Non poteva che essere un romanzo anche la scomparsa di Piero Chiara, che, alle prese con un male feroce, che ne aveva dilaniato il corpo e lo spirito, si congedava dalla amata moglie, la sciura Mimma, e dagli amici il 31 dicembre 1986, dicendo con soddisfazione “di aver tutto dalla vita”, incluso “il dono [di scrivere]”.
Il fatto che il romanziere lombardo considerasse la scrittura un dono dovrebbe far ripensare agli aspetti legati alla scelta di scrivere da parte degli autori novecenteschi, meno di quelli moderni dove appare evidente che tale qualità – sempre se si possa definirla entro questi parametri- sia un uzzolo improvviso tendente a soddisfare il desiderio di una carriera letteraria e televisiva. Chiara, invece, fu un letterato in divenire, vale a dire maturato in un considerevole arco cronologico di tempo attraverso letture ricercate e progressive nel senso (si veda i tanti riferimento al graffiante umorismo di Lazarillo de Tormes, o a Jerome) e nel significato (i romanzieri russi e francesi), irregolare (proprio perché non uniformato a una tradizione che si riconosceva negli stilemi fissati dalla prosa ottocentesca e dunque assiduo narratore alla maniera di Moravia e di Gadda), dalla carriera scolastica disastrosa, privo di studi canonici e lontano dagli ambienti universitari, e forse quanto di più simile potesse essere un logografo greco del V a.C., riportato alla temperie culturale post-bellica del secondo conflitto mondiale e pronto a farci sorridere laddove i rumori della città sembrano sgonfiarsi silentemente e i ritmi cittadini vanno incontro a una rigida ibernazione. È un’Italia, quella raccontata da Chiara, forse ancora vivente, ma ormai incapace di entusiasmare i lettori sempre più avvezzi alla tanatofilia, o all’enigma da sciogliere in un mondo di irriducibili problemi.
Leggendo ancora quell’articolo, che esiste tutt’oggi nell’archivio digitale della Repubblica scritto amabilmente da Guido Vergani, e che rievoca quel tragico giorno, viene da sorridere e domandarsi che questa storia, accurata nel lento quanto intimo svelarsi, è molto simile a quelle da lui narrate; anche se purtroppo non ha avuto modo di essere raccontata dalla penna graffiante del Luinese, né di scaturire come sorgente d’acqua montana, e né di scorrere da quella prosa essenziale e congegnata al fine di toccare una girandola di sfumature dalla parodia alla satira, e dalla satira al grottesco.
L’elzeviro che non fu mai scritto comincia pressappoco così: “veniva verso il cimitero un’allegrissima banda, scortata dai vessilli del Partito socialista. Le trombe ci davano dentro. Rimbombavano le note non funebri delle marcette Valsassina. Sullo spiazzo di San Pietro, la piccola folla, che attendeva i funerali di Piero Chiara, ha avuto un lieve sbandamento di sorpresa. Dietro la banda, veniva un feretro. Molti si sono incolonnati, seguendo il corteo che, senza sostare in chiesa, andava al camposanto dietro l’abside. […] E ancora più singolare era che, nella prima fila dei dolenti, si ergesse per altezza, Dario Fo, luinese come Chiara, ma sconosciuto ai più come intimo dello scrittore. I telereporter avevano messo in azione le camere da ripresa. Neppure quella banda che d’improvviso intonava Bella ciao aveva aiutato a svelare l’equivoco: quel canto partigiano, infatti, ben si adattava anche al passato antifascista di Chiara. Ma il funerale laico era quello del cavaliere di Vittorio Veneto Felice Fo, padre dell’attore e ultraottuagenario libero pensatore. Questo sovrapporsi di funerali, questi dolenti, che, assorti, accompagnavano un morto non loro sarebbero piaciuti alla vena ironica, grottesca di Piero Chiara”. Dunque, un corteo smarrito che sbaglia la direzione della marcia funebre. Un moto beffardo, orchestrato da un abile puparo.
Vergani in questo articolo del 3 gennaio del 1987 ha regalato l’ultimo racconto postumo di Chiara, senza alcun dubbio. Nessun autore è stato capace di romanzarlo o di ricavarne qualcosa che potesse immortalarlo per sempre; tra l’altro, ritengo che sia il primo caso di romanzo scritto da sé, dal caso, o dallo stesso Chiara che, a mio avviso, velato da quel funereo sudario alla maniera siciliana, ha osservato il lento svolgersi del tempo in quei momenti concitati, nell’incauto sciogliersi dell’imprevisto: l’ultima beffa.
Dalle liriche di Dolore del Tempo mi piace ricordare questi versi: “Tutto arriva al mio balcone; ed io ho abbandonato i soldatini e le carte, mi tengo ai ferri del parapetto, vi appoggio il viso per essere tutto all’esterno, immerso in quegli odori e in quei rumori”. Un bagno d’eternità verso l’oltre, serbandoci l’ultimo, affascinante, racconto.
