Il Buen Camino di Checco Zalone, quando la commedia italiana intercetta la distanza genitori-figli

Articolo di Francesco Pira

Esiste una barriera che attraversa silenziosamente molte famiglie italiane. Non è composta di cemento, ma di incomprensioni, vuoti affettivi, conversazioni mai iniziate o interrotte troppo presto. È la frattura che separa genitori e figli, soprattutto nella fase più delicata e determinante della crescita: l’adolescenza. Buen Camino, l’ultimo lavoro cinematografico di Checco Zalone, ha avuto il merito – raro per una commedia trasversale – di riconoscere questa frattura e di collocarla al centro del proprio racconto. E’ questo il motivo che magari a fine proiezione ti fa uscire con gli occhi lucidi quando magari tutti ripensano alle battute e al videoclip sulla prostata e sorridono.

Ed è probabilmente proprio questo ad aver disturbato una parte dell’osservazione critica: non tanto ciò che viene narrato, quanto il fatto che venga fatto con semplicità, senza sarcasmo e senza il timore di affrontare il tema dei sentimenti.

Sotto una costruzione apparentemente leggera e un registro ironico, Buen Camino sviluppa una storia che parla di lontananza. Non solo spaziale, ma soprattutto relazionale. La separazione tra un padre che possiede tutto e una figlia che avverte di non essere nessuno. Tra un adulto convinto che il benessere economico possa compensare ogni mancanza e una ragazza che percepisce, invece, un profondo vuoto di significato.

Il film intercetta una realtà contemporanea: molti genitori sono presenti economicamente ma assenti emotivamente. Assorbiti dal lavoro, dal riconoscimento sociale, dalla logica della prestazione, finiscono per conoscere poco o nulla del mondo interiore dei propri figli. Quel vuoto non produce clamore, non esplode immediatamente, ma si espande lentamente. E quando emerge, spesso lo fa attraverso una fuga, una frattura improvvisa, una decisione radicale.

Uno degli aspetti più interessanti di Buen Camino è che non pretende mai di insegnare. Non offre soluzioni facili, né formule educative preconfezionate. Racconta, piuttosto, un processo di trasformazione.

Il protagonista incarna un modello adulto oggi molto diffuso: efficiente, vincente, disconnesso dalla propria dimensione interiore. È un uomo che ha confuso il valore con il costo, l’autorevolezza con il dominio, la genitorialità con il controllo.

Il viaggio – reale e simbolico al tempo stesso – diventa allora uno spazio di spoliazione. Camminare equivale a rallentare, a perdere sicurezze, a confrontarsi con la fatica. È nel tempo dilatato del percorso che il personaggio inizia a liberarsi delle maschere e a guardare in faccia ciò che ha ignorato: il bisogno di relazione, di ascolto, di presenza.

Buen Camino coglie uno snodo cruciale della nostra epoca: la crisi del patto educativo tra le generazioni. Gli adolescenti crescono in un contesto iperconnesso e ipercompetitivo, ma povero dal punto di vista emotivo. Avvertono l’ansia per il futuro, la pressione della riuscita, la paura di non essere all’altezza. E troppo spesso non incontrano figure adulte capaci di accogliere queste domande senza sminuirle.

Il film suggerisce una verità scomoda: non sono solo i giovani a vivere una condizione di fragilità. Anche gli adulti lo sono. Smarriti, affaticati, talvolta incapaci di rimettere in discussione i propri parametri di successo. La barriera tra genitori e figli non nasce dall’assenza di affetto, ma dalla carenza di tempo, di ascolto, di disponibilità al cambiamento.

Eppure quella separazione, suggerisce il film, non è irreversibile. Può essere superata. Non attraverso gesti clamorosi, ma tramite un impegno quotidiano fatto di attenzioni, rinunce, esposizione alla propria vulnerabilità.

Gran parte delle osservazioni critiche rivolte a Buen Camino sembrano fermarsi alla superficie: lo definiscono eccessivamente semplice, poco graffiante, poco incisivo. Ma forse il punto è un altro. Forse disturba il fatto che una commedia osi affrontare temi come la paternità, il dolore adolescenziale, una spiritualità laica, senza sarcasmo né atteggiamenti di superiorità culturale.

Zalone non costruisce un film “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno. Per le famiglie, per chi si riconosce nelle fragilità raccontate, per chi sa che il sorriso e la riflessione non si escludono a vicenda. Il racconto non banalizza i temi che attraversa: li rende accessibili.

Buen Camino va letto più come un racconto del nostro tempo che come un esercizio di stile cinematografico. Indubbiamente è un’opera necessaria. Perché racconta, attraverso il linguaggio della commedia, una crisi vera e diffusa. E soprattutto perché restituisce una possibilità: quella di cambiare direzione, di rimettersi in cammino, di ricostruire legami che apparivano compromessi.

In un’epoca in cui il dialogo tra generazioni sembra sempre più instabile, questo film ricorda che l’amore, quando è accompagnato dall’impegno e dalla disponibilità a mettersi in discussione, può ancora fare la differenza. Ed è forse per questo che Buen Camino non merita di essere demolito, ma accolto e compreso. Perché, sotto la leggerezza, parla profondamente di noi.

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