Il docente dell’Università di Messina: “In una società che premia la rapidità e la visibilità, questa ricerca appare quasi controcorrente. Eppure conserva una funzione essenziale: permette di distinguere ciò che siamo da ciò che mostriamo, ciò che desideriamo da ciò che ci viene suggerito.”
Viviamo il tempo dell’incertezza, dell’intolleranza, della paura, dell’ingiustizia. Alla vigilia della solennità di Ognissanti vogliamo riflettere con il professore Francesco Pira, Associato di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, sulla natura umana, da sempre – da Aristotele a Machiavelli, da Sigmund Freud a Zygmunt Bauman – al centro della riflessione filosofica, teologica e sociologica. Una riflessione necessaria in un tempo di conflitti mondiali, scontri generazionali, paure per le innovazioni tecnologiche, il clima e il futuro.
Ognissanti è il sesto degli Inni sacri che Alessandro Manzoni aggiunge, nel 1847 circa, agli altri scritti composti tra il 1812 e il 1815. Un testo incompiuto, incompleto, una delle opere più desiderate da Alessandro Manzoni e forse per questa ragione che non riuscì a completarla. Un testo che può assurgere a «testamento», «memoria», «parabola» della vita umana. Ognissanti è un testo che guarda il cielo ma parla della terra. Non canta i santi dei miracoli, delle statue, ma quelli nascosti che hanno scelto di agire secondo il bene quando nessuno li guardava. Celebra non l’eroismo ma la costanza, la forza silenziosa di chi resta fedele a un’idea, a un’ideale, a un valore. religioso. È il canto di un uomo che non cerca più la gloria dei grandi gesti, ma la verità che si nasconde nella semplicità. In queste rime, don Lisander guarda ai santi come a un riflesso dell’umano, a chi ha sbagliato, a chi si è rialzato, a chi ha saputo credere ancora nella bellezza e nella bontà del mondo. La santità non è trionfo ma cammino. Non è luce che abbaglia, ma bagliore che resiste nella nebbia. È la voce silenziosa del bene che vive accanto a noi e che ogni giorno, senza rumore, tiene in vita la speranza: «Cercando col cupido sguardo, / tra il vel della nebbia terrena, / quel Sol che in sua limpida / piena v’avvolge or beati lassù» (la speranza è rappresentata come questa continua tensione interiore («cupido sguardo») capace di perforare la fitta «nebbia terrena» (le fatiche, le incomprensioni di ogni giorno) per intravedere la luce del «Sol» divino.
La sfida e la bellezza dell’essere educatori stanno nella capacità di «coltivare», di avere cura per l’umano, di generare sguardi, che a colori, guardino l’orizzonte. Ad esempio, i libri più belli di sempre (Il piccolo principe, Siddharta, 1984, I fratelli Karamazov, la Divina
Commedia, la Bibbia, l’Odissea, ecc.) ci insegnano a trovare uno «scopo», un «cammino» verso la libertà a non fermarci, a ripartire sempre.
D.: Oggi, in una società dove si fatica a educare, a vivere le emozioni, nelle emozioni. In questo tempo confuso e frammentato, narcisistico che «spazio» ha l’Uomo? La celeberrima massima «Conosci te stesso» (γνῶθι σαυτόν) incisa sul frontone del tempio di Apollo a Delfi può, ancora oggi, essere un monito a riconoscere la propria natura, i propri limiti? In un tempo segnato dall’Intelligenza artificiale questa massima può ancora farci prendere coscienza della limitatezza della sapienza umana? Può essere, infine, un imperativo (etico) per una ricerca interiore, una consapevolezza e crescita personale?
R.: «“Conosci te stesso” resta un imperativo straordinariamente attuale, perché indica la prima condizione di ogni vita consapevole: comprendere i propri limiti, le proprie inclinazioni e il rapporto che intratteniamo con il mondo. In una società frammentata e fortemente orientata alla visibilità, l’Uomo conserva uno spazio quando accetta di abitare la propria interiorità senza ridurla a prestazione. La sociologia ci ricorda che l’identità non nasce in isolamento: prende forma attraverso relazioni, linguaggi, aspettative e appartenenze. Conoscere se stessi significa quindi anche riconoscere le influenze che ci attraversano, i modelli culturali che interiorizziamo e i condizionamenti che orientano desideri e giudizi. Il tempo dell’intelligenza artificiale aggiunge una dimensione inedita. Le macchine elaborano enormi quantità di informazioni, producono testi, immagini e previsioni, e possono apparire più rapide e precise di noi. Proprio questa efficienza rende evidente la specificità della sapienza umana: la capacità di dare senso, scegliere valori, assumersi responsabilità. L’intelligenza artificiale calcola probabilità; una persona decide che cosa vale la pena fare. In questo scenario “conosci te stesso” assume un significato etico. Significa imparare a distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che ci viene suggerito, ciò che pensiamo da ciò che ripetiamo, ciò che siamo dall’immagine che cerchiamo di offrire. È un esercizio di umiltà: riconoscere i propri confini, chiedere aiuto, restare disposti a cambiare idea. In un ambiente digitale che premia la reazione immediata, la ricerca interiore diventa una forma di resistenza culturale e di cittadinanza».
D.: La saggezza e/o filosofia sia occidentale sia orientale ci insegna che «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». La stessa riflessione filosofica e teologica invita a riflettere sul significato della santità come pienezza umana: la santità porta alla sua massima espressione e armonia le fragilità, le passioni, i limiti, i talenti di una persona. Il «santo» non vive isolato ma si misura nella capacità di assumere responsabilità, d’amare e di farsene carico? L’uomo di oggi è capace di svuotare il proprio «io» per donarlo interamente agli altri. È capace di vivere in armonia con la natura?
R.: «Il viaggio interiore rappresenta la forma più esigente di conoscenza, perché richiede tempo, silenzio e disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze. In una società che premia la rapidità e la visibilità, questa ricerca appare quasi controcorrente. Eppure conserva una funzione essenziale: permette di distinguere ciò che siamo da ciò che mostriamo, ciò che desideriamo da ciò che ci viene suggerito. La pienezza umana non coincide con l’assenza di fragilità. Nasce piuttosto dalla capacità di tenere insieme limiti e talenti, passioni e responsabilità. Il sociologo francese Edgar Morin, teorico del pensiero complesso, ha ricordato che l’essere umano è insieme razionale e affettivo, capace di calcolo e di slancio, segnato da contraddizioni che non vanno eliminate ma comprese. La maturità consiste nell’abitare questa complessità senza semplificarla. Anche il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel aveva osservato come la vita moderna esponga l’individuo a una molteplicità di stimoli e relazioni, rendendo difficile la concentrazione su di sé. La ricerca interiore diventa allora un esercizio di resistenza. Parlare di santità significa parlare di una vita pienamente realizzata. La tradizione religiosa la considera la forma più alta di compimento dell’esistenza umana, e su questo punto incontra la sociologia: la persona non si costruisce da sola, ma attraverso legami, incontri e responsabilità condivise. Nessuno diventa pienamente se stesso rimanendo chiuso in un isolamento. Norbert Elias ha mostrato come ogni esistenza si sviluppi dentro reti di interdipendenza. Amare e assumersi responsabilità significa riconoscere che la propria libertà passa attraverso i legami, non oltre di essi. L’uomo contemporaneo è capace di donarsi? Può esserlo, quando impara che l’io non si perde nell’apertura all’altro, ma si riconosce più autenticamente. La generosità non svuota la persona: la rende consapevole della propria misura. La stessa attenzione vale per il rapporto con la natura. Considerarla uno sfondo da utilizzare o una risorsa da consumare produce conseguenze che ricadono sull’intera collettività. Riconoscerla come ambiente nel quale viviamo significa assumere una responsabilità concreta, fatta di scelte quotidiane e di decisioni collettive. In un tempo segnato dall’accelerazione tecnologica, il viaggio interiore conserva dunque un valore civile. Ci aiuta a scegliere, a distinguere, a restare presenti. Ci ricorda che la pienezza si raggiunge nella capacità di relazione, di cura e di responsabilità».
