I versi di Paul Valéry

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

I PASSI

Nati dal mio silenzio,
posati santamente,
lentamente, i tuoi passi
procedono al mio letto
di veglia muti e gelidi.
Persona pura, ombra
divina, come dolci
i passi che trattieni.
O iddii, quali indovino
i doni che mi attendono
sopra quei piedi nudi!
Se da protese labbra,
per’ acquietarlo, all’ospite
dei miei sogni prepari
d’un bacio il nutrimento,
non affrettarlo il gesto
tenero, dolcezza
di essere e non essere:
io vissi dell’attesa
di te, il mio lento cuore
non era che i tuoi passi.

I versi di Paul Valéry — nella loro struggente e misurata essenza — colgono il nucleo ontologico dell’amore vero: l’attesa come forma pura della presenza. Quando il poeta scrive che il suo «lento cuore non era che i tuoi passi», sta descrivendo una , ma sintonizzazione radicale. Il ritmo cardiaco dell’amante si lascia modellare interamente dall’incedere dell’altro. Esistere, in quel momento, coincide con la sospensione fiduciosa del proprio tempo per accogliere l’avvento della persona amata..
​Questa  lirica della contemplazione agisce come una scossa o una rivelazione, l nostra epoca appare infatti segnata da una frattura profonda: l’attesa è stata sistematicamente declassata a tempo morto, inefficienza, errore di sistema. Se per Valéry l’amore è un «lento cuore», la modernità iper-connessa e frammentata, in una continua spirale di incertezze,  esige invece il battito accelerato del consumo immediato. Viviamo la tirannia dell’«ora e subito», in cui l’altro non è più un mistero da attendere e decifrare un giorno dopo l’altro, ma un oggetto da fruire nell’immediato. La società contemporanea è ossessionata dall’idea di una felicità performativa, intesa come picco dopaminergico, brivido istantaneo, gratificazione senza fatica. Ma questa ricerca compulsiva produce l’effetto opposto: un’atrofia della profondità., l’altro è sempre considerato un estraneo con il quale si condivide la parte materiale senza accenni al tempio interiore. Condividere la sfera più intima con «perfetti sconosciuti» (nella vita reale o attraverso vetrine digitali) risponde al bisogno di anestetizzare la solitudine, pertanto si parla di  intimità prefabbricata che bypassa l’unica cosa che rende sacra un’unione: la sedimentazione della conoscenza reciproca.l’attesa non riguarda soltanto la fase iniziale del desiderio o della ricerca, nel legame duraturo, l’attesa diventa custodia del tempo comune. In un rapporto consolidato, attendere significa: Custodire la grazia dei piccoli gesti,  saper aspettare lo sguardo a fine giornata, il racconto di un frammento vissuto lontano, una carezza che non sia routine ma ritrovo. Quando la cultura dominante suggerisce di rottamare ciò che mostra una crepa per passare «oltre, altrove», l’attesa diventa un atto di resistenza etica e poetica, decisione  fondamentale è  di abitare il tempo insieme, anziché consumarlo. In questi anni «sfaldati», privi di grandi punti di ancoraggio e segnati dall’ansia di non perdere mai nulla (mentre si perde l’essenziale), i passi evocati da Valéry risuonano come una chiamata alla responsabilità affettiva.
​Il «lento cuore» non è lentezza pigra, ma misura d’amore. È la capacità di resistere alla corrente del godimento fugace per costruire uno spazio sacro in cui due anime che si riconoscono, si aspettano e, infine, si appartengono davvero. Senza questa pazienza dell’anima, la vita sentimentale smette di essere un viaggio di scoperta e diventa un’affannosa corsa estenuante: una catena di fuochi di paglia che lasciano dietro di sé soltanto cenere e disincanto. Riscoprire la dimensione dell’attesa significa restituire all’amore la sua vera natura: non un’euforia che si consuma, ma una luce che rimane. 

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