La faglia dell’inappartenenza: liminalità, diversità d’origine ed estraneità d’ambiente
Esiste un momento esatto e tragico nell’esistenza individuale in cui un soggetto smette di percepire se stesso semplicemente come un essere umano tra gli altri e si scopre irrevocabilmente marchiato come un altro. Nella produzione narrativa di John Fante, figura tra le più viscerali, autentiche e laceranti del Novecento americano, questo istante di presa di coscienza non coincide quasi mai con un dramma plateale o rumoroso, ma con uno scarto impercettibile, con una consapevolezza strisciante che penetra nelle ossa e condiziona la quotidianità. L’indagine critica e teorica si inserisce con precisione in questa crepatura, ricomponendo ed esaminando le fila del tema dell’emarginazione fantiana per rivelare quanto la nozione di diversità sociale superi i confini della pura analisi sociologica o del dibattito sull’integrazione etnica. La diversità, in Fante, diventa una vera e propria categoria filosofica, una lente d’ingrandimento gnoseologica e una condizione esistenziale universale che riguarda la struttura stessa dell’essere umano nel mondo contemporaneo. L’autore italoamericano non connota mai la diversità in modo monodimensionale o banale, ma la ramifica in due direzioni fondamentali e costantemente interconnesse: da una parte la diversità di origini e dall’altra la diversità di contesto esistenziale, legando a ciascuna di esse uno specifico carico di sentimenti e reazioni psicologiche. La diversità di origini genera prima di tutto quello stato che la riflessione antropologica definisce liminalità, ovvero la condizione sospesa di chi vive perennemente sulla soglia, incapace di integrarsi pienamente nel nuovo mondo ma ormai irreparabilmente amputato dalla terra di provenienza. Un esempio emblematico e commovente di questa paralisi dell’anima è rappresentato dalla figura di nonna Bettina nel testo Un anno terribile. Descritta con dolente lucidità come una donna le cui radici restano sospese in una terra lontana, Bettina vive l’emigrazione negli Stati Uniti non come un’opportunità di riscatto, ma come una condanna subita in silenzio. Nel villaggio d’Abruzzo, Torricella Peligna, la miseria e la sofferenza, benché dure, avevano un carattere comunitario ed emolliente: erano condivise da tutti come un pezzo di pane che passa di mano in mano, rendendo il paese un unico organismo sociale e solidale. Nel nuovo contesto americano, invece, la nonna si ritrova isolata, paragonata dall’autore a un «dito strappato dal corpo», incapace di trovare nella nuova realtà urbana qualsiasi elemento che possa mitigare la sua profonda desolazione. Questo medesimo senso di estraneità radicata colpisce, su un piano generazionale differente, il giovane Arturo Bandini nel romanzo Aspetta Primavera, Bandini. Per il ragazzo, la diversità di origini non si manifesta come una nozione astratta, ma si trasforma nella sofferenza quotidiana legata alle minute umiliazioni della vita scolastica e sociale: la vergogna per la toppa sui pantaloni, l’imbarazzo per un taglio di capelli approssimativo, le lentiggini e, soprattutto, quel cognome palesemente italiano che svela la provenienza della famiglia e lo isola dal gruppo dei coetanei. D’altro canto, la diversità di contesto esistenziale produce un tipo diverso di smarrimento, trasformando l’individuo nell’estraneo rispetto all’ambiente in cui si trova ad agire. È il dramma vissuto da Svevo Bandini quando attraversa l’elegante e sfarzoso salone della vedova Hildegarde: l’ondata di solitudine e di umiliazione scaturisce dal contrasto fisico e materiale tra la magnificenza del luogo e la propria miseria, rappresentata in modo plastico da quelle scarpe sfondate e zuppe di neve che scivolano goffamente sul pavimento giallo e splendente. In questa scena, l’estraneità si manifesta come un’inadeguatezza corporea e di classe, una sproporzione insuperabile tra il soggetto e il contesto che lo circonda. Con un’intuizione letteraria di straordinaria efficacia e ironia, Fante arriva ad attribuire entrambi i tratti dello straniero e dell’estraneo alla figura del cane Stupido nel romanzo A Ovest di Roma. Il cane, privo di patria e sradicato, affronta i medesimi problemi di adattamento di un qualsiasi immigrato in un quartiere borghese e benestante, venendo guardato dall’alto in basso dai cani di razza anglosassone e odiato da quelli di provenienza germanica, scatenando la diffidenza, l’oltraggio e il terrore degli abitanti di Point Dume al suo solo apparire lungo le strade del quartiere.
La spirale reattiva del giudizio: il circuito chiuso tra la diffidenza dell’emarginante e l’umiliazione dell’emarginato
La struttura profonda dell’opera di John Fante, nell’interpretazione analitica, mette a nudo i meccanismi psicologici e relazionali attraverso cui la diversità viene costruita, alimentata e perpetuata nella società. Tale dinamica si regge su un vero e proprio nesso causale a circuito chiuso, un ciclo di retroalimentazione costante tra due sentimenti polari ma complementari: la diffidenza provata e manifestata da chi discrimina e l’umiliazione interiorizzata da chi viene emarginato. La diffidenza rappresenta la prima reazione dell’ambiente circostante di fronte all’irruzione dell’inconsueto, lo sguardo prevenuto dell’altro che prefigura immediatamente una minaccia o un pericolo per il proprio ordine sociale. Fante ne descrive le forme più sottili e feroci nei suoi racconti: è la reazione terrena e pavida delle ragazze americane che rabbrividiscono e trasaliscono sui filobus o alle casse dei negozi al solo passaggio dell’immigrato Julio Sal, percepito come una presagita insidia, oppure è la rabbia spaventata della comunità borghese che scorge nel cane Stupido un mostro o un’emanazione selvaggia provenienti da luoghi lontani e inaccessibili. Dall’altra parte della catena sociale, l’umiliazione costituisce la dolorosa interiorizzazione di questa diffidenza esterna: l’emarginato, ferito dal continuo rifiuto, finisce per percepire se stesso come un essere penoso, insignificante, privo di valore e deformato agli occhi del mondo. Questa ferita dell’anima non rimane, tuttavia, una condizione passiva, ma tende a generare una carica di frustrazione e di rabbia repressa che cerca inevitabilmente una valvola di sfogo. In un brano di sconcertante potenza psicologica contenuto nel romanzo La strada per Los Angeles, l’autore illustra con spietata chiarezza come la violenza verbale e il pregiudizio subito spingano la vittima a farsi a sua volta carnefice, in una disperata ricerca di riscatto sociale. Il protagonista, che durante gli anni delle scuole medie ha subito l’offesa costante di essere bollato dai compagni con l’epiteto razzista di «guappo terrone», scarica la medesima ferocissima discriminazione nei confronti di un giovane collega di lavoro filippino. Nel momento stesso in cui lo insulta chiamandolo «negro» e deridendolo con una risata sgangherata e artificiale, il protagonista assiste allo spostamento immediato e glaciale delle sensazioni dell’altro: il volto del ragazzo filippino si irrigidisce come il ghiaccio, passando dall’offesa alla difesa, mentre sulla sua bocca paralizzata dall’ira si legge l’espressione inconfondibile del dolore e dell’impotenza. Questo episodio mette in luce una verità drammatica dell’universo fantiano: l’esperienza dell’umiliazione non rende automaticamente gli uomini migliori o solidali, ma, spesso, innesca una catena d’odio in cui chi è stato schiacciato cerca di riscattare la propria debolezza infierendo su chi occupa un gradino ancora più basso nella gerarchia della marginalità. Lo stesso Arturo Bandini, nel suo doloroso soliloquio ideale con la giovane messicana Camilla Lopez in Chiedi alla polvere, ammette come l’accumulo di rifiuto e di disprezzo subito durante l’infanzia e l’adolescenza da parte dei coetanei americani lo abbia spinto a chiudersi in se stesso, a cercare rifugio nei libri e a fuggire dal Colorado, sviluppando un sentimento ambiguo e cupo di vendetta psicologica nei confronti di quella medesima società che lo aveva respinto e ferito nell’orgoglio.
Le aporie dell’assimilazione: il fallimento dell’integrazione mimeticamente indotta e la riaffermazione del margine
Posti di fronte al peso dell’etichettamento sociale e al dolore lacerante della discriminazione quotidiana, gli individui e i personaggi che popolano le pagine di Fante mettono in atto differenti modalità e strategie di adattamento psicologico per sopravvivere all’emarginazione. La prima modalità di risposta è quella elaborata dai cosiddetti stranieri diretti, vale a dire gli immigrati di prima generazione come Svevo Bandini, il suo amico Rocco Saccone o il muratore Fred Bestoli nel testo La grande fame. Consapevoli dell’impossibilità di essere pienamente accolti ed equiparati dalla società dominante, questi soggetti rifiutano l’assimilazione culturale passiva e preferiscono costruire modelli identitari alternativi, fondati su un’istintiva e viscerale comunità di resistenza. Essi cercano rifugio in una dimensione di autentica «consanguineità» tra emarginati, creando tra loro uno spazio protetto fatto di dialetto condiviso, sguardi d’intesa, risate sguaiate, grugniti espressivi e rituali antichi come il bere insieme o il rievocare il lavoro duro e la fatica sofferta in miniera o nei cantieri. È una forma di fratellanza primordiale che permette loro di preservare un nucleo di dignità di fronte alla legge e al disprezzo del paese ospitante. Una strada diametralmente opposta viene invece intrapresa dagli stranieri di seconda generazione, ossia dai figli degli immigrati nati o cresciuti nel territorio americano, i quali rifiutano con violenza e rabbia i modelli tradizionali dei padri. In essi, il desiderio di integrazione e la paura di essere rifiutati si traducono in una feroce demolizione delle proprie radici culturali ed etniche. Emblematico è lo sguardo pieno di vergogna e di disgusto con cui il giovane protagonista guarda il proprio padre, scoprendone con raccapriccio i baffi all’italiana, l’accento straniero nella lettura, gli abiti stazzonati e dimessi, arrivando a negare quasi la paternità di quell’uomo che incarna agli occhi del mondo la figura del «povero emigrante». Questa pulsione all’assimilazione porta i soggetti di seconda generazione a cercare disperatamente rifugio nel modello culturale americano dominante. Lo si evince chiaramente dal crudele confronto tra Arturo Bandini e Camilla Lopez in Chiedi alla polvere: Arturo rimprovera la ragazza messicana di truccarsi in modo eccessivo e di indossare calzature americane che non si adattano ai suoi piedi, riducendosi a una pietosa e goffa caricatura di ciò che vorrebbe sembrare. Allo stesso tempo, però, Arturo cade nella medesima trappola alienante: tenta di cancellare la propria provenienza divorando i giornali americani, studiando con ostinazione le abitudini dei nativi, conformandosi al loro cibo e desiderando ossessivamente le loro donne, nell’illusione che questo processo di mimetismo culturale possa finalmente garantirgli l’accesso al consesso umano e alla rispettabilità sociale. Tuttavia, il dramma filosofico ed esistenziale profondo della narrativa fantiana risiede proprio nella constatazione del fallimento inevitabile di questo tentativo di integrazione. La perdita delle radici d’origine e l’adesione cieca al modello americano non riescono a sanare la ferita primordiale dell’emarginato né a cancellare la sua sensazione di liminalità. Nonostante tutti gli sforzi di assimilazione, il protagonista si ritrova a constatarne l’inutilità con amara lucidità: «Ma sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre». L’analisi ci conduce alla conclusione centrale dell’opera di Fante: la diversità non è una semplice etichetta congiunturale o un marchio sociale che può essere cancellato mutando abiti, lingua o cittadinanza. Essa costituisce una dimensione ontologica irriducibile, una cifra dell’esistenza che appartiene a ogni singolo essere umano. La solitudine, il senso di inadeguatezza e l’incessante sensazione di estraneità al mondo non sono soltanto la condanna dell’immigrato, ma la sostanza stessa della condizione umana, nonché il motore segreto e inesauribile da cui trae origine la necessità della creazione letteraria.
