving Goffman ha scritto pagine memorabili sulla vita sociale come performance: ogni interazione è un palcoscenico dove offriamo una versione accettabile di noi stessi. Ma che accade quando il corpo non collabora? Giordana Proto mostra esattamente questa condizione: la solitudine di chi non può fingere, e il bullismo come aggressione che colpisce proprio lì, dove si è più fragili.

C’è un capitolo intitolato Oltre le ombre, snodo decisivo perché segna il momento in cui il racconto supera la sofferenza e comincia a cercare una via d’uscita. Ma è anche il punto in cui l’opera mostra come l’autrice ha compreso ciò che le è accaduto. Questo doppio movimento, tra biografia e riflessione, tra dolore e consapevolezza, è ciò che rende il lavoro davvero notevole.

Entra qui in gioco un altro concetto di grande attualità: la medicalizzazione della società. Le sue radici storiche sono state documentate da studiosi come Roy Porter, ma è con la sociologa Adele Clarke e le sue collaboratrici che la nozione si evolve radicalmente, fino a parlare oggi di biomedicalizzazione nell’era delle biotecnologie. Il Novecento ha assistito a un progressivo allargamento della sfera della malattia: ciò che un tempo era considerato problema morale, esistenziale, sociale, è stato tradotto in categoria medica. Un processo con vantaggi notevoli, ma anche con rischi. Il principale è che il dolore venga isolato, individualizzato, separato dal contesto. E la sofferenza di Giordana non si lascia comprendere se la si stacca dalla violenza subita, dal silenzio imposto, dalla solitudine costruita. Il volume rifiuta questo limite affermando un principio olistico: mente, corpo, emozioni, ambiente, relazioni, tutto conta.

L’autrice scrive con una precisione rara: «Ogni volta che affrontavo una crisi di salute, che fosse di natura gastroenterica o legata alle mie intolleranze alimentari, notavo che il mio stato emotivo giocava un ruolo cruciale. Gli attacchi di gastroenterite, ad esempio, diventavano più frequenti e intensi nei periodi di maggiore stress e ansia». Un’osservazione apparentemente semplice, ma ricchissima di conseguenze: contro ogni riduzionismo biomedicale, afferma la connessione tra sistema nervoso, sistema immunitario e sistema sociale; contro ogni separazione tra mente e corpo, riscopre che l’una influisce sull’altro. E lo fa dal punto di vista di chi ha vissuto, con la voce di chi ha attraversato quella stessa esperienza.

Il testo affronta il bullismo, ma la sua portata va oltre la vicenda personale: parla di un fenomeno ampio, l’aggressività giovanile, che oggi si è moltiplicata, frammentata, trasferita nello spazio digitale. La prepotenza tradizionale, quella della scuola, del cortile, della palestra, che colpisce chi è diverso, fragile, o semplicemente sta male, ha acquisito una dimensione nuova. Si chiama cyberbullismo e condivide le stesse logiche feroci di quella fisica, con tre caratteristiche in più: la permanenza, la scalabilità, l’anonimato.

La permanenza: l’offesa digitale non si dissolve, resta, ripescabile, a costituire un archivio di umiliazione. La scalabilità: un insulto può diventare virale e travolgere una vita in poche ore. L’anonimato: si può colpire senza assumersi la responsabilità del gesto, senza guardare in faccia la vittima.

Il cyberbullismo colpisce l’identità, l’immagine, la reputazione. E la vittima, spesso, non denuncia per vergogna, per paura, o perché non riconosce come violenza ciò che patisce.

Libera di Guarire aiuta a comprendere che la prepotenza non finisce con l’adolescenza. Le ferite restano, si trasformano, diventano modi di abitare il mondo. Il corpo che si ammala, che si chiude, che protesta con sintomi che nessuno sa decodificare, può essere anche un corpo che continua a subire l’aggressione in assenza del carnefice. La guarigione, allora, passa necessariamente attraverso la narrazione, la parola, il riconoscimento di ciò che è stato subito.

Più volte l’autrice ha raccontato come la fede l’abbia accompagnata nella sua esistenza, e vale la pena sottolineare il valore antropologico di questa scelta. Il sociologo tedesco Max Weber, nei suoi classici saggi sulle religioni mondiali, ha mostrato come le credenze orientino l’etica, il lavoro, la vita quotidiana. Nell’esperienza di Giordana la fede appare come sostegno, come compagna di viaggio. In tal senso l’opera si colloca in una tradizione più ampia: quella della narrazione come cura, come resistenza, come comunità. La nozione di comunità terapeutica, elaborata nella psichiatria sociale anglosassone, trova qui un riscontro significativo. Giordana si cura anche attraverso la relazione con chi la ascolta, con chi le sta accanto: un richiamo alla dimensione relazionale della guarigione.

La sezione intitolata Gli strumenti della naturopatia olistica descrive il percorso che l’autrice ha intrapreso e che oggi propone.

Il legame indissolubile tra biologia e società era già stato evidenziato dal grande storico dell’economia Carlo M. Cipolla. Studiando le epidemie del passato, Cipolla ha dimostrato che la malattia non è mai un fenomeno puramente biologico, ma un fatto sociale, economico e politico. La peste non uccideva semplicemente a causa dell’elemento patogeno in sé: mieteva vittime perché le società dell’epoca non sapevano come reagire, perché le strutture di potere erano fragili e frammentate e perché la fiducia collettiva tendeva a dissolversi di fronte all’emergenza. Nelle sue analisi, la letalità di un’epidemia si rivela direttamente proporzionale all’inadeguatezza delle istituzioni e delle risposte umane.

Allo stesso modo, la malattia cronica contemporanea e il disagio psichico vanno compresi nel loro contesto: l’alimentazione disordinata, lo stress lavorativo, l’inquinamento ambientale, l’isolamento sociale, la mancanza di tempo per sé. La naturopatia olistica cerca di intervenire su questo sfondo, di ridefinire le abitudini, di ricostruire un equilibrio perduto: un vero percorso di trasformazione della vita quotidiana.

Il capitolo Storie di speranza raccoglie le testimonianze di chi ha incontrato Giordana e ha tratto beneficio dal suo lavoro. Una scelta editoriale dal significato profondo: la guarigione non è più solo vicenda individuale, ma diventa progetto comunitario. Il nuovo inizio che chiude il volume non appartiene soltanto all’autrice, ma a tutti coloro che, leggendo, riconoscono qualcosa di sé.

Il sociologo statunitense Robert Putnam ha analizzato il declino del capitale sociale nelle società occidentali: la perdita di legami comunitari, di fiducia reciproca, di partecipazione associativa. Questa sezione può essere letta come una risposta a tale declino, attraverso la costruzione di una nuova comunità fondata sulla condivisione del dolore e della speranza. Le testimonianze sono atti di riconoscimento, di appartenenza, di possibilità.

Zygmunt Bauman ha descritto il nostro tempo come liquido, caratterizzato dalla precarietà dei legami, dall’instabilità delle identità, dalla fragilità dei progetti individuali. In una realtà di questo tipo il soggetto è spinto a una riflessività costante, e molto spesso il prezzo da pagare è l’ansia.

La malattia cronica, da questa angolazione, può essere letta anche come figura della precarietà esistenziale: il corpo che cede proprio quando l’identità avrebbe più bisogno di solidità. È questo che rende il libro una testimonianza sociologicamente rilevante.

Leggere questo volume richiede coraggio. Ne occorre molto per raccontare la propria malattia, la propria esperienza di bullismo, il proprio dolore. Giordana utilizza un linguaggio chiaro e accompagna il lettore dentro la vicenda, senza spettacolarizzare la sofferenza.

Bisogna offrire spazi di narrazione dove il dolore possa essere narrato, dove la sofferenza possa essere compresa, dove la speranza possa essere coltivata. Il libro presentato ad Aragona è uno di questi spazi. E la sua autrice, con la sua vita e il suo lavoro, è la prova che la parola cura, che il racconto costruisce, che il silenzio può essere rotto.

Questo libro consegna una parola: speranza come pratica, come esercizio quotidiano, come decisione di ricominciare ogni mattina. Giordana Proto ci ha offerto questo esempio: si può cadere, si può soffrire, si può subire violenza, eppure si può risalire. Attraverso un percorso: lento, faticoso, unico.

Ciò che l’opera restituisce, alla fine, è una mappa. Una mappa per chi cerca, per chi è disposto a fare domande, per chi è pronto a mettere in discussione certezze ricevute. E forse anche una mappa per chi, come me, lavora con la parola e sa che la parola, a volte, è tutto ciò che resta. E può bastare.

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