Analizzare complessivamente il caso Salgàri, qualora si volesse ragionare in termini di produzione letteraria e di diffusione delle opere nel corso di due secoli, richiederebbe un esercizio specifico che esula dall’operazione più importante in assoluto: la lettura. Bisogna però confrontarsi, nella fattispecie, anche con quanto sia stato letto di Salgàri e recepito, immediatamente dopo la morte dell’autore. Entrando nel cuore della questione significherebbe attribuire un peso specifico alla moltitudine di edizioni – senza considerare la pletora di apocrifi – che hanno inevitabilmente condizionato la ricezione e la percezione dell’autore fra l’immensa platea dei lettori: regalandolo ad autore semplice (nella sua accezione di banale), fantastico, oppure limitato all’infanzia, confinato a un limite cronologico asfittico e stringente, che appartiene a un passato lontano e incapace di varcare gli anni ‘50 del ventesimo secolo.
Facendo un balzo cronologico di circa cinquant’anni dalla tragica morte dell’autore, avvenuta il 25 aprile del 1911, possiamo notare come le edizioni salgariane in Italia, intorno agli anni ‘70, riguardassero esclusivamente tre case editrici importanti: Rizzoli, Fabbri, e Mursia; proprio in quest’ultima casa editrice (con un piccolo contributo, non indifferente, anche di Vallardi) i romanzi salgariani maggiori e una buona parte dei cicli minori venivano accompagnati da vecchie litografie e da copertine i cui disegni si ispiravano a quelle originali, cercando di ricreare un fil rouge con l’antico percorso letterario delle prime edizioni novecentesche. Tali edizioni, raramente precedute da un saggio, mettevano il lettore direttamente in contatto immediato con la prosa del narratore veronese; inoltre erano prive di note esplicative e integrative (come se l’attività di Salgàri non lo meritasse; sarebbe troppo riduttivo dire infatti che non ce ne fosse bisogno e che i lettori dell’epoca fossero abituati a tale linguaggio).
Questa situazione appena delineata presenta un notevole cambio di rotta quando, sotto l’impulso dello sceneggiato Rai di Sollima del 1975, la Mondadori avviò il progetto di editare il ciclo delle avventure di Sandokan, fiutando un affare veicolato dall’enorme successo televisivo. Di Salgàri successivamente, come per magia, cominciarono a essere stampate le opere che erano servite da spunto alla manipolazione cinematografica e successivamente anche delle opere inedite fino ad allora come quattro cofanetti che racchiudono collezioni di prose e racconti: “Avventure al Polo”; “Avventure in Africa”; Avventure nel West”; “Avventure in India”, un’edizione di pregio che ancora oggi è visibile in rete alla mercé del migliore offerente. Nel mercato librario attuale buona parte delle edizioni salgariane di pregevole fattura si trovano infatti sulle piattaforme e-commerce, in attesa ancora di essere lette. Non è una riflessione fondata su una critica alle trasposizioni televisive passate, e presenti (basate su un ciclo di romanzi o di racconti), ma sull’idea che la televisione o un qualsivoglia prodotto cinematografico possa inevitabilmente influenzare la comprensione dell’autore – di qualsiasi autore, per la verità – che merita rispetto.
Detto ciò, si tratta – mi confessava, il grande Lettore del poeta dell’Avventura, Vittorio Sarti – di una serie di storture che inevitabilmente hanno procurato un enorme danno di immagine all’autore, e indirettamente una differente percezione del suo lavoro, sminuendolo, a dispetto di altri autori più o meno noti a lui coevi (De Amicis, Collodi, Fogazzaro, che vengono ristampati continuamente in edizioni maggiormente curate; soprattutto per i primi due presentano una quantità di studi critici impressionanti). Salgàri infatti è l’unico, tra tutti gli autori dell’Ottocento italiano, ad essere escluso oggi dalle grandi case editrici italiane, eccezion fatta per i due cicli maggiori si veda ad esempio: il Ciclo dei Corsari e il Ciclo indo-malese, editi un tempo da Rizzoli nelle seguenti edizioni: in formato singolo (almeno per i primi romanzi ciclici più famosi), in formato compendio che radunava l’intero ciclo (ormai raro in commercio) e in formato Mammuth, esaurito da tempo e andato a ruba, nei quali vengono stampati i romanzi integrali.
Le altre opere sono prodotte sporadicamente da case editrici varie e disparate: Garzanti, vedi il ciclo di Capitan Tempesta, Mursia con il ciclo del Far West; di recente Bompiani e Lindau hanno intrapreso la strada dei racconti brevi, annunciando recenti pubblicazioni (si veda: Lo stagno dei caimani e altri racconti; Il figlio del corsaro rosso e altri racconti). Tutto sommato dobbiamo affermare che la tendenza generata nel corso del tempo è anomala; considerando l’imponente mole di romanzi, parliamo di un autore che presenta una produzione autonoma di grande rilievo e di interessi culturali ampi, in virtù di un gusto scientifico e non prettamente libresco; capace di creare in assoluto, per la prima volta, il genere di avventura nella letteratura italiana, fatto salvo Il Milione di Marco Polo, nella sua accezione di prodotto inteso dalla letteratura europea (e non averne ancora uno di riferimento continua da secoli a farci concentrare sul debito enorme colmato dal Manzoni nei confronti del romanzo storico: ma il romanzo non è solo romanzo storico!).
A oggi l’unica casa editrice che edita tutti i maggiori romanzi salgariani, apocrifi esclusi, è una casa editrice spagnola, che presenta sede in Italia e offre un prodotto che, nonostante sia privo di un apparato critico o di un saggio introduttivo, è degno della grandezza dell’autore; figurano, in una collana che viene pubblicizzata ciclicamente ogni anno. Le copertine originali dei romanzi sono in stile liberty, con frontespizio e pagine interne arricchite dalle illustrazioni originali. Sembra paradossale ma è l’unica casa editrice che ha capito, obtorto collo, che leggere Salgàri significa ricreare un’operazione culturale che unisca la produzione narrativa al prodotto concepito per un’utenza di consumo (l’utenza che definisco primordiale che ha prodotto una catena elastica estesa infinite volte, rispettando spazi e forme culturali sempre diverse), ormai mi verrebbe da aggiungere “manzonizzata” per il successo che avevano avuto le illustrazioni del Gonin e abituata a nutrirsi di veste grafiche elaborate, che davano contezza delle atmosfere presenti – un motore di ricerca ante litteram -; un’operazione di lettura che era un’immersione in una temperie culturale in continua trasformazione, all’interno di un’epoca dove gran parte del mondo era ancora misteriosa e sconosciuta, come coperta da un drappo e destinata a rimanere tale, senza questi primi esperimenti narrativi che superarono i confini geografici e ideologici.
La penuria di un attento studio critico, ed editoriale, in Salgari è dimostrato anche dai fatti legati all’edizione Mondadori: “SANDOKAN DEL CENTENARIO”, del quale me ne dà contezza il prezioso e già menzionato Vittorio Sarti che si riferisce all’episodio raccontandomi de “la piccola Odissea dell’Oscarone Rosso”.
Su internet il citato volume, a quanto è possibile constatare, viene offerto a 159, 62 euro, ma l’uscita, nel lontano aprile 2011, ha dell’incredibile. Vengono ricostruiti i fatti per come mi sono stati raccontati. Una delle tracce visibili della faccenda è la foto che fa dà sfondo al seguente articolo (si precisa che la copia presentata con la nota scritta, venne recapitata a Sarti alcuni giorni prima della distribuzione del volume nelle librerie; è stata gentilmente offerta per la realizzazione del seguente articolo ed è presente Archivio Samanta e Vittorio Sarti, in Biella).
Verso la fine del 2010, viene comunicato a Vittorio Sarti che la casa editrice Mondadori sta pensando all’uscita di un Oscar, per celebrare i cento anni della morte di Emilio Salgàri, e successivamente gli viene offerta una collaborazione. La situazione pronosticata era la seguente: all’interno della redazione, “un consulente”, aveva pensato al titolo del volume abbinando tre titoli in cui l’eroe nato dalla penna di Salgàri, Sandokan, è protagonista principale, concependo ciò senza coerenza alcuna. L’idea di identificare Salgari con Sandokan è riduttiva, anacronistica, fuori dal tempo e dal modo di intendere il lavoro del romanziere; è pur vero che Sandokan abbia avuto una sovraesposizione mediatica eccessiva, a dispetto degli altri personaggi come ad esempio il Corsaro Nero, ed è comunque rimasto nell’immaginario comune non smettendo di affascinare generazioni di giovani e meno giovani, diventando una figura mitologica.
La faccenda trova successivamente altri impedimenti, infatti la situazione è stata definita complicata perché il lavoro era già finito, quindi, mancando i tempi tecnici, non era possibile cambiare assetto: non poteva esserci ormai una ridefinizione delle opere assemblate. Una scelta simile, leggendo l’Oscar proposto in questa forma, avrebbe lasciato molte perplessità, e l’unica alternativa possibile diventa quella di un intervento scritto che salvi capre e cavoli. Sarti decide così di allegare a una pubblicazione targata Mondadori, indubbiamente raffazzonata, la redazione di una cronologia completa annotata sull’intero ciclo Indo-Malese di circa venticinque pagine, utilizzate in calce ai tre discussi titoli.
Il risvolto amaro della faccenda trova però una conclusione, quando in quarta di copertina per la presentazione del volume, non venne citato nessun responsabile alla curatela, come se la puntuale rielaborazione del lavoro compiuto fosse piovuta dal cielo; nelle tre righe conclusive si leggeva – e si legge tuttora – quanto segue: “Le avventure della Tigre e dei suoi tigrotti sono accompagnate dalla testimonianza di uno scrittore profondamente salgariano, Antonio Franchini, e da scritti sulle origini e sulla fortuna del mito di Sandokan firmati da Ferruccio Parazzoli e Vittorio Sarti”. Non stiamo parlando di una semplice edizione celebrativa, ma di un grande successo editoriale che, nel novembre 2025, è diventato addirittura un best seller, ragion per cui il danno di immagine è enorme in quanto ci appare che sia stata creata ad hoc un’opera inesistente e trainata da un’anonima serie televisiva dal titolo “Sandokan”. Penso che Salgàri non venga ristampato rispettando dei canoni critico-editoriali opportuni, perché non ha patroni importanti, o ancora serpeggia una scarsa considerazione dell’autore; eppure, rebus sic stantibus l’edizione RBA e i numeri delle vendite, dovrebbero dimostrare il contrario: l’interesse dei lettori è tangibile. Il problema, non del tutto secondario, è anche che i lavori di prestigio e di rilievo fatti da grandi lettori o studiosi sono diventati cimeli e prodotti da vendere ai collezionisti o a qualche interessato, che tenterebbe di acquistarli per uno studio specifico. Quale sorte e quale fortuna per le edizioni salgariane? Cosa leggeremo di Salgàri in futuro?
