Quando il rito rimane e il sacro scompare

Articolo di Emilio Ferrara

Ci sono gesti che sopravvivono alle spiegazioni che li hanno generati. Li compiamo quasi senza pensarci, talvolta perché li abbiamo visti fare ai nostri genitori, talvolta perché appartengono a una festività patronale, a un lutto, a una ricorrenza o a una consuetudine che nessuno saprebbe più ricostruire interamente e che, nonostante questo, continua a sembrarci necessaria. Accendiamo una candela davanti a un santino, tracciamo un segno sul pane prima di tagliarlo, custodiamo determinati cibi per determinati giorni, percorriamo strade dietro una statua, pronunciamo formule e preghiere di cui spesso ignoriamo l’origine e, quando qualcuno ci chiede perché lo facciamo, la risposta più comune è anche la più rivelatrice: “Si è sempre fatto così”. Da questa frase comincia per me una delle questioni più interessanti nello studio del simbolo, perché ciò che “si è sempre fatto” quasi mai nasce per caso.

Il rito non coincide con la ripetizione, perché se bastasse semplicemente ripetere un gesto, anche preparare il caffè ogni mattina sarebbe una liturgia, mentre sappiamo bene che un’abitudine diventa rituale soltanto quando viene inserita in un sistema di significati, quando collega chi la compie a una storia, a una comunità, a una concezione dell’esistenza o a una presenza ritenuta superiore. René Guénon, all’interno della sua visione tradizionale, aveva colto un punto importante quando considerava il simbolo non come cornice di un immagine, ma come mezzo capace di collegare diversi livelli dell’esperienza. Il segno indica; il simbolo invece coinvolge, perché porta con sé una parte di ciò che rappresenta e chiede a chi lo osserva di entrarvi in rapporto.

Quando questa partecipazione si indebolisce, il gesto non scompare necessariamente, anzi, solitamente resta più a lungo della spiegazione che lo sosteneva, ma cambia. Una processione, per esempio, non è soltanto lo spostamento di una statua lungo le vie di un paese. Per chi crede può essere devozione; per altri può rappresentare appartenenza familiare, continuità con i propri defunti o riconoscimento della comunità; per chi guarda da fuori può diventare invece tradizione. Il gesto è uno, ma i significati possono essere molti e non sempre si escludono.

Per questo bisogna usare cautela quando si afferma che il sacro sia semplicemente scomparso. Più spesso cambia il modo in cui viene percepito, nominato o vissuto. Mircea Eliade ha dedicato molta parte del proprio lavoro alla distinzione fra sacro e profano, mostrando come le società religiose riconoscano tempi, luoghi e azioni diversi dal quotidiano. Oggi quella differenza può essere meno evidente, ma non per questo assente. Basta osservare un funerale, un matrimonio o una commemorazione pubblica: cambiano il tono della voce, il modo di muoversi, la disposizione delle persone, l’uso degli oggetti, persino ciò che appare opportuno dire o non dire. Il rito continua così a modificare il tempo ordinario, anche quando chi vi partecipa non usa più parole religiose per descriverlo.

Le Sacre Scritture offrono, a questo proposito, un’indicazione preziosa. Nel racconto della Pasqua ebraica il giorno della liberazione dall’Egitto deve diventare uno “zikkaron”, un memoriale da celebrare di generazione in generazione (Esodo 12,14). Il termine richiama il ricordo, ma non un ricordo confinato nella mente: viene legato a un giorno, a un pasto, a parole, gesti e oggetti. Secoli dopo, nel racconto dell’ultima cena, Gesù pronuncia una formula che appartiene alla stessa logica: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19; 1 Corinti 11,24-25). Il termine greco “anamnesis”, tradotto con “memoria” o “ricordo”, nella vita liturgica cristiana ha assunto un valore più ampio della rievocazione; perché basta pensare a ciò che è accaduto, ma occorre un gesto capace di renderlo presente nella coscienza e nella comunità.

Qui, a mio avviso, si apre una delle chiavi più interessanti per comprendere ciò che accade quando un rito perde la propria spiegazione originaria. Se il rito è un ricordo che prende corpo, quando il significato si indebolisce rimane una traccia, talvolta incompleta, ma non necessariamente vuota. Il corpo può ricordare più a lungo della mente. Una donna anziana che traccia il segno della croce sul pane prima di tagliarlo può non conoscere la storia teologica di quel gesto, ma nel compierlo conserva una concezione antica del nutrimento come dono, della tavola come luogo di comunione e del cibo come qualcosa che non dovrebbe essere trattato con indifferenza. Il gesto, in questo caso, sa ancora qualcosa che la persona non saprebbe più formulare.

Lo stesso principio si ritrova ben oltre il cristianesimo. Ogni civiltà ha affidato una parte della propria continuità ai testi, ma anche al corpo, alla voce, al calendario agrario, astronomico, agli abiti, ai cibi e ai percorsi cerimoniali. Arnold van Gennep e, dopo di lui, Victor Turner hanno mostrato quanto i riti che accompagnano nascita, ingresso nell’età adulta, matrimonio, morte o cambiamenti di condizione non servano semplicemente a celebrare ciò che è accaduto, ma aiutino una comunità a riconoscere pubblicamente che una persona non è più ciò che era prima. Il rito quindi, non si limita a raccontare un passaggio: gli dà una forma condivisa e aiuta anche chi lo vive a comprendere la nuova posizione che occupa.

Proprio per questo diffido sia di chi considera il rito una superstizione inutile, sia di chi lo difende soltanto perché antico. L’antichità, da sola, non rende sacro nulla. Un gesto può avere secoli alle spalle e diventare vuoto, così come una forma relativamente recente può acquistare per una comunità un significato profondo. La domanda decisiva è un’altra: che cosa mette in relazione quel gesto? Se collega l’individuo a una storia, a una responsabilità, a una comunità, a una concezione dell’esistenza o al rapporto con il divino, allora possiede ancora una funzione simbolica; se viene ripetuto esclusivamente perché previsto dal programma, fotografato per essere mostrato o eseguito senza consapevolezza del suo senso, allora ciò che resta è soprattutto la parte esteriore.

Eppure anche questa parte esteriore merita di essere approfondita e studiata, perché i simboli hanno una sorprendente capacità di resistere nel tempo. Non sempre muoiono quando smettiamo di comprenderli; qualche volta rimangono in attesa che qualcuno torni a porre la domanda giusta. Esiste però anche il rischio opposto, perché quando quella domanda non viene posta per troppo tempo il rito può perdere progressivamente la propria funzione simbolica e ridursi a una sequenza da eseguire, quasi che il gesto possieda efficacia per il semplice fatto di essere ripetuto. Può nascere allora la scaramanzia, oppure una concezione magico-meccanica del rapporto con il sacro: faccio questo perché “porta bene”, pronuncio questa formula perché “funziona”, accendo questa candela perché qualcosa, in cambio, dovrebbe accadere. Allora non siamo più davanti a un simbolo che conserva silenziosamente un significato, ma a un atto separato proprio da ciò che un tempo lo rendeva vivo.

La differenza, dunque, non è fra rito antico e rito moderno, né fra credente e non credente. La distinzione più utile, almeno per come io la vedo, è fra rito vivo, rito latente e rito degradato. Nel primo caso il gesto è compreso e partecipato; nel secondo conserva ancora un significato che non viene più pienamente formulato, ma continua ad agire nella coscienza e nella comunità; nel terzo resta soltanto l’automatismo, oppure la pretesa che la forma produca da sola un effetto. Qui la ricerca simbolica diventa necessaria, non per giudicare chi compie quel gesto, ma per restituirgli le domande che si sono indebolite.

La storia delle religioni ci mostra inoltre che i riti non sono mai rimasti immobili. Forme precedenti sono state assunte, trasformate, reinterpretate; nuovi significati si sono innestati su gesti più antichi e sono stati riletti da generazioni successive. Sarebbe ingenuo immaginare una purezza originaria rimasta intatta nei secoli. Le tradizioni vive cambiano, ma non arbitrariamente; portano con sé tracce, sovrapposizioni e continuità che il ricercatore deve distinguere senza forzarle dentro una teoria già decisa.

Quando osservo una festa religiosa, una processione o un gesto devozionale, non mi interessa innanzitutto stabilire se chi lo compie possieda una fede “sufficiente”, né mi interessa misurarne la coerenza. Mi interessa capire che cosa sta facendo quel gesto dentro la persona e dentro la comunità. Che cosa conserva? Che cosa ha dimenticato? Che cosa ha trasformato? E soprattutto, perché continua a essere ripetuto quando molte delle parole che un tempo lo spiegavano non vengono più comprese? Da queste domande, per me, comincia davvero lo studio del simbolo, perché il simbolo non appartiene soltanto al passato e non è un reperto da esporre sotto vetro o un soprammobile da spolverare. Continua a vivere finché qualcuno lo interroga e, talvolta, persino quando nessuno lo interroga più.

Forse allora il problema non è stabilire se il rito sia rimasto mentre il sacro è scomparso. Potrebbe essere vero anche il contrario: continuiamo a compiere certi gesti proprio perché qualcosa del sacro, anche quando non sappiamo più definirlo, continua a cercare una forma attraverso di noi. E se questo è vero, il compito di chi studia simboli, religioni e tradizioni non dovrebbe essere quello di imporre una fede o di demolirla, ma di restituire significato alle domande, mostrando che dietro un gesto apparentemente semplice può esserci una storia molto più antica di chi lo compie e, forse, ancora capace di parlare.

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