Verba Sallusti. Usi e notazioni di stile del proemio del Bellum Iugurthinum (capitolo II: De ludo adversorum)

Articolo di Filippo Scimé

Ci eravamo lasciati con una domanda: ubi est historia? Leggendo il primo capitolo, il Bellum Iugurthinum ci appare un’opera letteraria capace di radunare un insieme di aspetti multiculturali. L’analisi della praefatio di Sallustio, infatti, impone delle riflessioni sulla storia e sul suo significato di scienza umana, soffermandosi nello specifico sull’esistenza dell’anima, o meglio della guida illuminata dell’anima nel corso umano degli eventi. Ma può l’anima guidarci verso la concreta perfezione? E l’agire umano, a quale grande idea deve conformarsi? La ricostruzione di queste domande affiora sulla base delle considerazioni espresse nel secondo capitolo e negli altri tre restanti.

Tra il primo e il secondo capitolo la congiunzione inziale (nam) presenta il punto di collegamento e l’avvio di una nuova riflessione, che introduce un nuovo aspetto da sottoporre a un’attenta indagine per capire peraltro cosa significhi scrivere storia nel I a.C. Lo storico sabino, in maniera quasi anatomica, decide di affrontare con dovizia di particolari l’imprescindibilità dell’anima e della sua sensata fondatezza, e distingue, nel miscuglio corpo e anima, le inclinazioni – per utilizzare la traduzione tanto cara all’illustre Lidia Storoni Mazzolani (nel testo latino res cunctae studiaque omnia nostra) -, che potrebbero interpretarsi come: le situazioni contingenti a tutti noi essere umani, e che si adattano alla natura del corpo o alla natura dell’anima. La distinzione è netta e non ammette repliche; dato che alla natura del corpo si confanno tutte le questioni che hanno una breve durata di tempo; esse ardono violentemente, ma poi si spengono, giacché il vigore fisico via via si attenua.

Sallustio per superare il dilemma ci indica che una particolare tipologia di imprese – egregia facinora cioè quelle straordinarie – si adattano alla natura dell’anima e sono, per loro natura, immortali. Aprendo una finestra sull’immortalità, egli prepara il terreno per spiegare quale importanza concreta e reale abbia lo scrivere di storia, come atto pratico di importanza sociale, registrazione non categorica e casuale, ma profonda, incentrata su un momento che ha un significato specifico, implicazioni recondite e riferimenti con il presente; e che diventa paradigma assoluto, legge morale, massima sacra, frutti di una decisionalità selettiva con lo scopo di incidere sugli eventi contemporanei, su chi legge e deve comprendere. Dunque Sallustio è innegabile che fu il primo storico moderno, pensando a mettere per iscritto una selezione di fatti che erano contemplati in unico evento: commentando, studiando e scoprendo l’antico per il moderno; e la trattazione, che si apre con la guerra giugurtina verosimilmente scritta nel 40 a.C., è l’unica a lasciarci uno tra i primi esempi di monografia storica della letteratura romana.

Tornando al testo, notiamo come in questo frangente subentri il “gioco degli opposti” e tutta la prosa si conformi a una tensione, a una timbrica ritmica circoscritta e stabilita dalla riproposizione degli aspetti più contrari: alia omnia dilabuntur vs. egregia facinora immortalia sunt; initium vs. finis; omniaque orta vs. occidunt; aucta vs. senescunt: seguendo un movimento preciso che coniuga l’alto e il basso, come se l’autore cercasse una musica interiore (e non è forse il fallimento degli ideali politici della Roma repubblicana e il trambusto che aveva portato la guerra civile tra Cesare e Pompeo? Lo strascico delle Idi di marzo?). Lo storico incastona nella praefatio una iunctura poetica, ma non sarà improprio parlare di una contaminazione di generi.

A questa sovrapposizione continua di concetti antitetici fa da cornice la massima sallustiana: ingeni egregia facinora sicuti anima immortalia sunt; la seconda dopo il sed dux atque imperator vitae mortalium animus est già commentato (I, r. 6). Sallustio continua a ribadire la primazia assoluta dell’anima; essa, ne parlavamo un capoverso addietro, solo se è spinta a grandi imprese dell’ingegno può diventare eterna, fare la differenza garantendo, tramite la gloria, a beneficio dei mortali, di acquisire l’immortalità. Si noti anche l’insistente ripetizione del sostantivo animus (solamente una ricorrenza nel primo capitolo, r. 6; poi tre ricorrenze, invece, nel capitolo successivo, r. 3 -6 -9) che testimonierebbe come l’analisi si sposti verso una definizione più orientata al punto di riferimento assoluto e, di conseguenza, al problema guida.

L’immortalità rappresenta l’obiettivo al quale deve aspirare il vir romanus, il modello primo al quale conformarsi, il punto di ispirazione che devono avere i probi viri per diventare immortali, ossia essere ricordati per aver svolto un ruolo attivo nella società e diventare eterno paradigma per la grandezza di Roma. Questo passaggio da mortalità a immortalità è difatti figlio di una logica prettamente romana; mi verrebbe quasi da dire soldatesca, perché la virtus sembra un valore che non si possa barattare, dal momento che, come scriverà più avanti Sallustio, alla vigoria fisica e alla fortuna degli eventi c’è sempre una fine, poiché soggiacciono al deperimento fisico del corpo, ma l’anima che è incorrotta ed eterna, nonché guida il genere umano, rappresenta un valore assoluto. Sono affermazioni che spesso hanno gettato ombre sulla veridicità e sulla legittimità dell’operato di Sallustio, visto le dicerie obbrobriose – per citare il grande Ettore Paratore – accumulate sul suo nome. Il grande studioso nella sua apprezzabile Storia della letteratura Latina sosteneva che quanto faticosamente ricostruito sulla vita Sallusti abbia presentato ai lettori e agli studiosi l’immagine “di un puro ambizioso, tarato da perversi istinti voluttuosi e per quanto nelle sue monografie la polemica contro la lubido e l’avaritia sia così ossessiva da far sospettare che egli si diffonda a parlare di quei vizi perché avevano infettato anche lui, tuttavia nella lotta politica egli fu niente di meglio e niente di peggio di tanti più moralistici competitori”.

In virtù di questo stato di cose la malvagità di coloro – pravitas eorum – che si comportano all’opposto rispetto a quanto profeticamente indicato dovrebbe suscitare meraviglia, perché non fanno il bene dell’urbs né lavorano nel suo interesse di crescita, determinando un deperimento attivo degli equilibri politici e sociali; in tal frangente Sallustio adotta una prosa lineare utilizzando la coniugazione perifrastica passiva admiranda est, che introduce il nuovo periodo ed esprime l’idea di necessità, giacché probabilmente Sallustio, continuando il solco lasciato da Ettore Paratore, “disperò delle possibilità di una vera palingenesi e si chiuse nei suoi ricordi e nel ripensamento del recente passato di Roma, affidando alla penna le sue velleità di battaglia. Ma, come quello di Lucrezio, il suo pessimismo era pur sempre imbevuto di romana gagliardia e accettava la lotta e la difesa dei propri ideali sino in fondo: di qui il tono maschio il severo e il timbro di universalità della sua lezione politica e morale”. E dello stesso umore saranno imbevute le pagine successive.

Tra le qualità alle quali deve conformarsi l’anima che guida il corpo nell’agire e nell’operare concreto nella comunità, spicca l’ingegno (da notare lo stilema sallustiano che, con la doppia negazione – neque melius neque amplius -, crea un effetto di maggiore efficacia) e lo storico, rispettando in pieno quanto abbiam professato nel nostro umilissimo titolo De ludo adversorum, instaura un altro confronto tra ciò che è degno di disprezzo luxum et ignaviam; incultu atque socordia opposto semplicemente a ingenium (con intelligenza traduceva la Storoni Mazzolani, alla quale secondo me si potrebbe proporre acume, talento, perché è proprio la scintilla che mi pare lo storico cerchi di evidenziare, quella marcia in più che distingue l’uomo) che nella sua prodigiosa essenzialità, tutto compendia e, tutto ciò che mosso dal suo magico utilizzo, fiorisce. Il presupposto logico con il quale lo storico sabino affronta queste riflessioni serve, infatti, a introdurre, come vedremo nelle riflessioni successive, quali siano le potenziali professioni, i talenti dell’animo umano o meglio ancora le artes animi che aspirano alla somma eccellenza, tra le quali appunto la storia, fine ultimo di tutte queste considerazioni.

Quanto abbiamo notato è sicuramente frutto di uno studio meticoloso dei problemi sociali al quale si aggiunse la morte di Cesare, probabilmente aggravando quella crisi di disgusto che da molto tempo si era insinuata nel Sallustio storico; anche perché al contrario il Sallustio politico di quel sistema sembrava un ingranaggio perfetto di un meccanismo ben congeniato e volto verso al lento disfacimento della macchina repubblicana. La penna con cui elabora le sue importanti concezioni, in realtà lo include, fondendo queste due personalità di storico e politico, perché egli è parte di questo sistema, ma deciso a estraniarsi per la prima volta scrivendo, e dunque augurandosi quel processo che addita al lettore, tendando di conseguenza di conquistare la gloria – summa claritudo – l’immortalità dell’anima attraverso un’opera meritoria.

Un proemio, come avremo modo di vedere nelle fasi successive, che presenta una chiara intenzione moralistica che apparentemente esclude la storia e l’analisi degli eventi. In realtà Sallustio assume un tono profetico per il semplice motivo che la storia descritta non fa parte della registrazione di un evento vivido, appena occorso, ma immobilizzato, cristallizzato, da utilizzare come modello, campione, esemplare della stortura, inizio del disastro (sempre se di disastro si possa parlare, laddove probabilmente hanno goduto presso di noi considerazioni figlie di una lunghissima campagna negativa del passaggio tra Repubblica e Principato, di un’età dell’oro perduta). Sallustio si presenta come un autore distaccato, più profondamente un teorico, secondo me non tanto perché voglia dimostrare l’appartenenza a un’istruzione di primo livello o a circoli culturali frequentati in gioventù – come quello di Nigidio Figulo -, ma perché adesso egli è uomo maturo, consapevole, ma soprattutto distaccato dall’arengo politico e osserva dal suo eremo arborescente il lento disfacimento della vita politica romana.

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