Circa quattro mesi addietro ci siamo occupati della nascita di un progetto salgariano davvero curioso che inaugura una nuova collana di classici salgariani dal titolo Sandokan, relativo all’operazione di riammodernamento della lingua di Salgàri, a cominciare dalla prima opera del ciclo indo-malese Le tigri di Mompracem, già disponibile su una nota piattaforma web(si veda: https://www.ilsaltodellaquaglia.com/salgari-sandokan-e-il-restauro). Andando a fondo e cercando di ragionare sulla recezione di Salgàri oggi e la relativa utenza di lettori, il curatore della collana, Gabriele Scantaburlo, racconta che l’origine del progetto editoriale, maturata nel seno del suo amore per le letture salgariane, è nata come un bisogno di intercettare un interesse, probabilmente ostacolato come spina al fianco dalla prosa salgariana, e che sia stato continuamente tormentato da un dubbio: “è più rispettoso lasciare un’opera intatta ma non letta, oppure permettere che venga letta — soprattutto dalle nuove generazioni — senza tradirne l’essenza? Il progetto nasce da qui. Non dalla pretesa” scrive “di migliorare Salgari, né da quella di sostituirsi a eventuali edizioni critiche, ma dal desiderio sincero di restituirlo alla lettura dei più, nella lingua viva del presente. E, in fondo, credo che questo sia il modo più autentico per onorare uno scrittore che ha scritto per il popolo e che proprio dal popolo è stato riconosciuto, anche quando la cosiddetta ‘letteratura maggiore’ lo ignorava”.
Cercando di ricostruire le fasi salienti delle considerazioni precedentemente espresse, l’idea di fondo è che sia sbagliato considerare Salgàri uno scrittore di popolo per il popolo, e cedere alla tentazione di ammodernamento della prosa salgariana, o ancora pensare di avviare un progetto sulla base dell’assunto che utilizzi una prosa difficile, fuori dallo spazio-tempo dei lettori moderni e non stimolante, dato che non produce alcun fattore di attrazione verso i lettori.
A meno che l’editore non si ponga un target definito, ossia quello preadolescenziale (dagli 8 ai 10 anni), con l’intento della semplificazione e della ovvia difficoltà che i piccoli lettori possono incontrare, penso che non sia utile insistere in un progetto simile. Il curatore del progetto mi fa notare, partendo dalle considerazioni del critico Polimeni che ho utilizzato in precedenza, che non si discute il fatto che Salgari abbia avuto un ruolo fondamentale nella diffusione di un italiano “popolare” e condiviso, ma proprio per questo sostiene che: “occorre riconoscere un dato altrettanto evidente: la lingua che fu accessibile allora non lo è più automaticamente oggi. Non perché il lettore contemporaneo sia inferiore (pur essendo alfabetizzato), ma perché il contesto è radicalmente cambiato. Il lettore di fine Ottocento: era più vicino a quelle strutture sintattiche; viveva immerso in una lingua ancora fortemente letteraria; aveva un rapporto diverso con il tempo della lettura. Il lettore di oggi, invece vive in un ecosistema linguistico completamente mutato: è esposto a una comunicazione immediata, frammentata e veloce; fatica a entrare in un testo che oppone resistenza già nei primi paragrafi.”
La tesi enunciata è molto interessante, ma sulla base di questo assunto il rischio preoccupante è quello di fare terra bruciata con tutta quella letteratura della seconda metà dell’Ottocento, che, secondo mio modesto parere, viene già letta con moltissima difficoltà (Capuana, De Amicis, Fogazzaro, Nievo, Verga). Di certo sarebbe lecito chiedersi oggi quale utenza li legga (specialisti, critici, filologi, docenti, alunni, comuni lettori?). Il male è pensare che quelle strutture sintattiche, quelle scelte lessicali siano percepite come distanti per un aspetto puramente sociale e soprattutto che non possano essere più decodificate. Chi pone i limiti di chi legge?
Più avanti nelle sue riflessioni Scantaburlo sostiene che: “Il rischio maggiore, a mio avviso oggi, non è quello di ‘semplificare’ o ‘tradire’ Salgari, ma che il lettore medio, giovane o adulto — non lo studioso — si scoraggi e rinunci a leggerlo dopo poche pagine, percependo quello stile come troppo distante. E questo, a mio avviso, sarebbe un grande impoverimento. È proprio qui che si colloca il senso del progetto. Non per sostituire l’originale, né per competere con eventuali future edizioni critiche ben fatte — che anzi sarebbero un arricchimento auspicabile —non per semplificare o impoverire, ma per riaprire l’accesso”. Apriamo dunque l’accesso a questo linguaggio. Si prenda come riferimento un estratto del capitolo XV del romanzo salgariano I Robinson Italiani, scritto nel 1896 e parte del ciclo delle avventure definite Romanzi in Oceania. Se ne legga l’incipit: “Appena si trovarono sulla più alta roccia di quella vetta, la quale s’innalzava isolata in mezzo alle folte foreste, girarono con viva curiosità gli sguardi all’intorno, certi di poter finalmente scorgere i contorni della loro possessione. Le loro previsioni erano esatte: quella terra che li ospitava non era un continente ma un’isola, poiché dall’alto della montagna potevano scorgere tutto intorno il mare, il quale scintillava sotto gli ultimi raggi del sole, prossimo al tramonto. L’isola pareva avesse un’estensione ragguardevole, poiché si prolungava per un gran tratto verso il sud. La sua forma rassomigliava vagamente a un immenso cucchiaio. Allargandosi verso il nord e restringendosi verso il sud, ma con frastagliamenti più o meno pronunciati, con piccole baie, con alcuni isolotti microscopici disseminati qua e là e con lunghe file di scogliere. Fin dove potevano spingere lo sguardo, i due naufraghi non scorgevano che foreste, le quali si estendevano fino alle sponde del mare, impedendo di vedere se quella terra fosse popolata o deserta. Pareva che i corsi d’acqua mancassero assolutamente; si scorgevano però qua e là dei serbatoi, dei bacini ma forse salmastri, trovandosi essi in prossimità del mare”.
È un incipit a caso, senza pretese alcune, ma con la volontà di offrire un importante evidenza al lettore e allo studioso. Semplifichereste questo passo? O meglio tale passo ha bisogno di un alleggerimento? Ha notato la studiosa Margherita Quaglino che nell’ampia produzione della prosa salgariana riconosciamo una cifra stilistica caratterizzante nella quale si può cogliere “la serialità, l’ambientazione esotica, l’esuberanza descrittiva, la rappresentazione anti realistica dei dialoghi, la patina letteraria, la frequenza di tecnicismi (in particolare fitonimi e zoonimi), la disponibilità a una sintassi subordinativa riconducono l’opera di Salgari nell’alveo del romanzo d’appendice ottocentesco” (cfr. L’OTTOCENTO in La lingua, i testi. Corso di Storia della lingua italiana, di G. Frosini, Salerno Editrice, 2020).
Dal riferimento universale (genere avventura, scenario esotico, rottura dell’equilibrio iniziale e ricomposizione dell’ordine naturale della vicenda), scendiamo pure al particolare, notando che nel frammento offerto riscontriamo una testualità funzionale all’economia della narrazione d’avventura. Attraverso una sintassi piana, con subordinate regolari (frequenti le relative che espandono il periodo offrendo notizie e particolari) e capaci di arricchire la lettura e di non appesantirla, viene narrato quanto percepito, rispettando tempistiche e modi di un’auscultazione visiva dall’andamento quasi poetico; è uno sguardo cartaceo, un lieto scoprire di tende, descritto con una disposizione studiata di lemmi e immagini del panorama intravisto e man mano scoperto; di una descrizione che segue solo il profilo visivo dei marinai (si veda la sequenza di immagini progressive: roccia, terra, isola, profilo dell’isola, foreste dell’isola, corsi d’acqua) e che solo in un secondo momento indugerà nei particolari interni all’ambientazione esotica (fitonimi e zoonimi sono marchio e presidio di autenticità della narrazione salgariana). Per cui si vede ciò che gli uomini del mare scorgono, come se le parole accompagnassero quegli sguardi estasiati; ne viene offerta una percezione limitante e limitata al percorso compiuto, che non disdegna similitudini e metafore. Il testo è un brano descrittivo, organizzato sulla base del modulo sintattico dell’enumerazione (si vedano le ripetizioni della preposizione con che danno un’illusoria contezza di ciò che ci prepariamo a vedere).
Cosa aggiungere a queste parole? Ripeto cosa si potrebbe alleggerire? Di quale difficoltà sintattica parliamo? Quali termini desueti scostano violentemente il lettore e ne impediscono la lettura? E perché tra il lettore contemporaneo e Salgàri dovrebbe sussistere un problema? Se il lavoro portato avanti dal progetto Sandokan verrà percepito come un servizio pedagogico, fa bene il curatore a non considerarlo “una riduzione, ma un valore aggiunto importante: ogni opera che riporta un classico alla lettura compie anche un servizio culturale e sociale prezioso” e che il prosieguo di questo riammodernamento comporti “una missione sociale riportare tra i giovani uno svago sano, come la lettura di Salgari, capace di unire piacere, immaginazione e crescita in un’epoca in cui molti intrattenimenti risultano superficiali, dispersivi, se non addirittura dannosi”. Ma proprio in virtù di quanto evidenziato, forse il problema è l’assenza di lettura, la mancata ricognizione storica e letteraria e la scarsa conoscenza dell’autore e della produzione letteraria, che non ha mai avuto un adeguato numero di studi capaci di guidare il lettore e garantire a Salgàri un riconoscimento, un’identificazione ben precisa, quale spetterebbe a un romanziere di avventura del suo calibro, unico nel suo genere e nella letteratura italiana; invece stiamo qui a chiederci se, e quando, dovremmo garantire ai lettori una maggiore attualizzazione della prosa, perché vincolata a modelli e temi vetusti, sorpassati e non più in grado di reagire o stimolare il livello di attenzione dei lettori.
Dice bene Scantaburlo quando afferma che non “esiste un problema di contenuto — che resta straordinariamente vivo e coinvolgente (Salgari n.d.r.) — ma un problema di soglia d’ingresso, e in parte anche di capacità di mantenimento dell’attenzione”. Io non penso che il passo proposto possa essere di difficile comprensione o che comunque si possa parlare di difficoltà di comprensione del lessico e dello stile in questi termini. Non possiamo, per amore di una presunta volontà di salvaguardare i lettori, curare il loro livello di attenzione o garantirlo lavorando sull’impatto lettura dell’opera-utenza. Che operazione diventerà la lettura di qualsiasi autore?
Se è poi un discorso strettamente limitato a Salgàri allora rimettiamoci a leggerlo seriamente e affrontiamo la questione. Il curatore del progetto Sandokan, contrariamente a quanto ho accennato,afferma che “molti studi accademici dimostrano questo drammatico cambio di comportamento dei lettori. A chi sostiene che la difficoltà faccia parte dell’esperienza letteraria si può rispondere che ciò è vero… finché non diventa un ostacolo tale da impedire l’incontro stesso con l’opera e la sua diffusione (per senso di piacere) dal basso. Un classico — soprattutto quando non è sostenuto da una forte mediazione istituzionale, come nel caso di Salgari — vive se è letto. Se non è letto, sopravvive soltanto come nome. Dire che oggi Salgari è ‘più evocato che letto’ non è una provocazione, ma una constatazione”. Non sono d’accordo. Non è semplificando un autore o un classico che lo rendiamo facilmente comprensibile o più accattivante. Son convinto che l’unica operazione valida sia la lettura integrale delle opere dell’autore, la promozione e la valorizzazione delle sue opere e il recupero della grandezza filologica compiuta nella formazione di micromondi sognati, ma ricchi di solida conoscenza storica, culturale e scientifica, ed esaltare questo lavoro nella sua complessa astrazione dal contesto storico-spaziale odierno.
Mi vengono in mente le parole di Filippo Dini che destandosi per la meravigliosa novità editoriale – Emilio Salgari – Alla conquista della Luna, edito da Cliquot – scriveva: “La scorrevolezza di Salgari, come dei suoi colleghi parimenti dotati, per me è la chiave del loro successo: permette di entrare in un mondo di fantasia e di avventura con il minimo di frizione e di resistenza possibile. Fa staccare la mente dalla pagina ed entrare in un mondo in cui le parole sono come note che disegnano una cattedrale di sogni, piene di eco, di crescendo, di pieni, di pianissimi, di allegri con brio. Non sono sinestetico, o se lo sono i colori non sono il mio forte (dopotutto sono daltonico) perché non saprei associare a Salgari un particolare colore. Ma, come per pochi altri autori, leggendolo ho sempre avvertito un senso di profondità spaziale dentro la mia mente che ogni volta mi sorprende. Anche leggendo dei semplici racconti recuperati dall’oblio della memoria. Varrebbe la pena recuperare anche altro. E infatti continuo a chiedermi: fate il conto voi dell’ultima volta che avete letto un suo romanzo. Perché oggi non lo legge più (quasi) nessuno. E secondo me è un vero peccato” (cfr. Leggiamo ancora Emilio Salgari. Il post, 28/07/2017).
Sono assolutamente d’accordo con Scantaburlo, infine, quando dice che la consacrazione di Salgàri non è mai venuta dall’alto, ma dal basso: dal popolo dei lettori, e forse penso, magari ingenuamente, che ancora oggi lo è. Continuino a leggerlo e a scorgerne meraviglie. L’accessibilità viva e popolare la garantisce il libro nella sua purezza e nella sua grandezza capace di superare il tempo, una corretta fruizione delle opere, il riconoscimento a quei grandi studiosi che hanno scritto contributi palesemente ignorati e il lavoro certosino di ricostruzione dell’autore fatto da Claudio Gallo, Giuseppe BonomiFelice Pozzo, Vittorio Sarti, lettori formati e forgiati dalla lettura integrale delle opere salgariane, perché se oggi possiamo leggere Salgàri e sappiamo riconoscere il suo valore lo dobbiamo a loro.
